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  • Taylor Parker: la follia di una bugia.


    Non si tratta del solito documentario d’indagine incentrato sul “chi è stato”, ma di un viaggio agghiacciante nei dieci mesi in cui una donna ha letteralmente fabbricato una realtà parallela, culminata in uno dei crimini più feroci della recente cronaca nera americana.
    Al centro di Maternal Instinct c’è Taylor Parker, una donna del Texas che nel 2019 inizia una relazione con Wade Griffin. Desiderosa di legarlo a sé a ogni costo, ma impossibilitata ad avere figli a causa di un’isterectomia precedente, Taylor mette in piedi una messinscena titanica: finge una gravidanza per ben dieci mesi.
    Il documentario mostra come la Parker sia riuscita a ingannare il compagno, gli amici e i social media attraverso pance finte in silicone, ecografie contraffatte e persino sontuosi gender reveal party. Ma le bugie hanno una data di scadenza.

    Il 9 ottobre 2020, giorno in cui avrebbe dovuto partorire (o meglio, simulare il parto), Taylor compie l’impensabile: si reca a casa di Reagan Simmons-Hancock, un’amica ventunenne al settimo mese di gravidanza, la uccide brutalmente e le strappa il feto dal grembo nel disperato tentativo di spacciarlo per suo.
    La regista Jessica Dimmock (già nota per I fitti misteri del Texas) adotta un taglio che privilegia il ritratto psicologico e l’impatto umano rispetto al semplice voyeurismo macabro. Il documentario brilla per tre aspetti fondamentali:
    Il focus non è solo sull’atto finale, ma sull’escalation. Vedere i filmati d’archivio e i post social in cui Taylor sorride fiera con il pancione, sapendo cosa accadrà da lì a pochi mesi, crea nello spettatore una costante sensazione di imminente catastrofe.
    Le interviste intime — tra cui spicca quella al fidanzato dell’epoca, Wade Griffin, intrappolato in un “ottovolante emotivo” di cieca fiducia e manipolazione economica — restituiscono il ritratto di una comunità devastata dal tradimento.
    Il documentario segue il caso fino al verdetto del 2022 e agli ultimi risvolti legali (con il recente rifiuto dei ricorsi da parte della Corte Suprema). Taylor Parker è oggi una delle pochissime donne nel braccio della morte in Texas, e il film non sconti alla totale assenza di rimorso della protagonista.
    Maternal Instinct è un true crime magnetico che non concede tregua. Riesce nell’intento di non mitizzare il mostro, ma mette i brividi ricordandoci fino a quali abissi possa spingersi un essere umano pur di mantenere in piedi una menzogna. Una visione imprescindibile per gli amanti del genere, a patto di avere lo stomaco forte.

  • Un film per gli eternamente considerati inutili.

    Il documentario Attitudini: Nessuna è molto più di un semplice omaggio nostalgico a Aldo, Giovanni e Giacomo. È un viaggio umano, sincero e sorprendentemente fragile dentro tre uomini che, prima ancora di diventare icone della comicità italiana, sono stati ragazzi pieni di insicurezze, fallimenti e paure.

    La regista Sophie Chiarello evita intelligentemente la trappola del “best of celebrativo”: non costruisce un santino del trio, ma un racconto autentico fatto di ricordi, tensioni, malinconia e amicizia vera. Il film alterna materiale d’archivio, sketch storici e incontri con persone fondamentali del loro percorso, mostrando quanto dietro la loro comicità ci sia sempre stato qualcosa di profondamente umano.

    La cosa più bella di Attitudini: Nessuna è probabilmente il modo in cui riesce a raccontare il tempo che passa. Aldo, Giovanni e Giacomo non cercano di sembrare eternamente giovani o ancora “quelli di Mai Dire Gol”: accettano le rughe, i silenzi, i momenti difficili. Parlano apertamente degli insuccessi — come Fuga da Reuma Park — e delle crepe nei rapporti personali e artistici, inclusa la delicata parentesi con Marina Massironi. Proprio queste confessioni danno al documentario una forza emotiva rara per il cinema italiano contemporaneo.

    Dal punto di vista registico, Chiarello sceglie uno stile quasi “casalingo”: camera a mano, conversazioni spontanee, immagini imperfette. Una scelta che funziona benissimo perché restituisce intimità e vicinanza. Non sembra mai di assistere a un prodotto costruito a tavolino; sembra piuttosto di stare seduti con loro in salotto ad ascoltare vecchi amici raccontarsi la vita.

    E poi c’è il cuore del film: l’amicizia. In un mondo dello spettacolo dove quasi tutto si consuma rapidamente, vedere tre persone restare unite per quarant’anni — pur cambiando, litigando, cadendo e rialzandosi — colpisce davvero. Il documentario suggerisce che il vero talento del trio non sia soltanto la comicità, ma la capacità di essere complementari: tre personalità diversissime che insieme diventano qualcosa di unico.

    Per chi è cresciuto con Tre uomini e una gamba, Così è la vita o Chiedimi se sono felice, questo film ha anche un valore emotivo enorme. Non punta solo sulla nostalgia: la usa per parlare di identità, fallimento, successo e soprattutto del bisogno universale di sentirsi “abbastanza”, anche quando qualcuno ti ha scritto in pagella “attitudini: nessuna”. È proprio quel titolo, apparentemente crudele, a trasformarsi nel messaggio più potente del documentario: spesso chi viene sottovalutato è capace di lasciare il segno più profondo.

    In definitiva, Attitudini: Nessuna è un documentario delicato, divertente e malinconico allo stesso tempo. Fa ridere, certo, ma soprattutto emoziona. E riesce in qualcosa di raro: ricordarci perché Aldo, Giovanni e Giacomo non sono soltanto tre comici, ma un pezzo della memoria collettiva italiana.

  • Smetto quando voglio ad honorem: capolavoro finale.

    Smetto quando voglio – Ad honorem è il terzo e ultimo capitolo della trilogia diretta da Sydney Sibilia. Conclude la storia del gruppo di ricercatori precari iniziata nel primo film.

    Pietro Zinni e i suoi compagni si trovano ancora coinvolti nella lotta contro il traffico di droghe sintetiche. Dopo gli eventi del secondo film, il gruppo cerca di fermare definitivamente il criminale noto come Walter Mercurio, responsabile di una rete illegale molto pericolosa.

    Per riuscirci, i protagonisti devono riunirsi ancora una volta e mettere in pratica le loro competenze scientifiche. Tra inseguimenti, piani improvvisati e situazioni paradossali, la squadra affronta rischi sempre maggiori mentre Pietro tenta anche di salvare la propria vita personale e il rapporto con la fidanzata.

    Nel finale emergono verità nascoste sul passato di Walter Mercurio e sul significato dell’intera vicenda.

    Questo terzo capitolo punta molto sull’azione e sulla conclusione emotiva della storia. Il tono è più maturo rispetto al primo film, ma conserva l’umorismo intelligente e il carattere surreale della trilogia.

    La parte più riuscita resta il gruppo dei protagonisti: ciascuno ha un ruolo preciso e le loro competenze scientifiche vengono usate in modo creativo e divertente. Il film riesce anche a chiudere bene le storie personali dei personaggi principali.

    Pur essendo più spettacolare e meno realistico del primo capitolo, mantiene la critica sociale sul mondo del lavoro e sulla condizione dei giovani ricercatori italiani. È un finale coinvolgente e soddisfacente per una delle commedie italiane più originali degli ultimi anni.

  • Smetto quando voglio.

    Smetto quando voglio – Masterclass è il secondo capitolo della trilogia diretta da Sydney Sibilia. Riprende la storia del gruppo di ricercatori iniziata nel primo film, mantenendo il mix di commedia, azione e critica sociale.

    Dopo essere stato arrestato, Pietro Zinni riceve una proposta dalla polizia: evitare il carcere collaborando con lo Stato. Il suo compito è creare una squadra speciale formata ancora una volta dai suoi ex colleghi universitari per individuare e fermare la diffusione delle nuove droghe sintetiche illegali.

    Il gruppo comincia quindi a lavorare per la polizia sfruttando le proprie competenze scientifiche per riconoscere le sostanze e rintracciare i criminali che le producono. Nel frattempo emergono nuovi pericoli e nuovi avversari, tra cui il misterioso trafficante chiamato “Walter Mercurio”.

    La situazione diventa sempre più complicata e il confine tra legalità e illegalità si fa sempre più sottile.

    Il secondo film è più dinamico e spettacolare del primo, con molte scene d’azione e un ritmo molto veloce. Rimane però centrale la componente ironica: i protagonisti continuano a essere scienziati geniali ma impacciati nella vita pratica.

    Rispetto al primo capitolo, il tono è leggermente più serio e vicino al thriller, ma senza perdere la comicità intelligente che caratterizza la saga. Il film approfondisce anche il rapporto tra i membri del gruppo e sviluppa meglio alcuni personaggi secondari.

    La critica al precariato universitario e alla mancanza di opportunità per i giovani laureati resta uno degli aspetti più interessanti della storia. È un sequel riuscito, divertente e coinvolgente, che prepara bene il finale della trilogia.

  • Smetto quando voglio vol. 1

    Smetto quando voglio è una commedia italiana del 2014 diretta da Sydney Sibilia, che mescola comicità, critica sociale e azione.

    Il protagonista è Pietro Zinni, un brillante ricercatore universitario esperto di neurobiologia che perde il lavoro a causa dei tagli all’università. Disoccupato e senza prospettive, decide di sfruttare le sue conoscenze scientifiche in modo illegale.

    Riunisce così un gruppo di ex ricercatori e studiosi — tutti molto preparati ma precari e sottopagati — per creare una droga sintetica ancora non vietata dalla legge. Il gruppo inizia a vendere la sostanza ottenendo rapidamente successo e denaro, ma presto si trova coinvolto in situazioni sempre più pericolose con criminali e polizia.

    Il film alterna momenti comici a scene più tese, mostrando le difficoltà dei giovani laureati italiani costretti a lavori precari o alla disoccupazione.

    Originale e divertente, perché usa il modello del film criminale in chiave ironica e italiana. La forza principale sta nei personaggi: i protagonisti sono intelligenti e preparati, ma allo stesso tempo fragili e frustrati da un sistema che non valorizza il loro talento.

    La comicità è brillante e spesso basata sul contrasto tra il linguaggio accademico dei protagonisti e il mondo della criminalità. Dietro le battute, però, emerge una critica sociale molto attuale sul precariato e sulla fuga dei cervelli.

    Il ritmo è veloce, i dialoghi sono efficaci e il cast funziona molto bene. È una commedia moderna che riesce a far ridere ma anche riflettere.