
Una docu-serie che sa di essere scomoda e accattivante fin dalla prima puntata.
In 5 episodi, quasi in un crescendo di emozioni contrastanti, viene raccontata la nascita della comunità terapeutica di San Patrignano attraverso le vicende storiche, giudiziarie e personali che hanno segnato la sua stessa esistenza.
Una serie che si snoda grazie alla parole e ai ricordi di chi ha vissuto la comunità, con tutte le sue mille sfaccettature. Uno spaccato corale di una realtà complessa e articolata. Testimonianze spesso crude, sinceramente disarmanti e pregne di sentimenti differenti e ambivalenti: dall’affetto, al risentimento, al rimorso e persino alla totale indifferenza.
L’idea nacque da Vincenzo Muccioli, personalità estremamente complessa ma carismatica, su cui fin dall’inizio vengono riversate ombre o allusioni a pratiche esoteriche (mai provate, va precisato): uomo di stazza imponente che decise di aiutare i ragazzi e le ragazze caduti vittime della droga. La comunità nacque nel 1978 in un piccolo podere in provincia di Rimini, precisamente a Coriano. Una nascita sicuramente non facile e contrastata fin dagli inizi.


In quelli anni la tossicodipendenza rappresentava una piaga sociale di dimensioni imponenti che colse lo stato italiano completamente impreparato: oltre al dramma legato alla delinquenza che ne conseguiva, si era fatto avanti in modo prepotente il fenomeno della dipendenza da sostanze, nota in gergo come la “scimmia”, che portava il tossicodipendente ad agire con ogni mezzo e sistema per reperire le droghe. Dalla prostituzione ai furti: le carceri si riempirono di drogati senza una via d’uscita.
Non esisteva una soluzione concreta per aiutare anche le stesse famiglie dei tossicodipendenti. Non si erano sviluppati piani di recupero: era un problema assolutamente scomodo e che aveva colto tutti di sorpresa e disarmati.
Muccioli decide di dedicare anima, cuore e salute ad una guerra che nessuno, in quel momento, si era preso la briga di combattere. Una scelta quasi folle per molte persone, osteggiata dalla stessa comunità di Coriano che immaginava orde di drogati pronte a fare del male alla “brava gente” di paese.
Una guerra scomoda, combattuta in un podere con pochi mezzi, tanto fango ma altrettanta speranza. Roulotte accampate, stanze piene di letti a castello e giovani colmi di voglia di rinascita e riscatto.


Attraverso i racconti di Walter Delogu, ex autista di Vincenzo Muccioli e del figlio stesso del fondatore, Andrea, ritroviamo una comunità che stava nascendo e si evolveva grazie alla forza di volontà e al sogno di un uomo. Percepiamo quel senso di liberazione e gioia, forse nella fede cristiana vicino alla parabola del figliol prodigo, trasposto in modo più pragmatico. Il lavoro che riqualifica una vita che prima era data per spacciata. L’intuizione geniale dell’imprenditore riminese è stato proprio quella di creare un’alternativa alla tossicodipendenza: dapprima con il lavoro agricolo, poi con la creazione di alcuni laboratori artigianali fino ad arrivare allo studio universitario.


Bellissima e intensa la testimonianza di Antonio Boschini, responsabile terapeutico di San Patrignano, entrato come ospite per poi rimanerci come medico dedicando la sua vita ai malati che nessuno voleva curare e che anche oggi si curano con diffidenza e pregiudizio. Uomo concreto e lucido nel suo racconto: forse la sua testimonianza è quella più imparziale. Rinoscente ma non riverente, analizza la figura di Muccioli con un piglio assolutamente realistico e rapportandolo all’evolversi degli eventi e alla crescita stessa della comunità.

Sofferto, controverso e appassionato il ricordo di Fabio Cantelli Anibaldi: uomo che trasmette un dramma interiore di proporzioni gigantesche, ospite combattuto di SanPa e con un rapporto ambivalente con Muccioli. Dapprima quasi paterno, per poi freddo e distaccato quando la situazione diventa complicata e insidiosa. La sua è una visione personale, molto disincanta ma assolutamente sincera e molto sentita. Fin dall’inizio del suo dramma personale con l’eroina. Ragazzo sensibile e fragile, forse alla ricerca di un ascolto sincero della sua anima. Ora uomo esile che racconta la sua testimonianza drammatica e dolorosa.

La storia stessa racconta gli albori e la semplicità degli inizi, per poi vedere lo splendore dello sviluppo. Infatti l’intuizione del fondatore permette di aprire la strada ad un risveglio di coscienze verso un dramma che la società voleva tenere nascosto perché troppo scomodo. Molti personaggi influenti si rivolgono a lui per risolvere i problemi di tossicodipendenza familiari, creando una rete di riconoscenza che porta benessere alla comunità stessa. Basti pensare ai coniugi Moratti che ne diventano benefattori e presenza assidua, fino a garantire un collegio di difesa imponente a San Patrignano.
Tuttavia, nel documentario aleggiano prepotenti le condanne sopraggiunte negli anni. Infatti per fronteggiare le crisi di astinenza dei ragazzi si ricorse a metodi coercitivi come l’uso delle catene o la detenzione in ambienti angusti. Le imputazioni furono pesanti, corroborate da fotografie abbastanza forti.


Strumenti sicuramente discutibili ma efficaci di fronte alle crisi irruente e violente di molti ospiti. Mi sarebbe piaciuto infatti si fosse approfondito sui retroscena del fenomeno dell’astinenza. Solamente Cantelli e Delogu accennano agli effetti della “scimmia”: un dramma che attraversa il fisico e il cervello come una scossa che dura giorni interi. Ore infinite di dolore e sofferenza che devono essere necessariamente affrontate da chi vuole ripulirsi. Un prova di coraggio estrema e profondamente dolorosa per paziente, familiari e per chi assiste. Si tocca l’inferno, letteralmente.
Pertanto, le catene le ho sempre ritenute una soluzione necessaria. Soprattutto in rapporto a quelli anni, ricordando che il fenomeno della droga era poco conosciuto e non c’erano soluzioni adeguate. Non si parlava di supporto psicologico o approccio educativo.
Con il crescere della comunità aumentano i problemi legati alla gestione, soprattutto con l’esponenziale aumento degli ospiti. Nemmeno Muccioli riesce a conoscere a fondo i ragazzi stessi: se prima era una presenza confidente dei ragazzi, nella fase di splendore diventa una figura quasi “mistica” impegnato in mille impegni politici, sociali e culturali.

Vincenzo stesso diventa vittima della stessa grandezza della sua creazione. Personaggio pubblico, spesso assente da Coriano, si trova a dover combattere dall’infamia che l’omicidio Maranzano getta su SanPa. Un fatto di cronaca che svela una falla nella gestione della comunità, dovuta sicuramente ad un incremento stesso delle persone. Infatti, a causa del moltiplicarsi delle presenze, si era deciso di organizzare la comunità in settori, ognuno gestito da un capo. Tanti capi settore, tante personalità e quindi molteplici problemi.
Preziosa anche la testimonianza di Red Ronnie, cronista appassionato, che ammira sinceramente Muccioli e ne diventa portavoce entusiasta ma al tempo stesso obiettivo.
Questo dramma ucciderà lo stesso Vincenzo, facendolo sprofondare nella disperazione fino alla morte. “Io devo morire affinché San Patrignano viva”: una dichiarazione che la dice lunga su quanto l’infamia avesse ucciso il fondatore di una idea tanto coraggiosa.

Mi ha fatto abbastanza schifo la speculazione finale sulle cause della morte del fondatore di SanPa. Partendo da mezze frasi sulle preferenze sessuali di Muccioli per poi alludere alla morte per Aids: arrivando al disumano binomio tra Aids e omosessualità. Questa l’ho trovato davvero un pessimo scivolone, soprattutto avendo accennato alla malattia come dramma che uccide ancora prima della morte stessa. Difatti la piaga dell’Hiv ebbe il drammatico primato di essere considerata mortale fin dalla diagnosi: morte sociale, emarginazione e persino sbeffeggio.
Dunque trovo irrispettoso concludere la storia di una vita lasciando un dubbio che sa di pruriginoso, peraltro totalmente inutile.
Vincenzo Muccioli è stato un uomo complicato, a tratti anche vittima della sua stessa idea, ma sicuramente animato da uno spirito di aiuto. Ogni essere umano è una contraddizione infinita, ma questo non vuol dire condannare a prescindere ogni idea che sappia di bello e di speranza.

Credo che la piaga della tossicodipendenza sia quanto di più democratico la nostra società presenti: si riversa su ogni tipo di famiglia. Nelle comunità gli ospiti provengono da ogni estrazione sociale e combattono tutti la stessa battaglia.
Una battaglia titanica che deve essere affrontata con strumenti anche potenti e difficili da comprendere, ma che portano a quella rinascita dell’anima che solo chi ha attraversato l’inferno conosce.
E’ meraviglioso leggere negli occhi di Walter Delogu e Boschini quel senso di liberazione da un cancro che ha attanagliato anima e corpo. Ma per uscire da questo dramma serve toccarlo fino in fondo. E non per un senso punitivo, come spesso si può pensare: ma per un profondo senso paterno.
Solo toccando la sofferenza dell’astinenza si ritrova sé stessi. Una riscoperta che sa di un riscatto sociale. Un riscatto che ho sempre ammirato, frutto di una grandissima forza.
E’ sempre stato molto facile additare i drogati: Muccioli li ha accolti come un padre.
Li ha redarguiti, li ha risollevati ed ha creato un miracolo.
Di tutta la merda che gli è stata gettata addosso, delle supposizioni, non mi interessa nulla.
Guardate al miracolo, e provate a farlo voi.
Date una speranza e poi potrete parlare.
Date un abbraccio alle famiglie che si vedono figli ridotti a zombie e poi potrete giudicare Muccioli.
Se non sapete fare questo, statevene in silenzio e osservate gli sguardi di chi ce l’ha fatta.
Nemmeno in cento vite vivrete questa felicità.

