Film

SE AMI IL CINEMA NON TI PUOI PERDERE QUESTI CONTENUTI

  • Una di famiglia, e qualcosa di più.

    Una di famiglia – The Housemaid: il guilty pleasure ad alto tasso di tensione che rispolvera i fasti del thriller psicologico patinato anni ’90.

    Tratto dal bestseller di Freida McFadden e diretto da Paul Feig, il film si regge su un duello d’attrici magnetico e su una trama ricca di inganni, dove nulla è davvero come sembra.


    Millie (Sydney Sweeney) è una giovane donna con un passato difficile e un disperato bisogno di ricominciare. L’occasione della vita si presenta quando viene assunta come governante da Nina (Amanda Seyfried) e Andrew Winchester (Brandon Sklenar), una coppia facoltosa che vive in una villa impeccabile.

    Tuttavia, il sogno ad occhi aperti sfuma in fretta: la padrona di casa mostra sbalzi d’umore opprimenti, la mansarda destinata a Millie ha una serratura sospetta che si chiude solo dall’esterno, e l’apparente perfezione della famiglia si sgretola giorno dopo giorno, rivelando un gioco di potere spietato e manipolatorio.


    Perché Vale la Pena Vederlo ?

    • La chimica tra le protagoniste: Sydney Sweeney gestisce con efficacia il passaggio dalla vulnerabilità alla determinazione, mentre Amanda Seyfried offre un’interpretazione eccentrica ed imprevedibile, visibilmente a suo agio nei panni di un personaggio dalle mille sfaccettature.
    • L’atmosfera lussuosa e soffocante: La grande villa di Long Island diventa un vero e proprio personaggio, trasformandosi da rifugio elegante in una gabbia dorata.
    • Intrattenimento puro e ritmo incalzante: Il film non pretende di stravolgere il genere, ma gioca con consapevolezza tra segreti, ribaltamenti di fronte e una spruzzata di malizia pop che tiene incollati allo schermo per tutta la durata.

    Un titolo perfetto per una serata all’insegna del mistero, dei colpi di scena e dei sotterfugi domestici.

  • Ricomincio da tac.

    Dopo il successo del primo capitolo, nel 2024 il Milanese Imbruttito è tornato sul grande schermo con Ricomincio da taac, diretto ancora una volta da *del Bono e Snellinberg* (con la produzione di Medusa Film e Wildside).
    Se Mollo tutto e apro un chiringuito aveva costretto l’Imbruttito a fare i conti con la natura e i ritmi lenti della Sardegna, questo secondo capitolo sceglie una strada diversa: riportare il caos della provincia e la follia della finanza sotto una nuova, esilarante luce, giocando con i cliché del mondo corporate post-pandemico.

    La vita dell’Imbruttito sembrava aver trovato una sua quadra, ma la quiete dura poco nel mondo del business. Nel film, il nostro protagonista si ritrova improvvisamente spogliato di tutto: status symbol, giacca a tre bottoni, auto aziendale e, peggio di ogni altra cosa, del suo amato fatturato.
    Vittima di un complotto aziendale o di una serie di catastrofiche decisioni manageriali, l’Imbruttito si ritrova emarginato dal giro che conta. Costretto a ricominciare dal basso, deve reinventarsi in ruoli che per lui sono pura fantascienza, tra tentativi maldestri di riscatto sociale, lavoretti umili (per i suoi standard) e la necessità di fare i conti con una Milano che nel frattempo è andata avanti, tra startup sostenibili e green economy. Riuscirà a rimettere in piedi il proprio impero personale gridando il suo celebre motto?
    Germano Lanzoni indossa i panni dell’Imbruttito con ancora maggiore sicurezza. In questo film, il protagonista mostra crepe più evidenti nella sua corazza di cinismo e arroganza. La caduta economica e di status permette di esplorare una vena leggermente più malinconica, senza mai perdere la verve comica.
    Il film azzecca il bersaglio quando prende in giro le mode aziendali più recenti: il team building estremo, il mindfulness forzato in ufficio, le criptovalute, il gergo finto-inclusivo delle multinazionali e la retorica tossica dell’hustle culture.
    Funziona molto bene la dinamica corale. Accanto a Lanzoni ritroviamo le figure chiave come la moglie e i fedeli collaboratori, che ampliano le gag e offrono punti di vista differenti sulla frenesia milanese.
    Per quanto divertente, la struttura narrativa rischia talvolta di sembrare una variazione sul tema del primo film. Ancora una volta il protagonista deve subire una lezione di vita per capire che “i soldi non sono tutto”, una traiettoria morale già ampiamente esplorata nel capitolo precedente.
    Alcuni personaggi secondari e certe situazioni comiche tendono all’accumulo, strizzando un po’ troppo l’occhio alle dinamiche dei reel di Instagram e rischiando l’effetto “sketch prolungato”.
    Il film conferma la bontà dell’operazione cinematografica legata al brand del Milanese Imbruttito. Non si prende mai sul serio, diverte con battute a raffica e offre uno specchio (estremamente deformato ma sorprendentemente lucido) delle nevrosi lavorative dei nostri giorni.
    Se vi è piaciuto il primo, questo capitolo non vi deluderà: è la classica commedia leggera che si lascia guardare tutta d’un fiato, perfetta per chiunque abbia almeno una volta risposto a una mail di domenica sera.

  • Mollo tutto e apro un chiringuito.


    Il grande schermo ha il potere di prendere fenomeni pop nati sul web e trasformarli in lungometraggi. Nel 2021, il Milanese Imbruttito ha fatto il grande salto dalla pagina Facebook al cinema con “Mollo tutto e apro un chiringuito”, diretto da John Snellinberg.
    Il risultato? Una commedia che, pur strizzando l’occhio al target nativo della pagina, riesce a sorprendere uscendo parzialmente dalla sua comfort zone.
    Il film prende il via nel tempio sacro dell’Imbruttito: Milano, la città del fatturato, dei aperitivi smart working e delle riunioni calendarizzate. Il nostro protagonista (interpretato da un eccellente Germano Lanzoni, che dà corpo e anima alla caricatura) vive la sua solita frenetica routine a base di KPI, deadline e fatturato da raddoppiare.
    Ma la vita riserva dei colpi di scena. Per una serie di disavventure finanziarie e burocratiche l’Imbruttito si ritrova costretto a lasciare le nebbie della Madonnina per trasferirsi in un isolotto sardo semi-disabitato, dove dovrebbe sorgere il famigerato chiringuito.
    Da qui parte lo scontro culturale per eccellenza: il milanese “miao” (stressato, ipercinetico, dipendente da WhatsApp) sbarca in un contesto fatto di ritmi lenti, “tempo sardo”, natura selvaggia e paesani diffidenti guidati da un capopopolo locale irresistibile.
    Se il personaggio social funziona grazie a brevi battute fulminanti, il merito della tenuta del film è tutto di Lanzoni. Riesce a rendere tridimensionale una maschera che rischiava di rimanere bidimensionale, donandogli momenti di autentica vulnerabilità senza tradire il cinismo tipico del personaggio.
    La sceneggiatura ha il coraggio di prendere in giro bonariamente proprio il mito milanese. Non si limita a celebrare l’efficienza della città, ma ne evidenzia i tic, le nevrosi e l’ossessione patologica per il lavoro, smontandone le certezze sotto il sole della Sardegna.
    Accanto a Lanzoni troviamo una spalla d’eccezione come Claudio Bisio, Brenda Lodigiani e il Nano, che garantiscono continuità e gag collaudate.
    Trattandosi del salto da un format nativo social (fatto di video di pochi minuti) al lungometraggio, in alcuni momenti centrali la sceneggiatura accusa un po’ di stanca, affidandosi a gag e cliché già visti o prevedibili sulla contrapposizione Nord-Sud.
    Per trovare una quadra narrativa, il finale cede inevitabilmente a una morale un po’ zuccherosa e buonista (“il lavoro non è tutto nella vita”), che se da un lato chiude bene l’arco di trasformazione del personaggio, dall’altro fa storcere un po’ il naso ai fan più duri e puri dell’Imbruttito cinico e spietato.
    Non è un capolavoro della commedia italiana, ma è una boccata d’aria fresca nel panorama dei prodotti cinematografici legati ai fenomeni del web. Rende giustizia a un personaggio iconico, strappa sincere risate e, cosa non scontata, ha il coraggio di dire che ogni tanto spegnere il telefono e guardare il mare non fa poi così schifo.

  • Taylor Parker: la follia di una bugia.


    Non si tratta del solito documentario d’indagine incentrato sul “chi è stato”, ma di un viaggio agghiacciante nei dieci mesi in cui una donna ha letteralmente fabbricato una realtà parallela, culminata in uno dei crimini più feroci della recente cronaca nera americana.
    Al centro di Maternal Instinct c’è Taylor Parker, una donna del Texas che nel 2019 inizia una relazione con Wade Griffin. Desiderosa di legarlo a sé a ogni costo, ma impossibilitata ad avere figli a causa di un’isterectomia precedente, Taylor mette in piedi una messinscena titanica: finge una gravidanza per ben dieci mesi.
    Il documentario mostra come la Parker sia riuscita a ingannare il compagno, gli amici e i social media attraverso pance finte in silicone, ecografie contraffatte e persino sontuosi gender reveal party. Ma le bugie hanno una data di scadenza.

    Il 9 ottobre 2020, giorno in cui avrebbe dovuto partorire (o meglio, simulare il parto), Taylor compie l’impensabile: si reca a casa di Reagan Simmons-Hancock, un’amica ventunenne al settimo mese di gravidanza, la uccide brutalmente e le strappa il feto dal grembo nel disperato tentativo di spacciarlo per suo.
    La regista Jessica Dimmock (già nota per I fitti misteri del Texas) adotta un taglio che privilegia il ritratto psicologico e l’impatto umano rispetto al semplice voyeurismo macabro. Il documentario brilla per tre aspetti fondamentali:
    Il focus non è solo sull’atto finale, ma sull’escalation. Vedere i filmati d’archivio e i post social in cui Taylor sorride fiera con il pancione, sapendo cosa accadrà da lì a pochi mesi, crea nello spettatore una costante sensazione di imminente catastrofe.
    Le interviste intime — tra cui spicca quella al fidanzato dell’epoca, Wade Griffin, intrappolato in un “ottovolante emotivo” di cieca fiducia e manipolazione economica — restituiscono il ritratto di una comunità devastata dal tradimento.
    Il documentario segue il caso fino al verdetto del 2022 e agli ultimi risvolti legali (con il recente rifiuto dei ricorsi da parte della Corte Suprema). Taylor Parker è oggi una delle pochissime donne nel braccio della morte in Texas, e il film non sconti alla totale assenza di rimorso della protagonista.
    Maternal Instinct è un true crime magnetico che non concede tregua. Riesce nell’intento di non mitizzare il mostro, ma mette i brividi ricordandoci fino a quali abissi possa spingersi un essere umano pur di mantenere in piedi una menzogna. Una visione imprescindibile per gli amanti del genere, a patto di avere lo stomaco forte.

  • Un film per gli eternamente considerati inutili.

    Il documentario Attitudini: Nessuna è molto più di un semplice omaggio nostalgico a Aldo, Giovanni e Giacomo. È un viaggio umano, sincero e sorprendentemente fragile dentro tre uomini che, prima ancora di diventare icone della comicità italiana, sono stati ragazzi pieni di insicurezze, fallimenti e paure.

    La regista Sophie Chiarello evita intelligentemente la trappola del “best of celebrativo”: non costruisce un santino del trio, ma un racconto autentico fatto di ricordi, tensioni, malinconia e amicizia vera. Il film alterna materiale d’archivio, sketch storici e incontri con persone fondamentali del loro percorso, mostrando quanto dietro la loro comicità ci sia sempre stato qualcosa di profondamente umano.

    La cosa più bella di Attitudini: Nessuna è probabilmente il modo in cui riesce a raccontare il tempo che passa. Aldo, Giovanni e Giacomo non cercano di sembrare eternamente giovani o ancora “quelli di Mai Dire Gol”: accettano le rughe, i silenzi, i momenti difficili. Parlano apertamente degli insuccessi — come Fuga da Reuma Park — e delle crepe nei rapporti personali e artistici, inclusa la delicata parentesi con Marina Massironi. Proprio queste confessioni danno al documentario una forza emotiva rara per il cinema italiano contemporaneo.

    Dal punto di vista registico, Chiarello sceglie uno stile quasi “casalingo”: camera a mano, conversazioni spontanee, immagini imperfette. Una scelta che funziona benissimo perché restituisce intimità e vicinanza. Non sembra mai di assistere a un prodotto costruito a tavolino; sembra piuttosto di stare seduti con loro in salotto ad ascoltare vecchi amici raccontarsi la vita.

    E poi c’è il cuore del film: l’amicizia. In un mondo dello spettacolo dove quasi tutto si consuma rapidamente, vedere tre persone restare unite per quarant’anni — pur cambiando, litigando, cadendo e rialzandosi — colpisce davvero. Il documentario suggerisce che il vero talento del trio non sia soltanto la comicità, ma la capacità di essere complementari: tre personalità diversissime che insieme diventano qualcosa di unico.

    Per chi è cresciuto con Tre uomini e una gamba, Così è la vita o Chiedimi se sono felice, questo film ha anche un valore emotivo enorme. Non punta solo sulla nostalgia: la usa per parlare di identità, fallimento, successo e soprattutto del bisogno universale di sentirsi “abbastanza”, anche quando qualcuno ti ha scritto in pagella “attitudini: nessuna”. È proprio quel titolo, apparentemente crudele, a trasformarsi nel messaggio più potente del documentario: spesso chi viene sottovalutato è capace di lasciare il segno più profondo.

    In definitiva, Attitudini: Nessuna è un documentario delicato, divertente e malinconico allo stesso tempo. Fa ridere, certo, ma soprattutto emoziona. E riesce in qualcosa di raro: ricordarci perché Aldo, Giovanni e Giacomo non sono soltanto tre comici, ma un pezzo della memoria collettiva italiana.