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  • Il volto dolceamaro del matrimonio.

    E’ bello credere che l’amore sia il motore della vita, che esista il proprio principe azzurro: sono cazzate. E noi, soprattutto bambine, ci siamo cadute con tutte le scarpe facendoci male. Amare non è un gioco, e non è per i deboli di cuore.

    La vita può essere un percorso ad ostacoli insidioso ed avere qualcuno accanto disposto a sostenerlo non è facile. I matrimoni sono i paravento delle buone intenzioni e una delle fonti di stress peggiori, ricolme di ansia e paura.

    Figuratevi: io ho persino chiamato ufficio anagrafe per avere conferma sulla data.

    La verità è che la paura che la fiaba possa finire è tantissima. Soprattutto quando le incombenze sono tante, le famiglie pressanti e gli obblighi infiniti. A volte, il matrimonio appare come qualcosa di impossibile e complicatissimo.

    Questo film mi ha accompagnato nei momenti prima di questo grande evento che mi sembrava irraggiungibile, e non solo per i motivi già ampiamente esposti.

    Aldo, Giovanni e Giacomo non sono solo comici: rappresentano il ritratto di quell’umanità semplice e che si diverte con le piccole cose.

    In questo film, qualche ruolo si è ribaltato e funziona alla perfezione: segno che i bravi attori possono davvero tutto.

    La trama verte attorno ad un grande evento, che potete immaginare, che avrà dei risvolti inaspettati ma meravigliosi.

    Tre uomini con storie e vite diverse che si trovano a festeggiare un giorno speciale ricolmi di aspettative, paure ed ansie. Esso riguarda i loro figli e per questo vogliono rendere il tutto unico, a modo loro.

    Senza, come spesso succede, tenere conto della cosa più preziosa.

    A voi scoprire, quale sia.

  • La sacralità di una terra emblematica.

    La vita va così è una commedia civile diretta da Riccardo Milani, che ha inaugurato la 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma.

    Il film ha ricevuto recensioni generalmente positive per il suo impegno sociale e la capacità di raccontare una storia di resistenza profondamente legata al territorio sardo

    La pellicola affronta il conflitto tra progresso e identità, ispirandosi alla storia vera di Ovidio Marras, un pastore sardo che si oppose alla cementificazione della sua terra per difenderla da un resort di lusso.

    La critica ha lodato la capacità del regista di mescolare il registro della commedia con la riflessione civile, definendolo un esempio di cinema popolare “alto” che parla di ambiente e memoria.

    Notevole la fotografia delle location, in particolare la spiaggia di Tuerredda.

    Alcuni recensori, pur apprezzando il messaggio, hanno riscontrato un intreccio dai risvolti talvolta prevedibili e una traduzione sardo-italiano non sempre fluida.
    Il film vede protagonisti Virginia Raffaele, Diego Abatantuono e Aldo Baglio, la cui alchimia è stata definita un elemento chiave per la riuscita della commedia.
    La colonna sonora include la partecipazione di Moses Concas, che accompagna la scena finale con la sua armonica.

  • Corona: una vita a vendere senza sosta e ad ogni costo.

    Che fosse un’evento annunciato, oramai, è cosa risaputa: Corona, dovunque vada, è notizia a prescindere. E di questo lui se ne bea.

    Nel bene, ma soprattutto nel male. E questo prodotto Netflix rappresenta appieno la sua essenza. Per quanto lo si possa amare o odiare, lui è un personaggio.

    La serie ne racconta gli inizi, a Milano, in una famiglia di sani principi e con mezzi economici notevoli, costruiti con sacrificio e costanza da parte di un padre, Vittorio Corona, che ha fatto della correttezza morale e della passione il suo baluardo.

    Grande giornalista, e dotato di un carisma unico.

    Eppure Fabrizio Corona, figlio maggiore e rampollo della famiglia, decide di rompere con gli insegnamenti del padre e di creare qualcosa di nuovo e totalmente diverso.

    Va premesso che quando il fotografo dei Vip inizia a lavorare i primi anni 2000, dove esplode il fenomeno sociale dei tronisti, delle vallette, delle letterine e di tutte quelle figure, senza arte né parte ma dotate di una dose di bellezza inconfutabile, che si sono fatte notare.

    E’ il periodo di Costantino Vitagliano per intenderci: un’uomo di cui tutte le adolescenti erano innamorate, bellissimo, ma che di fatto non sapeva mettere insieme un discorso di senso compiuto.

    Corona si è trovato al posto giusto e al momento ancora più azzeccato.

    Diventando amante platonico del buon Lele Mora. Una delle personalità forse più ingenue dello spettacolo, a mio modesto parere. Quest’ultimo fa entrare il giovane Fabrizio dalla porta principale di un mondo fatato ed incredibile.

    Pieno e straripante di soldi.

    Non si può infatti raccontare Corona senza parlare di soldi. Nonostante un agio familiare ottimo e confortevole, il denaro è la droga del ragazzo.

    Fare soldi, custodirli provoca in lui in piacere di natura quasi sessuale.

    Anche durante la narrazione, si comprende quanto guadagnare sia parte del suo essere.

    Il suo ed unico amore sono i soldi, solo e soltanto i soldi.

    Persino la relazione con Nina Moric, i risvolti, la luna di miele, il matrimonio e la nascita del figlio è un modo per monetizzare.

    Senza pudore o scrupolo.

    Su Nina Moric vorrei fare una digressione: il ritratto che ne esce è quello di una donna distrutta, malinconica, con diversi problemi e dannatamente triste.

    Fa male vederla in uno stato simile. Già fin dalle diverse interviste rilasciate si comprende quanto abbia davvero bisogno di un aiuto. Che nessun compagno le ha mai saputo dare.

    Non solo Corona: vi ricordate il teatrino fatto ad hoc dalla D’Urso con tale Mario Favoloso sulla loro relazione?

    Da mettere i brividi, una mercificazione delle debolezze senza che nessuno si sia accordo del bisogno disperato di aiuto da parte di questa donna.

    Fabrizio Corona mostra qualche segnale di affetto verso l’ex moglie, a cui deve moltissimo in termini di soldi e popolarità.

    Non dimentichiamoci che la modella croata è stata, per decenni, la gallina dalle uova d’oro.

    Regalando all’uomo una medianicità unica e complessa.

    Perché analizzare il personaggio di Fabrizio è un compito assolutamente scomodo.

    Guai giudiziari che si mischiano a mascalzonate degne di un emerito coglione fino a delle accuse assurde.

    I commentatori, a ben ragione, definiscono il protagonista come un uomo a metà tra menzogna e verità.

    Non si sa mai il confine tra bugia e verità nella sua narrazione.

    L’incredibile diventa spesso vero e la quotidianità una bugia.

    Aldilà della becera polemica sulla necessità o meno della serie, io credo fermamente che ogni prodotto, anche il più scomodo, debba meritare attenzione.

    Oscurare Corona porterebbe ad accrescerne ancora di più popolarità e fama.

    Lui si bea di tutto questo, nel raccontarsi la sua versione è sempre quella più avvincente, contorta ed unica. Pause studiate, voce suadente, e gesti appassionati.

    Vuole incantare i serpenti e primeggiare per ottenere più soldi.

    Mi ha fatto riflettere il fatto che in tutta la narrazione non sia mai stato nemmeno menzionata una piccola parola per il figlio: Carlos. Una prova ulteriore che gli affetti non esistono, se non correlati ad un guadagno.

    Ma non stupiamoci. Corona senza soldi non esisterebbe, o meglio, respirerebbe.

  • La diva sospesa tra palco e realtà.

    Valeria Bruni Tedeschi è di un altro pianeta, teatrale ma mai eccessivamente ridondante, superba senza essere prepotente. Nel film Duse rappresenta appieno la diva sospesa: tra decadimento e ritrovato vigore. Ancorata ad un successo passato eppure desiderosa di nuove avventure future.

    Mai scomposta, mai fuori luogo. Sempre perfetta sia sul palco che nella vita.

    La sua interpretazione è stato qualcosa di meraviglioso e poeticamente drammatico.

    Una pellicola che non ripercorre i fasti di un successo mondiale e straordinario ma gli ultimi anni di vita di una donna che respirava poesia.

    Creatura angelica nei modi e nei pensieri, recitativa in molti atteggiamenti e profondamente legata al suo adorato teatro.

    D’altronde la Duse non esiste senza teatro e il teatro non esiste senza la Duse.

    In questo film, volutamente, il regista non ripercorre i fasti e gli inizi. Esso si concentra su una donna apparentemente ombra del suo successo.

    Un’po’ leggiadra, distaccata da realtà e con il focus sull’arte e sul ritorno dalle scene.

    Apparentemente disinteressata ai suoi drammi, come la perdita del denaro e il rapporto burrascoso con la figlia, eppure così intensa in ogni singola emozione.

    Bellissima, toccante ed unica: appunto, di un altro pianeta.

    Un mondo che non ha bisogno di altro se non della sua essenza infinita ed ossigenante di arte.

  • Un film scomodo e perversamente glorificatore.

    Nascita di una nazione (titolo originale The Birth of a Nation), film muto del 1915 diretto da D.W. Griffith, è un’opera monumentale e controversa, celebre per le sue innovazioni cinematografiche rivoluzionarie, ma tristemente famosa per la sua trama apertamente razzista e la glorifitrice del Ku Klux Klan. 

    Il film, basato sui romanzi The Clansman e The Leopard’s Spots di Thomas Dixon Jr., è un’epopea che copre gli eventi della Guerra Civile Americana e l’era della Ricostruzione, seguendo le vicende di due famiglie: i Stoneman, unionisti del Nord, e i Cameron, confederati del Sud. 

    Il film si articola in diverse parti, principalmente due.

    La prima metà del film si concentra sullo scoppio della guerra, mostrando i figli delle due famiglie diventare amici a scuola, per poi trovarsi nemici sul campo di battaglia. Vengono rappresentate battaglie su larga scala e gli eventi storici che culminano nell’assassinio del Presidente Abraham Lincoln.

    La seconda parte è ambientata durante l’era della Ricostruzione. Il Sud è ritratto come caduto nel caos sotto la guida di politici radicali del Nord e degli afroamericani (spesso interpretati da attori bianchi in blackface) che vengono dipinti come rozzi, pigri e pericolosi. In questa fase, il film presenta la nascita del Ku Klux Klan come un movimento eroico, un “salvatore bianco” che ristabilisce l’ordine e protegge la purezza della razza bianca, culminando nel salvataggio di una donna bianca da un “brutale” uomo nero.

    Dal punto di vista della tecnica cinematografica, Nascita di una nazione è considerato un capolavoro e una pietra miliare della storia del cinema.

    Griffith introdusse e perfezionò tecniche narrative e visive innovative per l’epoca, come il montaggio parallelo, i primi piani, i fade-out e sequenze di battaglia su vasta scala con centinaia di comparse, che emozionarono il pubblico e rivoluzionarono il linguaggio filmico.
    Tuttavia, la sua eredità è profondamente offuscata dal suo contenuto estremamente razzista e dalla sua tesi apologetica del KKK. All’epoca della sua uscita, fu il film di maggior successo commerciale e il più lungo mai realizzato, ma scatenò anche immediate e accese proteste da parte della NAACP (Associazione Nazionale per il Progresso delle Persone di Colore) e di altri gruppi per i diritti civili.
    Il film è stato accusato di aver contribuito alla rinascita del KKK nella vita reale e di aver cementato stereotipi dannosi e violenti sugli afroamericani nell’immaginario collettivo americano per decenni.

    La visione del film oggi richiede una consapevolezza critica del suo contesto storico e del suo messaggio ideologico problematico, riconoscendolo come un’opera d’arte formalmente brillante ma moralmente ripugnante. È un film che continua a generare dibattito sul rapporto tra arte, propaganda e responsabilità sociale.