Mostre ed eventi

  • Le Quattro giornate di Napoli

    Le Quattro Giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) rappresentano uno degli episodi più straordinari, intensi e fondativi della storia della Resistenza italiana e della Seconda guerra mondiale. Per la prima volta in Europa, una grande città insorse spontaneamente e riuscì a liberarsi dall’occupazione nazifascista prima dell’arrivo delle truppe alleate.

    Di seguito vengono ricostruiti i fatti storici, i protagonisti e le dinamiche di quei giorni, supportati dalle risultanze storiografiche e dai documenti ufficiali.


    Dopo l’annuncio dell’armistizio (8 settembre 1943), Napoli si ritrovò in un drammatico vuoto di potere. L’esercito italiano e i vertici militari (come il generale Ettore Del Tetto) fuggirono o si sbandarono senza dare ordini alla truppa, lasciando la popolazione in balia dell’implacabile reazione tedesca.

    Il comando germanico, guidato dal colonnello Walter Scholl, impose lo stato d’assedio, il coprifuoco, la confisca dei beni alimentari e l’ordine di consegna immediata di tutte le armi pena la fucilazione. Vennero avviati rastrellamenti di massa per deportare in Germania i giovani napoletani destinati al lavoro forzato, mentre la città subiva devastazioni e saccheggi. La miccia della rivolta era pronta a esplodere.


    La rivolta non fu pianificata a tavolino da partiti o organizzazioni clandestine strutturate, ma nacque come un’esplosione spontanea di massa che unì ex militari sbandati, operai, studenti, intellettuali e donne.

    • 27 settembre: I primi episodi di aperta ribellione si verificarono quando la folla, esasperata, scese in strada per impedire i rastrellamenti. In via Santa Teresa a Chiaia e in altre zone della città, cittadini disarmati e pochi militari fedeli al paese affrontarono le autoblindate tedesche. Vengono assaltati i primi depositi per sottrarre armi.
    • 28 e 29 settembre: Gli scontri si intensificarono e si estesero a tutti i quartieri popolari e collinari (Vomero, Materdei, Montesanto, Poggioreale). Si alzarono barricate. Gli insorti utilizzarono fucili, pistole, bombe a mano ma anche mezzi di fortuna. Decisiva fu la partecipazione dei cosiddetti “scugnizzi” e di centinaia di donne che rifornirono i combattenti, nascosero le armi e spararono dai tetti. Al Vomero, la reazione popolare liberò centinaia di prigionieri rastrellati dai nazisti allo Stadio del Littorio.
    • 30 settembre: Braccati dalla guerriglia urbana, impossibilitati a mantenere il controllo del territorio e con l’avanzata delle truppe alleate ormai imminente, i reparti tedeschi iniziarono la ritirata definitiva. Il 1° ottobre gli Alleati entrarono in una Napoli già libera.

    Il prezzo pagato dalla città fu altissimo. Le stime ufficiali e i registri del cimitero di Poggioreale parlano di centinaia di vittime tra i civili e gli insorti (le cifre oscillano tra i 150 e gli oltre 500 morti a seconda delle fonti di conteggio e dei feriti deceduti in seguito).

    • Gennaro Capuozzo (“Gennarì”): È il simbolo più celebre delle Quattro Giornate. Un ragazzo di soli 12 anni che perse la vita sui tetti del Vomero mentre combatteva contro i tedeschi. Alla sua memoria fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
    • Madadaglie e Riconoscimenti: Per il coraggio dimostrato dall’intera cittadinanza, a Napoli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione ufficiale:

    «Impegnata in un’impari lotta col secolare nemico offriva alla Patria, nelle “Quattro Giornate” di fine settembre 1943, numerosi eletti figli. Col suo glorioso esempio additava a tutti gli Italiani, la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria.»


    Chi desidera approfondire la ricostruzione storica di quei giorni attraverso fonti certificate e materiali d’archivio può fare riferimento a:

    1. Atti e Documenti dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza “Vera Lombardi” (ICSR): Custodisce diari, fotografie, bandi d’epoca del comando tedesco e registri dei caduti.
    2. Archivio Centrale dello Stato (Roma): Fondo del Ministero dell’Interno (1943), che contiene i rapporti di polizia, le relazioni prefettizie e i documenti relativi ai processi ai gerarchi e ai vertici militari che abbandonaron la città (come il generale Del Tetto, successivamente condannato).
    3. Saggistica storica:
    • Le Quattro Giornate di Napoli di Aldo De Jaco (una delle ricostruzioni giornalistiche e storiche più puntuali basate sulle testimonianze dei protagonisti).
    • Gli studi di storiografia resistenziale e i saggi pubblicati dall’ANPI e dall’Istituto Nazionale Ferruccio Parri.
    1. Testimonianze cinematografiche d’epoca: Il capolavoro cinematografico Le quattro giornate di Napoli (1962) di Nanni Loy, candidato a due premi Oscar, la cui sceneggiatura fu costruita su una rigorosa e documentatissima inchiesta storica condotta da Vasco Pratolini, Carlo Bernari e Massimo Franciosa sulle reali dinamiche della rivolta popolare.
  • Oltre lo schermo, per conoscere l’anima.

    Viviamo in un’epoca in cui il nostro volto ha trovato dimora negli schermi, riducendosi spesso a una sintesi di icone, simboli e segni patinati e pertanto abbiamo imparato ad esporre un’identità costruita, filtrata e calibrata per sostenere lo sguardo altrui, scivolando in una sottile e costante alienazione che ci allontana dall’incontro autentico.
    È proprio in questa zona di confine, fragile e inquieta del nostro presente, che si radica la ricerca artistica di Rosario Oliva, protagonista della mostra personale AL-TER, ospitata nelle sale della CathArt Gallery di Varese.
    Curato dalla straordinaria Carla Pugliano, artista, direttrice della galleria e figura di spicco nel panorama culturale contemporaneo, e con un intenso intervento critico firmato dalla storica dell’arte e curatrice Giulia Bonetti, l’evento rappresenta un appuntamento imperdibile per gli amanti dell’arte contemporanea.
    Un percorso espositivo di respiro internazionale che arriva a Varese forte di prestigiosi riconoscimenti, tra cui il recente approfondimento critico dedicato all’opera Identity nel Padiglione Nazionale di Grenada alla 61ª Biennale Arte di Venezia e la pubblicazione nell’Atlante dell’Arte Contemporanea 2026 (edito da Giunti, edizione speciale MoMA).
    Il percorso della mostra si snoda tra digitale, silenzi e materia.
    Tutto il nucleo originario di AL-TER, il cui termine che dal latino evoca il doppio, l’alter ego, ma anche la mutazione e l’alterazione, nasce proprio dalla frattura e dal punto di rottura tra chi siamo e come ci autorappresentiamo.
    Nelle tele del maestro Oliva, i volti affiorano attraverso sovrapposizioni e slittamenti, oscillando mirabilmente in bilico fra precisione e dissoluzione: l’artista, forte di una straordinaria carriera nel campo della creatività digitale e docente alla NABA, non guarda alla tecnologia come a un rifugio nostalgico, ma fonde la cultura dei pixel con la fisicità della materia pittorica (acrilico, olio e carboncino), dando vita a un linguaggio in perfetto equilibrio tra figurazione e astrazione.
    Tuttavia, la mostra sa aprirsi a dimensioni più rarefatte e meditative attraverso cui, accanto ai lavori legati all’ipervisibilità digitale, il visitatore incontra i “luoghi sospesi” composti da spazi mentali fatti di echi urbani, orizzonti dilatati e oggetti carichi di un’assenza irrisolta, come una sedia solitaria che custodisce le tracce del passaggio umano.
    A completare questa polifonia visiva vi sono le opere a carboncino, dove il segno si riduce all’essenziale in un rigoroso dialogo primario tra nero, bianco e superficie, ridisegnando i confini stessi della traccia e della memoria.
    L’esposizione aprirà ufficialmente le porte al pubblico con l’inaugurazione prevista per sabato 19 settembre 2026, alle ore 17:30, ma il calendario degli eventi legati alla mostra verrà ulteriormente arricchito da un appuntamento dal vivo di straordinario fascino: sabato 26 settembre, sempre alle 17:30, Rosario Oliva sarà protagonista di uno sketch live, offrendo agli astanti la rara opportunità di osservare in diretta la genesi del suo gesto creativo.
    Un invito aperto a rallentare il tempo, a riscoprire la quiete e a interrogarsi, per mezzo della bellezza dell’arte, sul senso profondo del nostro abitare il presente.
    Sarà possibile visitare la mostra, ad ingresso libero, dal 19 al 30 settembre 2026 con i seguenti orari di apertura:
    Martedì – venerdì: 16:30 – 18:30
    Sabato: 10:30 – 12:00 / 15:30 – 18:30
    Domenica: 15:30 – 18:30

    Non perdete l’occasione di ammirare l’infinito con gli occhi di un artista dalla mente senza confini.

  • San Nicola a Castiglione.



    A Castiglione Olona la festa che parte da una chiesa antica e attraversa il cuore della comunità

    Ci sono feste che appartengono al calendario e feste che, invece, appartengono alla memoria. A Castiglione Olona la Festa di San Nicola è una di queste.

    Ogni settembre, quando l’estate comincia lentamente a lasciare spazio ai colori più morbidi dell’autunno, il rione di Madonna in Campagna torna ad animarsi attorno a una delle tradizioni più sentite della comunità castiglionese. Non è soltanto una festa religiosa: è un appuntamento nel quale fede, storia, identità popolare e socialità si intrecciano fino a diventare una cosa sola.

    E il cuore di tutto è una chiesa.

    Una chiesa che oggi sembra quasi essersi fatta raggiungere dal paese, ma che un tempo sorgeva davvero in mezzo alla campagna, lontana dal nucleo storico dell’abitato. Il suo stesso nome conserva la memoria di quel paesaggio agricolo che per secoli ha circondato Castiglione Olona.

    La storia di Madonna in Campagna è già, di per sé, una piccola storia di devozione popolare.

    La costruzione dell’edificio ebbe inizio nel 1566, in prossimità di un preesistente oratorio quattrocentesco dedicato a Santa Maria Rosa. Il cantiere procedette lentamente, anche a causa delle difficoltà economiche, e soltanto decenni più tardi l’edificio poté essere portato a compimento: nel 1646 l’arcivescovo di Milano, il cardinale Cesare Monti, dispose infatti la ripresa dei lavori.

    La chiesa conserva ancora oggi un aspetto volutamente sobrio: la facciata a capanna in muratura a vista, la grande finestra a serliana, le lesene laterali e quell’architettura raccolta che sembra appartenere più al paesaggio rurale che alla città.

    Ma dietro quella semplicità si nasconde un patrimonio artistico sorprendente.

    All’interno, una navata unica conduce verso il presbiterio e le due cappelle laterali: una dedicata alla Madonna della Cintura, l’altra proprio a San Nicola da Tolentino. Nell’abside si trova una suggestiva Natività inserita in una scenografica architettura dipinta, attribuita alla scuola del Morazzone. Di grande interesse è inoltre l’organo settecentesco del varesino Giovanni Battista Biroldi.

    E proprio gli interventi di restauro degli ultimi anni hanno restituito nuove testimonianze della storia della chiesa: nella cappella della Madonna della Cintura sono riemersi affreschi seicenteschi dedicati a San Francesco.

    Davanti alla chiesa, quasi come una sentinella del tempo, sopravvive inoltre l’antico oratorio quattrocentesco di Santa Maria Rosa, con l’affresco della Madonna della Misericordia.

    È un luogo nel quale i secoli sembrano essersi dati appuntamento.

    La devozione a San Nicola da Tolentino assume un ruolo preciso nella storia dell’edificio nel 1724, quando la chiesa viene restaurata dagli abitanti della zona proprio in suo onore. A San Nicola viene dedicata la cappella laterale sinistra.

    Da allora il rapporto tra il Santo e questo angolo di Castiglione Olona diventa qualcosa di più profondo di una semplice intitolazione.

    San Nicola entra nella vita del rione.

    Diventa una presenza familiare, un punto di riferimento, una figura capace di unire la dimensione religiosa con quella più intima della comunità.

    Ed è forse proprio per questo che la festa conserva ancora oggi un fascino particolare: il Santo non viene semplicemente celebrato. San Nicola viene portato fuori dalla sua chiesa e restituito simbolicamente alla sua gente.

    C’è un momento nel quale la festa cambia natura.

    Fino a quel momento San Nicola appartiene alla penombra della chiesa, all’altare, alle preghiere, alla devozione silenziosa.

    Poi arriva la sera della processione.

    La celebrazione eucaristica nella chiesa di Madonna in Campagna precede l’uscita della statua di San Nicola da Tolentino. Nel 2026 l’appuntamento è fissato per domenica 13 settembre alle 18, seguito alle 19 dalla processione attraverso il rione.

    Ed è allora che accade qualcosa di profondamente suggestivo.

    La porta della chiesa si apre.

    Il Santo esce.

    E quella che fino a un attimo prima era una chiesa diventa il punto di partenza di un cammino collettivo.

    San Nicola attraversa le strade, mentre intorno si raccolgono persone che forse hanno partecipato alla festa per motivi diversi: per fede, per tradizione, per affetto, per ricordare qualcuno, per ritrovare amici e vicini.

    Ma nel momento della processione tutte queste ragioni finiscono per incontrarsi.

    La bellezza della Festa di San Nicola sta proprio nella sua capacità di non separare il sacro dal quotidiano.

    Accanto alle celebrazioni religiose ci sono le visite guidate, la musica, gli spettacoli, il cibo, il mercatino, l’asta benefica e i momenti dedicati ai bambini.

    Nel programma 2026, il sabato è prevista anche l’apertura della chiesa alle visite guidate, mentre la sera Piazza Repubblica diventa luogo di incontro con spettacoli, musica e iniziative promosse insieme alle attività commerciali locali.

    E c’è un particolare significativo: la festa non viene organizzata soltanto come manifestazione religiosa, ma coinvolge Comune, parrocchia, rione e realtà commerciali del territorio.

    È la comunità che si mette insieme.

    Ed è forse questo il significato più autentico di una festa popolare: non soltanto ricordare ciò che è stato, ma continuare a costruire qualcosa insieme.

    QUANDO IL SANTO ESCE DALLA CHIESA, È IL PAESE CHE GLI VA INCONTRO

    Forse la cosa più bella da raccontare di San Nicola a Castiglione Olona non è il programma della festa.

    È quell’immagine.

    Una statua che lascia una piccola chiesa nata secoli fa tra i campi.

    Una porta che si apre.

    Le persone che si raccolgono.

    Le strade che cambiano volto.

    E un Santo che, per una sera, sembra tornare davvero nel luogo al quale appartiene.

    Madonna in Campagna non è semplicemente lo scenario della festa. È la sua origine, la sua memoria e il suo punto di partenza.

    La chiesa conserva il passato; la processione lo porta nel presente.

    Ed è in questo passaggio, apparentemente semplice, che vive la forza della tradizione.

    Perché le tradizioni non sopravvivono soltanto perché vengono ripetute.

    Sopravvivono quando qualcuno continua a sentirle proprie.

    A Castiglione Olona, ogni settembre, San Nicola esce dalla sua chiesa.

    E quando attraversa le strade di Madonna in Campagna, porta con sé qualcosa che non è soltanto devozione: porta la memoria di una comunità che, attraverso i secoli, continua a riconoscersi nella propria storia.

    Ed è forse per questo che, ancora oggi, quando quella porta si apre, vale la pena fermarsi a guardare.

    Perché in quel momento non esce soltanto un Santo.

    Esce la storia di un paese.

  • Forse, colei che amò più di tutte.

    Sullo sfondo tumultuoso dell’Inghilterra tudoriana, Jane Seymour emerge come una figura apparentemente enigmatica: una regina che regnò per soli 18 mesi, ma che riuscì ad assicurarsi un posto d’onore imperituro nella memoria e nel cuore di Enrico VIII.

    Considerata storicamente la sua «vera» moglie e la prediletta, Jane incarnò l’antidoto perfetto alle drammatiche vicende che avevano travolto Caterina d’Aragona e la carismatica, ma fatale, Anna Bolena.

    Jane Seymour nacque intorno al 1508 nella nobile famiglia dei Seymour di Wulfhall, nel Wiltshire. Educata secondo i canoni tradizionali riservati alle dame dell’epoca, incentrati sulla gestione domestica, il ricamo e l’etichetta piuttosto che sull’umanesimo rigido o le lingue straniere, entrò a corte come dama di compagnia di Caterina d’Aragona prima, e di Anna Bolena poi.

    Laddove Anna era brillante, intellettuale, spregiudicata e incline alla politica, Jane fece della riservatezza e della sottomissione la propria cifra stilistica. Il suo motto personale, «Bound to obey and serve» (Tenuta ad obbedire e servire), riassumeva l’ideale della femminilità tudoriana più conservatrice. Per un re stanco delle tensioni politiche e intellettuali vissute con la Bolena, Jane rappresentò un’oasi di tranquillità e docilità.

    Enrico VIII si invaghì seriamente di Jane all’inizio del 1536. La famiglia Seymour, guidata dai fratelli di Jane (Edward e Thomas, figure ambiziose e scaltre), mantenne la giovane donna al riparo da scandali, guidandone le mosse per evitare che diventasse una semplice amante.

    I due si sposarono il 30 maggio 1536, appena undici giorni dopo l’esecuzione di Anna Bolena. Jane non venne mai incoronata ufficialmente regina, sia a causa dell’epidemia di peste che colpì Londra, sia perché il re desiderava attendere la nascita di un erede maschio prima di consacrarla con tale rito.

    Sebbene lontana dalle macchinazioni aperte, Jane non fu del tutto priva di pragmatismo. Intercedette con successo per la riconciliazione tra Enrico e la figlia primogenita Maria (la futura Maria I), ma quando tentò di perorare la causa dei cattolici durante la rivolta del Pellegrinaggio della Grazia (1536), Enrico la fermò con severità, ricordandole la fine fatta dalla sua spietata precettrice, Anna Bolena. Da quel momento, Jane si mantenne strettamente nei margini del suo ruolo decorativo e domestico.

    Il contributo decisivo di Jane alla storia della dinastia Tudor arrivò il 12 ottobre 1537, con la nascita dell’agognato erede maschio: il futuro re Edoardo VI.

    La gioia del sovrano e della nazione fu tuttavia rapidamente oscurata dalla tragedia. A causa di complicanze post-parto (molto probabilmente febbre puerperale), Jane Seymour si spense il 24 ottobre 1537 al St James’s Palace, pochi giorni dopo il battesimo del figlio.

    Il valore storico e simbolico di Jane Seymour risiede soprattutto nell’impatto emotivo e dinastico che lasciò su Enrico VIII.

    Avendogli donato l’unico erede maschio legittimo sopravvissuto, Jane compì il dovere supremo che né Caterina né Anna erano riuscite a portare a termine. Questo successo le garantì un’aureola di perfezione sconsacrata dal tempo: morendo al culmine dell’amore e del successo, non visse abbastanza per disilludere o deludere il sovrano.

    Quando Enrico VIII morì dieci anni dopo, nel 1547, lasciò disposizioni precise per essere sepolto nella cappella di San Giorgio al Castello di Windsor proprio al fianco di Jane Seymour, l’unica delle sue sei mogli a ricevere questo onore.

    Nel celebre ritratto di Hans Holbein il Giovane, Jane viene immortalata con abiti sontuosi ma con un’espressione composta, composta e impenetrabile. Quel volto divenne il simbolo dell’armonia restaurata (seppur brevemente) alla corte tudoriana, consegnandola alla storia come la regina che salvò la linea di successione della corona inglese.

  • Dalle radici del 1977 al villaggio dell’innovazione: storia ed evoluzione della Fiera di Varese.

    La Fiera di Varese torna alla Schiranna dall’11 al 20 settembre 2026 per la sua 48ª edizione.Dieci giorni a ingresso gratuito sulle rive del Lago di Varese per celebrare l’economia, la cultura e le tradizioni del territorio.

    Nel tessuto economico e sociale della Lombardia settentrionale, la Fiera di Varese rappresenta da quasi mezzo secolo un punto di riferimento insostituibile. Nata verso la fine degli anni Settanta come classica fiera campionaria locale, si è trasformata nel corso dei decenni nella più grande manifestazione campionaria per il pubblico di tutta la provincia.

    Il debutto risale al 1977, in un’epoca di profondo dinamismo industriale e artigianale per il territorio varesino. Nata con l’obiettivo di offrire una vetrina commerciale alle aziende manifatturiere, all’artigianato locale e all’edilizia della zona, la fiera si affermò fin dalle prime edizioni come luogo d’incontro privilegiato tra la produzione varesotta e i consumatori. La cornice scelta fin dagli esordi – la pittoresca località della Schiranna, affacciata sul Lago di Varese – ha contribuito in modo determinante a rendere la manifestazione un appuntamento non solo commerciale, ma anche ricreativo e di festa per intere generazioni di famiglie.

    Con il mutare delle esigenze di mercato e dei consumi, la Fiera di Varese ha saputo reinventarsi. Dalla rigida esposizione di beni e servizi commerciali, la manifestazione ha progressivamente ampliato i propri orizzonti verso la multisettorialità:

    • L’arredo e la casa: Dalla progettazione all’efficientamento energetico e alla domotica.
    • L’enogastronomia: Trasformando la fiera in un percorso di degustazione delle eccellenze agroalimentari locali e nazionali.
    • Il benessere e il tempo libero: Includendo settori legati allo sport, al giardinaggio e al turismo territoriale.

    Negli ultimi anni, in particolare con la gestione avviata a partire dal 2015, la Fiera di Varese ha registrato un’ulteriore svolta in chiave moderna. L’evento ha superato la sola logica dello “stand espositivo” per diventare un vero e proprio villaggio ed esperienziale. Oltre agli spazi espositivi (che coprono oltre 7.000 mq coperti), l’impianto fieristico ospita oggi talk, workshop sulle nuove tecnologie, spettacoli serali, iniziative per la sostenibilità ambientale e aree interattive per bambini e sportivi.

    I numeri testimoniano il successo di questa evoluzione: con decine di migliaia di visitatori annuali e circa 150 espositori provenienti dal territorio e da altre regioni, la fiera conferma la vitalità del tessuto produttivo varesino.

    L’appuntamento con la 48ª edizione della Fiera di Varese è ormai alle porte!

    • Dove: Varese, Località Schiranna (Piazzale Ugo Primo – Lago di Varese)
    • Quando:Dall’11 al 20 settembre 2026
    • Ingresso: Gratuito per tutti i visitatori

    Un’occasione imperdibile per scoprire le ultime novità per la casa, l’artigianato, i prodotti tipici, e per vivere dieci giorni ricchi di eventi cultural-ricreativi e intrattenimento lungo le rive del lago.

    Non mancate!Che siate alla ricerca di idee per la casa, desiderosi di scoprire l’eccellenza enogastronomica locale o semplicemente pronti a trascorrere una giornata in famiglia, la Fiera di Varese vi aspetta alla Schiranna.

  • La Monarchia Norvegese.

    La morte di Harald V riapre una pagina antichissima della storia norvegese. Perché la monarchia di Oslo non è soltanto una delle più antiche istituzioni d’Europa: è il risultato di una storia fatta di saghe, conquiste, cristianizzazione, unioni dinastiche, perdita della sovranità e rinascita nazionale.

    Ci sono luoghi nei quali la storia sembra avere una voce propria.

    In Norvegia quella voce arriva dal mare, attraversa i fiordi, si perde tra le montagne e riemerge nelle antiche pietre di Trondheim. È la voce delle saghe islandesi, dei re vichinghi, delle chiese medievali, delle navi che salpavano verso l’Atlantico. Ed è anche la voce, molto più moderna e discreta, di una monarchia che nel corso dei secoli ha conosciuto splendore, crisi, subordinazione e rinascita.

    La morte di Harald V, avvenuta il 28 agosto 2026, porta così con sé qualcosa di più di un lutto nazionale. Chiude un capitolo di trentacinque anni e riporta alla memoria una domanda antica: da dove nasce davvero la corona di Norvegia?

    La risposta conduce molto indietro nel tempo, ma non lungo una linea perfettamente retta in quanto la tradizione norvegese colloca alle origini della monarchia Harald Hårfagre, Harald Bellachioma, generalmente considerato il primo re della Norvegia unificata.

    Secondo la tradizione riportata dalle saghe, Harald avrebbe riunito sotto il proprio potere numerosi piccoli regni e domini locali intorno alla fine del IX secolo. La stessa Casa Reale norvegese colloca l’unificazione attorno al 890. È una storia celeberrima, ma proprio qui è necessario distinguere la leggenda dalla documentazione.

    Le grandi saghe dei re norvegesi furono messe per iscritto diversi secoli dopo gli eventi narrati. Per questo gli storici contemporanei sono prudenti nel considerare ogni dettaglio della vicenda di Harald come un fatto documentato. Ciò che appare più solido è il processo storico di progressiva concentrazione del potere monarchico che trasformò una moltitudine di autorità locali in una struttura politica più ampia.

    La monarchia norvegese, dunque, non nasce semplicemente in un giorno preciso, né è possibile attribuire a un solo sovrano l’intero processo di unificazione.

    Ma Harald Bellachioma rimase nella memoria come il simbolo di quel passaggio.

    E forse è proprio questo il fascino delle origini norvegesi: la storia e la saga si incontrano senza essere la stessa cosa.

    Nei secoli successivi la monarchia norvegese si trasformò profondamente.

    La conversione al cristianesimo modificò non soltanto la religione, ma anche la cultura politica del regno. La Chiesa divenne progressivamente una grande istituzione organizzata e il potere monarchico acquisì strumenti amministrativi e simbolici nuovi.

    Uno dei luoghi fondamentali di questa trasformazione fu Nidaros, l’odierna Trondheim.

    Qui sorse il grande santuario dedicato a Olav Haraldsson, re di Norvegia morto nella battaglia di Stiklestad nel 1030 e successivamente venerato come santo.

    La figura di Olav è fondamentale per comprendere la costruzione dell’identità monarchica norvegese. La sua morte e il culto sviluppatosi intorno alla sua memoria contribuirono a legare indissolubilmente monarchia, cristianesimo e territorio.

    Nidaros divenne così non soltanto un centro religioso, ma uno dei grandi luoghi simbolici della regalità norvegese.

    Non è casuale che, molti secoli più tardi, proprio nella cattedrale di Nidaros sarebbero stati consacrati anche i sovrani della monarchia moderna.

    La monarchia medievale norvegese non fu sempre stabile.

    Tra XII e XIII secolo il paese fu attraversato da conflitti dinastici e guerre civili. La lotta per il trono coinvolse diverse fazioni e trasformò la successione monarchica in una questione politica e militare.

    La svolta arrivò con Håkon Håkonsson, re dal 1217 al 1263.

    La sua lunga monarchia contribuì a porre fine a più di un secolo di conflitti per il trono e a rafforzare l’organizzazione dello Stato. Nel 1260 una nuova legge di successione consolidò il principio di una monarchia ereditaria, mentre il regno sviluppava strutture amministrative e giuridiche sempre più complesse.

    Il figlio Magnus Lagabøte, “il Legislatore”, portò avanti questa opera.

    Le sue riforme legislative degli anni Settanta del XIII secolo rappresentarono uno dei momenti più importanti nella costruzione istituzionale della Norvegia medievale. Il regno non era più soltanto la terra governata da un sovrano: diventava progressivamente uno Stato dotato di leggi comuni e di un’amministrazione più strutturata.

    È una trasformazione fondamentale.

    La monarchia norvegese stava passando dal mondo delle saghe a quello dello Stato.

    Il XIII secolo fu anche il momento della massima proiezione della monarchia norvegese verso l’Atlantico settentrionale.

    Durante il regno di Håkon Håkonsson, la corona norvegese rafforzò la propria presenza nelle isole britanniche e nell’Atlantico. Alla fine del suo regno, Groenlandia e Islanda riconobbero la sovranità norvegese, rispettivamente nel 1261 e nel 1262-1264.

    Per un momento, dunque, la monarchia norvegese governava o esercitava influenza su uno spazio immenso, dal continente europeo alle isole del Nord Atlantico.

    È difficile non provare un senso di vertigine pensando alla distanza tra quella Norvegia e quella che oggi conosciamo.

    Eppure il filo della storia passa anche da qui.

    La forza della monarchia medievale non impedì alla Norvegia di essere progressivamente coinvolta nelle grandi dinamiche dinastiche scandinave.

    Nel XIV secolo la corona norvegese entrò in una nuova fase.

    Nel 1319 Magnus Eriksson ereditò la corona norvegese e fu contemporaneamente re di Svezia. La politica matrimoniale e dinastica stava trasformando l’Europa settentrionale in una rete sempre più fitta di legami tra monarchie.

    Poi arrivò una figura straordinaria: Margherita di Danimarca.

    Sposata al re norvegese Håkon VI Magnusson, Margherita riuscì a costruire una delle più importanti architetture politiche dell’Europa medievale.

    Quando il figlio Olav divenne re di Danimarca e re di Norvegia, i due regni finirono sotto la stessa corona.

    Nel 1397 nacque ufficialmente la Unione di Kalmar, che riunì sotto un unico monarca Danimarca, Norvegia e Svezia.

    La corona norvegese non scomparve, ma entrò in una dimensione sovranazionale.

    E cominciò un lungo periodo nel quale il destino della Norvegia sarebbe stato legato a quello dei vicini.

    Nel 1380 la Norvegia e la Danimarca entrarono in una relazione politica destinata, in forme diverse, a durare fino al 1814.

    Dopo la crisi dell’Unione di Kalmar e la progressiva uscita della Svezia, la Danimarca divenne il centro politico della monarchia comune.

    Nel 1537, dopo la Riforma e la fuga dell’ultimo arcivescovo cattolico norvegese, Olav Engelbrektsson, il Consiglio del Regno norvegese cessò di funzionare e la posizione politica autonoma della Norvegia venne drasticamente ridotta. La Norvegia continuò formalmente a essere chiamata regno, ma divenne una parte subordinata della monarchia danese.

    È uno dei grandi paradossi della storia norvegese.

    La monarchia continuava a esistere, ma il regno non disponeva più della stessa autonomia politica.

    Per secoli la corona norvegese sarebbe stata indossata da sovrani che regnavano anche su altri territori.

    La grande frattura arrivò nel 1814.

    Le guerre napoleoniche sconvolsero l’Europa e portarono alla dissoluzione della lunga unione con la Danimarca. Con il Trattato di Kiel, nel gennaio 1814, la Danimarca cedette la Norvegia alla Svezia.

    Ma i norvegesi non accettarono semplicemente il nuovo destino.

    A Eidsvoll, nell’aprile e maggio del 1814, rappresentanti provenienti dal paese elaborarono una Costituzione. Il principio era rivoluzionario per la tradizione monarchica europea: la sovranità non veniva considerata semplicemente proprietà del sovrano, ma legata al popolo norvegese.

    La Norvegia divenne così una realtà politica distinta, pur entrando in un’unione con la Svezia.

    Non era ancora completamente indipendente, eppure qualcosa era cambiato per sempre.

    La monarchia norvegese cominciava a essere concepita all’interno di un ordine costituzionale.

    La vera rinascita della monarchia nazionale arrivò nel 1905, quando l’unione con la Svezia venne sciolta.

    E qui la storia assume quasi i contorni di una leggenda moderna.

    La Norvegia avrebbe potuto scegliere la repubblica. Invece decise di mantenere la monarchia.

    Il Parlamento norvegese, lo Storting, offrì la corona al principe danese Carl. Prima di accettare, il principe volle però che fosse il popolo norvegese a pronunciarsi.

    Il referendum confermò con larga maggioranza la scelta monarchica.

    Il principe Carl divenne Haakon VII.

    Il 25 novembre 1905 arrivò a Oslo con la moglie Maud e il figlio Alexander, al quale sarebbe stato dato il nome Olav, recuperando entrambi nomi appartenenti alla tradizione dei sovrani medievali norvegesi.

    Era nata la monarchia della Norvegia contemporanea.

    E c’è un dettaglio particolarmente significativo: Haakon VII non era un sovrano imposto alla Norvegia; fu scelto dal Parlamento dopo che il popolo aveva approvato la monarchia.

    La corona moderna nasce dunque da un compromesso tra tradizione e sovranità popolare.

    Haakon VII avrebbe attraversato la drammatica esperienza della Seconda guerra mondiale, quando la famiglia reale lasciò il paese dopo l’invasione tedesca del 1940.

    Il figlio Olav V gli succedette nel 195 e poi arrivò Harald.

    Nato nel 1937, Harald V fu il primo principe ereditario norvegese nato in Norvegia da 567 anni. Durante l’infanzia conobbe direttamente la guerra e l’esilio: dopo l’invasione tedesca del 9 aprile 1940, la famiglia reale lasciò il paese e trascorse gli anni del conflitto lontano dalla Norvegia.

    Nel 1991, alla morte di Olav V, Harald salì al trono.

    Il suo regno sarebbe durato oltre tre decenni.

    Ma la cosa forse più interessante è ciò che Harald rappresentò nella lunga evoluzione della monarchia norvegese.

    Non un sovrano guerriero come quelli delle saghe.

    Non un monarca assoluto.

    Non un imperatore.

    Ma un capo dello Stato costituzionale, con funzioni soprattutto rappresentative e cerimoniali, chiamato a incarnare continuità e unità nazionale.

    La storia norvegese contiene anche una curiosa contraddizione: essa possiede ancora le proprie insegne regali, custodite a Trondheim. Ma dal 1908 la Costituzione non prevede più l’incoronazione del sovrano. Le corone vengono simbolicamente collocate presso l’altare durante le cerimonie di consacrazione e benedizione, senza essere poste fisicamente sul capo del re.

    Harald V e la regina Sonja furono consacrati a Nidaros nel 1991, secondo la loro volontà ed, ancora una volta, dunque, passato e presente si incontravano.

    La cattedrale che aveva visto le grandi cerimonie della monarchia medievale accoglieva un re costituzionale del XXI secolo.

    La corona era ancora lì, tuttavia il significato del potere era completamente cambiato.

    Harald V ha incarnato forse più di ogni altro sovrano contemporaneo questa trasformazione.

    La sua monarchia è stata deliberatamente più vicina alla società. Il suo matrimonio con Sonja Haraldsen, una donna non appartenente a una famiglia reale, celebrato nel 1968 dopo anni di relazione e iniziali resistenze, rappresentò una rottura importante con la tradizione dinastica. Sonja sarebbe diventata regina nel 1991.

    Il sovrano ha inoltre costruito nel tempo un’immagine pubblica lontana dalla magnificenza delle monarchie ottocentesche.

    È stato un re sportivo, amante della vela, profondamente legato alla vita nazionale.

    Ma soprattutto, negli anni più difficili, è diventato una figura simbolica.

    Dopo gli attentati del 22 luglio 2011, Harald intervenne pubblicamente come voce della comunità nazionale, cercando di rappresentare il dolore ma anche la volontà di una società di restare unita. La stessa Casa Reale ricorda quel ruolo del sovrano nei momenti di tragedia nazionale.

    È forse questa la più grande trasformazione della monarchia norvegese.

    Il re non governa più il paese.

    Lo rappresenta.

    Non è più il centro del potere.

    È diventato uno dei simboli della continuità dello Stato.

    Guardando oggi alla storia della corona norvegese, sarebbe facile immaginare una dinastia immutabile, iniziata con Harald Bellachioma e arrivata fino ad Harald V ma la realtà è molto più affascinante.

    Tra quei due Harald ci sono guerre civili, conversioni religiose, santi, re legislatori, territori d’oltremare, unioni dinastiche, dominazioni straniere, Costituzioni, referendum e rinascite nazionali.

    La monarchia norvegese non è sopravvissuta perché è rimasta uguale a se stessa.

    È sopravvissuta perché ha saputo cambiare.

    Dalla regalità guerriera dell’età vichinga alla monarchia cristiana medievale; dalla corona inserita nelle grandi unioni scandinave alla subordinazione alla Danimarca; dalla Costituzione di Eidsvoll alla monarchia democratica nata nel 1905; fino al sovrano contemporaneo che rappresenta soprattutto l’unità del paese.

    È una metamorfosi lunga più di mille anni.

    Con la morte di Harald V, la corona passa al figlio Haakon, che assume il nome di Haakon VIII.

    E ancora una volta la Norvegia attraversa quel momento particolare nel quale il tempo sembra fermarsi.

    Un re muore ed un altro sale sul trono.

    Le campane suonano.

    Le bandiere si abbassano.

    Ma dietro il volto del nuovo sovrano non c’è soltanto una famiglia.

    Ci sono più di mille anni di memoria.

    Ci sono i re delle saghe, le navi vichinghe, Olav il Santo, Nidaros, le guerre dinastiche, Håkon il Vecchio, Magnus il Legislatore, Margherita di Danimarca, i secoli dell’unione, Eidsvoll, Haakon VII e la resistenza durante la guerra.

    E c’è, infine, Harald V.

    Un uomo nato nel 1937, diventato re nel 1991 e morto nel 2026.

    L’ultimo sovrano di una generazione che aveva ancora conosciuto la guerra, ma anche il re che ha consegnato alla Norvegia una monarchia profondamente diversa da quella ricevuta.

    Forse è questo il vero significato della corona norvegese.

    Non la sua capacità di restare identica nel tempo.

    Ma quella, molto più rara, di cambiare insieme al paese senza perdere la memoria di ciò che è stata.

    E mentre sul fiordo di Oslo cala la sera, la storia continua.

    Un nuovo Haakon porta sul capo una corona che, in realtà, non viene più indossata.

    Perché nella Norvegia moderna il potere della monarchia non sta più nell’oro, nelle spade o nel diritto divino.

    Sta nella memoria.

    E nella capacità, antichissima, di rappresentare un popolo.

  • Liberate Aldo Moro.

    Papa Paolo VI, al secolo Giovanni Battista Montini (1897–1978), è stato una delle figure più complesse, acute e decisive per la Chiesa cattolica del Novecento. Canonizzato nel 2018 da Papa Francesco, il suo pontificato ha guidato la Chiesa nel delicato passaggio attraverso la modernità contemporanea.

    Nato a Concesio (Brescia) il 26 settembre 1897 in una famiglia di forte tradizione cattolico-sociale, viene ordinato sacerdote nel 1920.

    Entra ben presto nel servizio diplomatico della Santa Sede e per oltre trent’anni lavora alla Segreteria di Stato. Dal 1925 al 1933 è assistente ecclesiastico della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, formando un’intera generazione di futuri dirigenti politici e intellettuali democratici (tra cui Aldo Moro). Durante il pontificato di Pio XII è Sostituto alla Segreteria di Stato, coordinando gli aiuti della Santa Sede ai perseguitati dal nazifascismo, agli ebrei e ai profughi di guerra.

    Nel 1954 Pio XII lo nomina Arcivescovo di Milano, la diocesi più grande d’Europa. Montini si rivela un pastore dinamico e moderno. Viene ribattezzato “l’arcivescovo dei lavoratori” per la sua vicinanza alle periferie industriali, alle fabbriche e al mondo operaio nel pieno del boom economico. Promuove la costruzione di oltre cento nuove chiese per i quartieri periferici e avvia la celebre “Missione di Milano” del 1957 per riavvicinare i lontani dalla fede. Nel primo concistoro di Papa Giovanni XXIII (1958), è il primo della lista a essere creato Cardinale.

    Eletto Papa il 21 giugno 1963 dopo la morte di Giovanni XXIII, sceglie il nome di Paolo in omaggio all’Apostolo delle genti, a indicare la sua vocazione missionaria e dialogante.

    Chiusura del Concilio Vaticano II

    1963–1965

    Riprende e guida con mano ferma il Concilio, portandolo a conclusione nel dicembre 1965 ed evitando spaccature tra le correnti riformatrici e quelle conservatrici.

    Pellegrino nel mondo

    1964–1970

    Diventa il primo Papa dell’era moderna a viaggiare in aereo: storico lo scambio di abbracci a Gerusalemme con il Patriarca ecumenico Atenagora (1964) e il discorso all’ONU a New York (1965).

    Riforma liturgica e curiale

    1967–1969

    Introduce la riforma della Messa nelle lingue nazionali (1969), riorganizza la Curia Romana e stabilisce il limite di 80 anni per i cardinali elettori nel Conclave.

    Gli anni di piombo e la morte

    1978

    Provato dal sequestro e dall’uccisione dell’amico Aldo Moro, a cui dedica un drammatico appello agli “uomini delle Brigate Rosse”, muore a Castel Gandolfo il 6 agosto 1978.

    L’eredità intellettuale e spirituale di Paolo VI si compone di encicliche di fondamentale importanza e di un magistero focalizzato sul dialogo tra la Chiesa e il mondo moderno.

    1. Il dialogo e la modernità
      • Ecclesiam Suam (1964): L’enciclica d’esordio sulla natura della Chiesa, in cui definisce il metodo dell’azione ecclesiale con la celebre formula: “La Chiesa deve farsi dialogo”.
      • Incontro con l’arte: Nel 1964 incontra gli artisti nella Cappella Sistina e in seguito inaugura la Collezione d’Arte Religiosa Moderna dei Musei Vaticani, ricucendo la frattura tra fede ed espressione artistica contemporanea.
    2. La dottrina sociale e la pace
      • Populorum Progressio (1967): Considerata la “magna charta” dello sviluppo umano intero. Montini vi afferma che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace” e denuncia le disuguaglianze economiche tra Nord e Sud del mondo.
      • Octogesima Adveniens (1971): Lettera apostolica sulla giustizia sociale, l’urbanizzazione e l’impegno politico dei cristiani di fronte alle nuove ideologie.
    3. La vita umana e l’evangelizzazione
      • Humanae Vitae (1968): Enciclica sulla regolazione delle nascite e sulla difesa della vita umana, che susciterà un ampio e vivace dibattito ecclesiale e civile.
      • Evangelii Nuntiandi (1975): Esortazione apostolica considerata uno dei testi più belli del suo pontificato, in cui sottolinea che “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri”.

    Paolo VI ha guidato la Chiesa nel momento del radicale cambiamento socioculturale degli anni ’60 e ’70, consegnando al mondo un cattolicesimo aperto al confronto, capace di rinnovarsi senza smarrire le proprie radici.

  • Gli orrori non si scordano mai.

    Il 6 agosto 1945 è segnato da uno degli eventi più drammatici e decisivi della storia contemporanea: il primo utilizzo dell’arma atomica contro una popolazione civile, la città giapponese di Hiroshima.

    Alle 8:15 del mattino, il bombardiere statunitense B-29 Enola Gay, guidato dal pilota Paul Tibbets, sganciò sopra il centro della città la bomba all’uranio denominata in codice Little Boy.


    La bomba esplose a un’altezza di circa 600 metri sopra il suolo, generando una temperatura al centro dell’ipocentro stimata in oltre 3.000-4.000 °C, radendo al suolo quasi l’80% degli edifici entro un raggio di 1,5 km. L’impatto fu immediato ed devastante. Si stima che circa 70.000–80.000 persone morirono all’istante o nelle ore successive. Nei mesi e anni a venire, le radiazioni portarono il bilancio complessivo a oltre 140.000 vittime. Tre giorni dopo, il 9 agosto, una seconda bomba fu sganciata su Nagasaki. Il 15 agosto il Giappone annunciò la resa, ponendo fine alla Seconda Guerra Mondiale e segnando l’inizio dell’era atomica e della Guerra Fredda.


    Il Genbaku Dome (Cupola della bomba atomica), l’unico edificio rimasto parzialmente in piedi vicino all’ipocentro, è stato conservato esattamente nelle condizioni successive all’esplosione ed è oggi patrimonio UNESCO e simbolo universale di pace e disarmo.


  • Il male, a volte, ha un nome.

    Analizzare Adolf Hitler richiede di andare oltre la semplice cronologia degli eventi per esplorare la complessa intersezione tra psicologia individualizzata, dinamismi sociali e il contesto antropologico del suo tempo. La sua figura rappresenta una delle dimostrazioni più devastanti di come ideologie estremiste, mobilitazione di massa e patologie personali possano convergere nello stravolgimento di un’intera società.


    L’analisi della personalità di Hitler rivela un quadro complesso, studiato a lungo da storici, psichiatri e psicoanalisti (come Erich Fromm e Alan Bullock). Cresciuto sotto la figura autoritaria e rigida del padre Alois e l’affetto iperprotettivo della madre Klara, Hitler sviluppò precocemente un senso di incomprensione ed estraniamento. Il fallimento nelle aspirazioni artistiche a Vienna alimentò una profonda frustrazione, poi proiettata e sublimata in un narcisismo smisurato: la convinzione di avere un “destino messianico”. Chi lo ha conosciuto descriveva una quasi totale assenza di dubbio intellettuale. Hitler non argomentava, proclamava. Questa rigidità cognitiva, unita a un’empatia del tutto assente verso chiunque non rientrasse nel suo perimetro di lealtà o ideologia, gli permetteva di ordinare atrocità di massa senza percepire alcun rimorso etico. Le sue relazioni umane erano fortemente asimmetriche e strumentali. Anche nei rapporti più intimi (come quello con Eva Braun o con i membri del suo cerchio ristretto), pretendeva totale devozione. Viveva in ritmi biologici alterati (ipocondria, insonnia, dipendenza progressiva da farmaci somministrati dal medico Theodor Morell) che accentuarono, negli anni del conflitto, il suo distacco dalla realtà.


    Dal punto di vista antropologico, il nazismo non fu solo un regime politico, ma una vera e propria religione politica basata su miti arcaici e rituali collettivi. Hitler intercettò un bisogno regressivo di appartenenza, sostituendo la complessità dello Stato moderno con un concetto biologico-tribale di comunità (Volksgemeinschaft). La nazione non era definita da valori civici o contrattuali, ma dalla purezza del sangue e dal legame ancestrale con il territorio. Nel sistema ideologico hitleriano, l’antisemitismo non era un semplice pregiudizio, ma una vera e propria visione cosmologica. L’ebreo veniva antropologicamente categorizzato come il “anti-tipo”, il responsabile di ogni male (dalla sconfitta della Prima Guerra Mondiale alla crisi economica, fino alla modernità urbana). Eliminare il “capro espiatorio” divenne la condizione sacrale per la purificazione e la rinascita della tribù. Le adunate di Norimberga, i simboli, la scenografia orchestrata da Joseph Goebbels rispondevano a meccanismi antropologici primordiali. Hitler agiva come uno sciamano secolare: non faceva leva sulla logica dei suoi ascoltatori, ma ne ipnotizzava le emozioni, trasformando la solitudine e la paura dell’individuo moderno in una sensazione di potenza collettiva.


    La parabola di Hitler non può essere spiegata esclusivamente attraverso la sua figura; essa fu il prodotto di specifiche fratture storiche dell’Europa del primo Novecento. La sconfitta del 1918 e le clausole punitive del Trattato di Versailles crearono in Germania un senso diffuso di umiliazione e risentimento. La teoria della “pugnalata alla schiena” (Dolchstoßlegende) trovò in Hitler il suo amplificatore ideale. La fragilità istituzionale della prima democrazia tedesca, unita alla devastante crisi economica del 1929 (che lasciò milioni di disoccupati), creò il terreno fertile per il rifiuto del parlamentarismo e la ricerca dell’ “uomo forte”. La presa del potere e la successiva attuazione della Shoah non furono l’opera di un solo uomo, ma il risultato della convergenza tra la volontà di Hitler, la complicità delle élite tradizionali (militari, industriali, burocratiche) e l’obbedienza cieca o l’indifferenza di milioni di cittadini.


    Hitler rappresenta il punto di intersezione drammatico tra la patologia psicologica individuale e la crisi di una società moderna che, travolta dalla paura e dall’incertezza, ha rinunciato alla ragione per affidarsi a un mito di salvezza biologico e totalitario.

  • La festa per la Svizzera

    Svizzera in Festa: il 1° Agosto tra Storia, Leggenda e Comunità
    Ogni 1° agosto, la Confederazione Svizzera si veste di rosso e di bianco. Dalle cime innevate delle Alpi fino ai pittoreschi villaggi affacciati sui laghi, balconi, piazze e finestre siempiono di bandiere rossocrociate e lanterne. Non è soltanto una ricorrenza sul calendario, ma il momento in cui un intero Paese celebra la propria identità, la propria storia e, soprattutto, l’arte di vivere insieme nella diversità.

    La data del 1° agosto affonda le sue radici alla fine del XIII secolo. Commemora infatti il Patto federale del 1291, l’antico documento con cui i rappresentanti di tre Cantoni primitivi – Uri, Svitto e Untervaldo – si strinsero in un’alleanza giurata sul mitico prato del Rütli (o Grütli), specchiandosi nelle acque del Lago dei Quattro Cantoni.
    Inizialmente nato come patto di mutuo soccorso per difendersi dalle pressioni esterne e dalle mire degli Asburgo, quell’accordo è diventato nel tempo l’archetipo fondativo della nazione. Sebbene gli storici ridimensionino la portata immediata di quel trattato medievale – elevato a festa nazionale ufficiale solo nel 1891 e reso giorno festivo non lavorativo in tutta la Svizzera tramite votazione popolare nel 1993 –, il fascino della leggenda resiste intatto. È il racconto fondativo di uomini liberi che scelsero la via della cooperazione anziché quella della sottomissione.

    I festeggiamenti per il compleanno della Svizzera possiedono un fascino unico, sospeso tra solennità istituzionale e calore popolare:

    La mattina del 1° agosto, il prato leggendario ospita la cerimonia ufficiale alla presenza del Presidente della Confederazione in carica e di migliaia di cittadini, trasmessa in tutta la nazione. È il momento dei discorsi istituzionali che richiamano i valori di coesione, neutralità e solidarietà. Alle ore 20:00 in punto, le campane di tutte le chiese svizzere suonano a festa. Poco dopo, quando il sole tramonta, le montagne e le colline si accendono di grandi falò. Questa tradizione millenaria, un tempo utilizzata per segnalare pericoli o comunicare a distanza tra le valli, oggi simboleggia la luce dell’unità e la rinascita collettiva. Nelle strade dei villaggi, non è raro vedere sfilare bambini con lanterne di carta illuminate, spesso decorate con lo stemma del proprio Cantone, in un’atmosfera fiabesca che precede lo spettacolo pirotecnico. Suonatori di corno delle Alpi, cori di jodel, esibizioni di sbandieratori e rievocazioni delle gesta di Guglielmo Tell animano le piazze. Nelle case e nei quartieri ci si riunisce attorno ai tradizionali brunch del 1° agosto nelle fattorie, gustando prodotti locali e pane fresco.

    Ciò che rende straordinaria la festa del 1° agosto è il suo profondo significato di inclusione. La Svizzera è un mosaico di quattro lingue ufficiali (tedesco, francese, italiano e romancio) e di diverse sensibilità culturali e confessionali.
    Eppure, sotto un’unica bandiera rossocrociata, la festa nazionale riesce a ricordare che l’unità non significa uniformità, ma la capacità di convergere verso valori condivisi. In un mondo in perpetuo movimento, il 1° agosto si conferma non solo il compleanno di una nazione fiera delle proprie radici, ma un faro di democrazia e convivenza pacifica.

  • L’arresto di Mussolini

    Nell’estate del 1943, l’Italia è un Paese stremato. La Seconda Guerra Mondiale, che Benito Mussolini aveva promesso sarebbe stata rapida e gloriosa, si è trasformata in un incubo di bombardamenti, privazioni e sconfitte. Il 10 luglio gli Alleati sono sbarcati in Sicilia; il 19 luglio Roma viene devastata dalle bombe per la prima volta.

    In questo scenario di imminente collasso si consuma il dramma del 25 luglio 1943: la data che segna la fine formale di vent’anni di dittatura fascista. Una giornata convulsa, sospesa tra il complotto politico, il colpo di scena reale e un’illusione di pace destinata a scontrarsi con una realtà drammatica.

    La notte del Gran Consiglio: il “fratricidio” politico

    Tutto comincia nella notte tra il 24 e il 25 luglio. A Palazzo Venezia si riunisce il Gran Consiglio del Fascismo. Non accadeva dal 1939. Mussolini, stanco e visibilmente provato da una grave ulcera, convoca l’organo pensando di poter liquidare il malcontento con un rimpasto di governo o con fumose promesse strategiche. Non ha fatto i conti con la disperazione e la lucidità dei suoi stessi gerarchi.

    Il protagonista della notte è Dino Grandi, ex ministro degli Esteri e presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Grandi presenta un documento storico, l’Ordine del giorno Grandi, che chiede esplicitamente il ripristino delle prerogative dello Statuto Albertino, invitando il Re a riassumere il comando effettivo delle forze armate. In parole povere: una sfiducia formale a Mussolini.

    La discussione è drammatica, si protrae per dieci ore in un’atmosfera carica di tensione. Alle 2:40 del mattino del 25 luglio si vota:

    • 19 voti favorevoli all’ordine del giorno Grandi (tra cui Galeazzo Ciano, genero dello stesso Mussolini).
    • 8 voti contrari.
    • 1 astensione.

    Il Duce è politicamente liquidato, ma commette un errore fatale: sottovaluta la portata del voto, convinto che il Gran Consiglio sia solo un organo consultivo e che la sua autorità personale rimanga intatta.

    L’appuntamento a Villa Savoia e l’arresto in ambulanza

    Nel pomeriggio del 25 luglio, Mussolini chiede e ottiene un colloquio con il re Vittorio Emanuele III a Villa Savoia. Il dittatore si presenta convinto di poter trovare una sponda nel sovrano per gestire la crisi. Trova invece una porta sbarrata.

    Il Re, che da tempo sta preparando l’uscita di scena del Duce per salvare la dinastia sabauda, lo gela immediatamente:

    “Caro Duce, le cose non vanno più. L’Italia è in frantumi. L’esercito è moralmente a terra… In questo momento voi siete l’uomo più odiato d’Italia. Vi sostituisco con il Maresciallo Badoglio.”

    Mussolini, pallido e incredulo, esce dalla villa reale. Ad attenderlo nel cortile non c’è la sua auto di rappresentanza, ma un capitano dei Carabinieri con una scorta e un’ambulanza. Ufficialmente è una misura “per la sua sicurezza personale”; nei fatti, è l’arresto. Il dittatore viene caricato sul mezzo e trasferito in una caserma.

    22:45: L’annuncio alla radio e l’illusione della pace

    Per ore il Paese resta nel silenzio. Poi, alle 22:45, i programmi dell’EIAR vengono bruscamente interrotti. La voce del conduttore annuncia le dimissioni di Mussolini e la nascita del nuovo governo guidato da Pietro Badoglio.

    La reazione della popolazione è un’esplosione di gioia incontenibile. Le piazze d’Italia si riempiono di folle festanti: i ritratti del Duce vengono scaraventati dalle finestre, i simboli del fascismo abbattuti, i cittadini si abbracciano convinti che la fine del regime significhi anche la fine della guerra.

    Ma la doccia fredda arriva alla fine del comunicato di Badoglio, con una frase destinata a rimanere scolpita nella memoria collettiva:

    “La guerra continua. L’Italia, gravemente ferita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene la fede alla parola data…”

    Cronologia di una giornata storica

    OraEvento
    02:40Il Gran Consiglio approva l’Ordine del giorno Grandi con 19 “Sì”. Mussolini dichiara chiusa la seduta.
    17:00Mussolini arriva a Villa Savoia per il colloquio con il re Vittorio Emanuele III.
    17:20Mussolini viene destituito e arrestato all’uscita della Villa, quindi condotto nella caserma dei Carabinieri di via Legnano.
    22:45Viene trasmesso lo storico comunicato radiofonico che annuncia la caduta del regime e il governo Badoglio.

    L’eredità del 25 luglio

    La caduta del fascismo del 25 luglio non fu una rivoluzione popolare, ma un classico colpo di Stato di palazzo, orchestrato dalla Corona, dalle alte cariche militari e da un’ala dissidente dello stesso regime per trovare una via d’uscita dal disastro bellico.

    L’illusione di quella notte d’estate svanirà rapidamente. Nei quarantacinque giorni successivi, l’ambiguità del governo Badoglio e la spietata reazione della Germania nazista prepareranno il terreno per la tragedia dell’8 settembre, l’occupazione tedesca, la nascita della Repubblica di Salò e la sanguinosa guerra civile. Eppure, quella domenica di luglio segnò un punto di non ritorno psicologico e politico: il mito dell’invincibilità del fascismo si era dissolto in poche ore, quasi senza colpo ferire.

  • L’inizio del primo conflitto mondiale

    L’attentato di Sarajevo, consumatosi la mattina del 28 giugno 1914, è l’evento che ha fatto da detonatore alla Prima Guerra Mondiale, trasformando una crisi balcanica locale in un conflitto globale. Non fu un’operazione militare sofisticata, ma una catena di coincidenze incredibili, errori logistici ed esasperazione politica.

    Ecco la ricostruzione dettagliata e storicamente verificata di quella giornata che cambiò il corso del Novecento.


    🎯 Gli attori in campo e le motivazioni

    L’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico, si trovava a Sarajevo per ispezionare le manovre militari dell’esercito imperiale in Bosnia-Erzegovina (territorio annesso dall’Austria nel 1908). La data scelta, il 28 giugno, era altamente simbolica e provocatoria per i nazionalisti serbi: era il giorno di Vidovdan (la festa di San Vito), anniversario della battaglia del Kosovo del 1389, simbolo del patriottismo serbo.

    A contendergli la scena c’era la Giovane Bosnia (Mlada Bosna), un gruppo di giovani nazionalisti e rivoluzionari che miravano alla liberazione della Bosnia dal dominio asburgico per unirla a un grande Stato slavo meridionale (la Jugoslavia).

    Il gruppo era armato, addestrato e finanziato clandestinamente dalla Mano Nera (Crna Ruka), una società segreta serba guidata dal capo dei servizi segreti militari di Belgrado, il colonnello Dragutin Dimitrijević, noto come “Apis”.


    💣 La cronologia del 28 giugno: Una catena di errori

    Quella mattina lungo il nevischio del molo Appel, la strada principale di Sarajevo che costeggia il fiume Miljacka, erano schierati ben sei cospiratori pronti a colpire il corteo imperiale di sei auto scoperte.

    Ore 10:10 – Il primo attacco fallito

    Il corteo passò davanti al primo attentatore, che colto dal panico non agì. Poco più avanti, il diciannovenne Nedeljko Čabrinović armò una bomba a mano (un modello Kragujevac riempito di tritolo) e la lanciò contro l’auto dell’Arciduca.
    L’autista di Francesco Ferdinando, vedendo l’oggetto volare, accelerò: la bomba rimbalzò sulla capote ripiegata della vettura imperiale ed esplose sotto l’auto successiva, ferendo due ufficiali del seguito (tra cui il colonnello Merizzi) e una decina di spettatori. Čabrinović inghiottì una capsula di cianuro scaduto e si gettò nel fiume Miljacka, profondo appena dieci centimetri; il veleno gli provocò solo vomito e venne immediatamente arrestato.

    Il cambio di programma e l’errore fatale

    Nonostante l’attentato, Francesco Ferdinando decise di procedere con la visita ufficiale al Municipio (Vijećnica). Durante i discorsi ufficiali, l’Arciduca, visibilmente alterato, interruppe il sindaco dicendo: “Vengo qui in visita e mi accogliete con le bombe!”.

    Terminato l’incontro, l’Arciduca pretese di cambiare il percorso stabilito per recarsi in ospedale a visitare il colonnello Merizzi ferito dall’esplosione. Tuttavia, nessuno informò l’autista della prima vettura del cambio di rotta.

    Ore 10:45 – Il vicolo cieco e i due spari di Gavrilo Princip

    Le auto ripartirono lungo il molo Appel. Arrivati all’altezza del Ponte Latino, la prima auto svoltò a destra in via Francesco Giuseppe, seguendo il vecchio itinerario. L’auto dell’Arciduca la seguì.

    Il governatore della Bosnia, Oskar Potiorek, che sedeva nella stessa auto di Francesco Ferdinando, gridò all’autista: “Cosa fai? Non è questa la strada! Dobbiamo tornare indietro sul molo!”. L’autista frenò bruscamente e inserì la retromarcia, bloccando l’auto proprio davanti a una nota caffetteria dell’epoca (la pasticceria Schiller).

    Lì si trovava Gavrilo Princip, un diciannovenne studente serbo-bosniaco, uno dei congiurati, che convinto che l’attentato fosse fallito si era fermato a comprare un panino. Trovandosi l’auto imperiale ferma a meno di due metri di distanza, Princip non esitò: estrasse una pistola semiautomatica Browning FN Model 1910 calibro 7,65 mm e sparò due colpi.


    🩸 L’esito e le ultime parole

    I colpi furono letali, ma la dinamica iniziale ingannò i presenti poiché l’auto ripartì a tutta velocità verso la residenza del governatore (Konak).

    • Il primo proiettile passò attraverso la carrozzeria della vettura e colpì all’addome la contessa Sofia Chotek, moglie dell’Arciduca, recidendo l’arteria gastrica. Sofia era incinta del quarto figlio.
    • Il secondo proiettile colpì Francesco Ferdinando al collo, recidendo la giugulare.

    Mentre il sangue sgorgava, l’Arciduca si voltò verso la moglie svenuta sul sedile, pronunciando le sue ultime, disperate parole verificate dai testimoni:

    “Sofia, Sofia! Non morire! Resta viva per i nostri figli!”

    Interrogato dal conte Harrach su come si sentisse, l’Arciduca sussurrò ripetutamente: “Non è niente…” prima di perdere conoscenza. Entrambi morirono nel giro di pochi minuti, prima delle 11:00.


    🏛️ Le conseguenze storiche

    Princip tentò di spararsi alla testa e poi di bere il cianuro, ma la folla lo linciò prima che la polizia riuscisse a trarlo in arresto. Essendo minorenne secondo la legge austriaca (aveva meno di 20 anni), Princip evitò la pena di morte e fu condannato a 20 anni di carcere duro nella fortezza di Terezín, dove morì di tubercolosi nel 1918.

    L’attentato offrì all’Austria-Ungheria il pretesto (casus belli) per regolare definitivamente i conti con la Serbia, ritenuta responsabile morale del terrorismo slavo. Un mese dopo, il 28 luglio 1914, dopo un ultimatum volutamente inaccettabile, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, attivando il sistema delle alleanze europee (la Russia mobilitò in difesa della Serbia, la Germania a fianco dell’Austria, la Francia e la Gran Bretagna contro la Germania). In meno di una settimana, l’Europa sprofondò nella Grande Guerra.


  • ViviLago

    Se c’è un momento dell’anno in cui lo specchio d’acqua varesino si spoglia della sua solita, elegante timidezza per trasformarsi nel palcoscenico a cielo aperto più vibrante della provincia, quel momento è ViviLago.

    Dal 26 al 28 giugno, le rive del Parco Zanzi alla Schiranna tornano a essere l’epicentro di una tre giorni che unisce sport, musica, natura e, soprattutto, un grande cuore solidale. L’evento, firmato dal Lions Club Varese Sette Laghi, non è una semplice festa di inizio estate, ma un invito a riappropriarsi della bellezza dei nostri paesaggi e a viverli attivamente.

    Ecco una panoramica di ciò che rende ViviLago un appuntamento imperdibile.


    🚣 Lo sport per tutti, tra acqua e cielo

    Dimenticate la solita passeggiata rilassata: a ViviLago il territorio si sperimenta in movimento. Il grande protagonista della manifestazione è il Dragon Boat, con le spettacolari e ritmate pagaiate di squadra aperte a chiunque voglia provare l’ebbrezza di scivolare sull’acqua. Ma c’è spazio anche per la terra e il cielo: dai tornei di pallavolo ai simulatori di volo con gli alianti dell’ACAO, passando per lo yoga all’aria aperta e il plogging (la camminata ecologica in cui si fa del bene a se stessi e all’ambiente raccogliendo i piccoli rifiuti lungo il percorso).

    🎈 Un paradiso per le famiglie e un motore di solidarietà

    ViviLago è pensato per far battere il cuore di grandi e piccoli. Se per i bambini il divertimento è assicurato tra gonfiabili, laboratori didattici dedicati all’apicoltura e letture animate, per gli adulti il richiamo degli stand gastronomici e della musica live — che accenderà le calde serate estive a ritmo di DJ set e concerti — è irresistibile.

    La vera magia dell’evento risiede nel suo spirito benefico: partecipare significa divertirsi e contemporaneamente sostenere progetti di inclusione sociale e sportiva per le persone con disabilità sul territorio, supportando realtà storiche locali come la PolHa Varese.


    Il graffio del cronista: In un’epoca di turismo virtuale, ViviLago dimostra come un intero territorio possa riunirsi attorno alle proprie acque per fare comunità. Non è solo un evento da guardare, è un’esperienza da respirare a pieni polmoni.

    Che siate sportivi incalliti a caccia di una nuova sfida in canoa, genitori in cerca di un weekend speciale per i figli o semplicemente amanti del buon cibo e della musica al tramonto, la Schiranna vi aspetta. Mettete scarpe comode e lasciatevi contagiare dall’energia del lago!


  • Premio Italo Calvino

    Il Premio Italo Calvino è oggi uno dei riconoscimenti letterari più stimati e rispettati del panorama italiano dedicato agli autori esordienti. Nato nel 1985 in memoria di Italo Calvino, il premio si distingue per una caratteristica che lo rende unico: non premia libri già pubblicati, ma opere inedite, offrendo agli scrittori emergenti una concreta opportunità di entrare nel mondo dell’editoria.

    Nel corso degli anni, il Premio Calvino si è affermato come una vera e propria palestra della narrativa contemporanea. Molti autori oggi affermati hanno mosso i primi passi proprio attraverso questa competizione, trovando nel premio non solo visibilità, ma anche un confronto serio e qualificato con lettori professionali, critici ed editor.

    Ciò che colpisce maggiormente è l’attenzione riservata alla qualità della scrittura. A differenza di altri concorsi letterari che possono essere influenzati da logiche commerciali o mediatiche, il Calvino mantiene una forte vocazione culturale e letteraria. L’originalità della voce narrativa, la ricerca stilistica e la solidità dell’impianto narrativo sono i criteri che guidano la selezione delle opere.

    Uno degli aspetti più apprezzati è il sistema di valutazione. I partecipanti ricevono spesso schede di lettura dettagliate, uno strumento prezioso per comprendere punti di forza e debolezza del proprio manoscritto. Questa attenzione trasforma il premio in un’esperienza formativa, capace di accompagnare la crescita dello scrittore anche quando non raggiunge la vittoria finale.

    In questo senso, il Premio Calvino non è soltanto una competizione, ma un luogo di scoperta, confronto e maturazione letteraria.

    Dopo oltre quarant’anni di attività, il Premio Italo Calvino ha costruito una reputazione fondata sulla serietà e sull’indipendenza del giudizio. Essere selezionati tra i finalisti rappresenta già un riconoscimento significativo, spesso osservato con attenzione da case editrici, agenti letterari e operatori culturali.

    La sua autorevolezza deriva anche dalla fedeltà allo spirito di Italo Calvino: curiosità intellettuale, sperimentazione narrativa, apertura verso forme nuove di racconto e attenzione alla qualità della lingua.

    • Attenzione esclusiva agli autori esordienti.
    • Valutazione approfondita e professionale dei manoscritti.
    • Elevata credibilità nel settore editoriale.
    • Capacità di scoprire nuovi talenti.
    • Forte indipendenza dai meccanismi commerciali.

    Il Premio Italo Calvino rappresenta probabilmente il miglior punto di riferimento in Italia per chi desidera esordire nella narrativa con un’opera di qualità. Non promette scorciatoie né successi immediati, ma offre qualcosa di più prezioso: una valutazione seria, competente e rispettata dall’intero ambiente letterario.

    Più che un semplice premio, il Calvino è un laboratorio permanente della nuova narrativa italiana, un luogo in cui il talento viene cercato, coltivato e, spesso, scoperto prima che il grande pubblico se ne accorga.

  • Cosa si festeggia 30 giugno?

    Il 30 giugno è una giornata ricca di ricorrenze significative, sia a livello globale e scientifico che dal punto di vista religioso.

    Ecco le principali celebrazioni della giornata:

    ☄️ Giornata Mondiale degli Asteroidi (Asteroid Day)


    Istituita ufficialmente dalle Nazioni Unite, questa giornata ha lo scopo di informare e sensibilizzare il pubblico sui rischi legati ai potenziali impatti degli asteroidi con la Terra e sulle tecnologie per prevenirli.

    • Perché proprio il 30 giugno? La data ricorda il celebre evento di Tunguska del 30 giugno 1908, quando un grosso asteroide (o frammento di cometa) esplose sopra la Siberia distruggendo oltre 80 milioni di alberi su un’area enorme. Tra i fondatori storici della giornata figura anche Brian May, astrofisico e leggendario chitarrista dei Queen.

    🏛️ Giornata Internazionale del Parlamentarismo

    Istituita dall’ONU nel 2018, celebra l’importanza dei parlamenti come pilastri delle democrazie sane, trasparenti e rappresentative. La data coincide con l’anniversario della fondazione dell’Unione Interparlamentare (IPU), nata il 30 giugno 1889.

    😇 Santo del Giorno: I Santi Primi Martiri della Chiesa di Roma

    Nel calendario liturgico cattolico, il 30 giugno si celebrano i Santi Protomartiri Romani. Si tratta dei numerosissimi cristiani che subirono il martirio a Roma sotto l’imperatore Nerone, a seguito del tragico incendio della città nel 64 d.C. La ricorrenza cade non a caso il giorno successivo alla festa dei Santi Pietro e Paolo (29 giugno), che di quella stessa persecuzione furono le vittime più illustri.

  • L’abiura più famosa.

    L’abiura pronunciata da Galileo Galilei il 22 giugno 1633 rappresenta uno degli episodi più celebri e controversi della storia della scienza. Essa simboleggia il difficile rapporto tra la ricerca scientifica e l’autorità religiosa nella prima età moderna, diventando nel tempo un emblema della lotta per la libertà di pensiero.

    Tra il XVI e il XVII secolo la concezione dominante dell’universo era ancora quella elaborata dall’astronomo greco Claudio Tolomeo. Secondo questo modello, la Terra occupava il centro dell’universo e tutti gli altri corpi celesti ruotavano attorno ad essa.

    Nel 1543 il canonico e astronomo polacco Niccolò Copernico pubblicò l’opera De revolutionibus orbium coelestium, nella quale sosteneva una teoria rivoluzionaria: era il Sole, e non la Terra, a trovarsi al centro del sistema planetario. Questa visione, detta eliocentrica, metteva in discussione non solo una tradizione scientifica secolare, ma anche alcune interpretazioni delle Sacre Scritture.

    Galileo Galilei, nato a Pisa nel 1564, fu uno dei più importanti sostenitori della teoria copernicana. Grazie alle osservazioni effettuate con il telescopio, perfezionato da lui stesso, raccolse prove che sembravano confermare il modello eliocentrico. Tra le sue scoperte vi furono i satelliti di Giove, le fasi di Venere e le irregolarità della superficie lunare, fenomeni difficilmente conciliabili con la cosmologia tradizionale.

    Nel 1616 la Chiesa cattolica dichiarò il sistema copernicano incompatibile con la dottrina ufficiale e ammonì Galileo a non sostenere pubblicamente l’eliocentrismo come verità scientifica accertata.

    Per alcuni anni lo scienziato mantenne un atteggiamento prudente. Tuttavia, nel 1632 pubblicò il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, un’opera nella quale confrontava il sistema tolemaico e quello copernicano. Sebbene il libro fosse formalmente presentato come una discussione imparziale, risultava evidente la simpatia dell’autore per la teoria eliocentrica.

    La pubblicazione provocò la reazione delle autorità ecclesiastiche. Galileo fu convocato a Roma e processato dal Tribunale dell’Inquisizione con l’accusa di aver violato le disposizioni ricevute nel 1616.

    Il processo si concluse con una sentenza di condanna. Il 22 giugno 1633, nel convento di Santa Maria sopra Minerva a Roma, Galileo fu costretto a leggere pubblicamente una formula di abiura. In essa rinnegava le proprie convinzioni sulla mobilità della Terra e sulla centralità del Sole, dichiarando di aver sostenuto idee erronee e contrarie alla dottrina della Chiesa.

    L’abiura fu un atto estremamente doloroso per lo scienziato, ormai quasi settantenne. Dopo la condanna, Galileo venne posto agli arresti domiciliari, una condizione che mantenne fino alla morte, avvenuta nel 1642.

    Secondo una tradizione molto diffusa, dopo aver pronunciato l’abiura Galileo avrebbe sussurrato la celebre frase: «Eppur si muove», riferendosi alla Terra. Tuttavia, gli storici non possiedono prove contemporanee che confermino l’autenticità dell’episodio. È probabile che si tratti di una leggenda nata successivamente, ma essa esprime efficacemente l’idea che la verità scientifica non possa essere cancellata da una condanna.

    L’abiura di Galileo non arrestò il progresso della scienza. Nei decenni successivi le teorie copernicane ottennero sempre maggiori conferme e, con gli studi di Isaac Newton, il modello eliocentrico trovò solide basi fisiche e matematiche.

    L’episodio rimane tuttora uno dei simboli più significativi del confronto tra autorità e ricerca scientifica. Nel 1992, dopo un lungo riesame storico, la Chiesa cattolica riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel giudizio nei confronti di Galileo.

    L’abiura delle tesi di Galileo Galilei rappresenta uno dei momenti più importanti della storia culturale europea. Pur costretto a rinnegare pubblicamente le proprie convinzioni, Galileo contribuì in modo decisivo alla nascita della scienza moderna. La sua vicenda continua a ricordare l’importanza del metodo scientifico, della libertà di ricerca e del coraggio intellettuale nel perseguire la conoscenza.

  • Poe al Chiostro di Voltorre.

    Il fascino magnetico e senza tempo di Edgar Allan Poe incontra la suggestione del
    Chiostro di Voltorre in un evento unico ed assolutamente imperdibile.
    Sabato 20 giugno, a partire dalle 21.45, il complesso monastico ospiterà “Ossessioni”, uno spettacolo itinerante ispirato ai racconti del grande maestro della letteratura gotica: serata che promette di coinvolgere il pubblico in un’esperienza totalmente immersiva e magica.
    Una scelta, quella dell’ambientazione, che valorizza pienamente un luogo ricco di storia e fascino, trasformato, per l’occasione, nello scenario ideale di atmosfere gotiche e mondi sospesi tra inquietudine e realtà angoscianti, tipiche della produzione letteraria di Poe.
    Il pubblico sarà protagonista di un viaggio tra ombre, suggestioni e racconti senza tempo.
    A guidare questo progetto è la regista Valentina Maselli, figura di spicco del panorama
    teatrale contemporaneo, da anni impegnata nella ricerca artistica, nella formazione e nella promozione di un teatro inclusivo e accessibile alle nuove generazioni.
    Attrice, regista, scrittrice e pedagoga teatrale, Maselli vive e lavora a Varese ed è
    cofondatrice di Rag Time e della compagnia Altre Tracce, realtà per la quale scrive e dirige spettacoli rivolti a pubblici di tutte le età.
    Il suo percorso professionale si distingue per la capacità di coniugare qualità artistica,
    attenzione educativa e forte sensibilità sociale.
    Con l’opera “Ossessioni”, la regista crea una straordinaria sinergia di intenti che richiama
    un bacino ampio di spettatori, costruendo un’esperienza capace di parlare tanto agli
    appassionati di letteratura quanto a chi desidera vivere una serata originale all’insegna
    della cultura.
    L’appuntamento rappresenta un’occasione preziosa per immergersi nelle atmosfere
    enigmatiche del grande autore americano, lasciandosi guidare in un percorso che intreccia
    parola, spazio scenico e immaginazione. Proposta culturale che conferma il Chiostro di
    Voltorre come luogo privilegiato per eventi capaci di valorizzare il patrimonio storico
    attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea.
    I biglietti sono acquistabili sul sito di EventBrite al seguente link:
    Ossessioni – spettacolo itinerante ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe Tickets, Saturday,
    Il costo è ad offerta libera di minimo 10 € da versare in loco.
    Per gli appassionati di teatro, letteratura e mistero, “Ossessioni” è un evento imperdibile e che si preannuncia essere uno degli appuntamenti più affascinanti d’inizio estate.

  • Premio Viareggio-Rèpaci

    Il Premio Viareggio-Rèpaci rappresenta una delle istituzioni più autorevoli e longeve della cultura italiana. Nato nel 1929 a Viareggio per iniziativa di Leonida Rèpaci insieme a Carlo Salsa e Alberto Colantuoni, il premio fu concepito con un’idea innovativa per l’epoca: portare la letteratura fuori dai salotti chiusi e renderla parte viva del dibattito culturale nazionale.

    Più che un semplice concorso letterario, il Viareggio-Rèpaci è stato uno specchio delle trasformazioni politiche, sociali e artistiche del Novecento italiano. La sua storia è attraversata da momenti di grande prestigio ma anche da polemiche, confronti ideologici e scelte coraggiose. Nato con una sensibilità indipendente e spesso critica verso il potere, subì pressioni durante il periodo fascista, venne sospeso negli anni della guerra e rinacque nel dopoguerra grazie alla tenacia del suo fondatore.

    La sua importanza è confermata dall’albo d’oro: tra i vincitori figurano alcuni dei maggiori protagonisti della letteratura italiana, da Umberto Saba a Elsa Morante, da Italo Calvino a Pier Paolo Pasolini, fino ad autori contemporanei come Sandro Veronesi.

    Uno degli aspetti più apprezzati del Premio Viareggio-Rèpaci è la sua attenzione alla qualità letteraria. Oggi il riconoscimento è articolato nelle sezioni Narrativa, Poesia, Saggistica e Opera Prima, con una selezione che valorizza sia autori affermati sia nuove voci della letteratura italiana.

    A differenza di altri premi più influenzati dalle dinamiche editoriali e mediatiche, il Viareggio conserva l’immagine di un riconoscimento profondamente legato al valore culturale dell’opera e al giudizio critico della giuria. Questa reputazione gli ha permesso di mantenere un ruolo centrale nel panorama letterario italiano per quasi un secolo.

    Particolarmente significativo è anche il Premio Internazionale Viareggio-Versilia, assegnato a personalità che si sono distinte per l’impegno nella cultura, nel dialogo tra i popoli, nel progresso sociale e nella pace. Questo conferisce al premio una dimensione che va oltre la letteratura, trasformandolo in un osservatorio privilegiato sui grandi temi civili e umani del nostro tempo.

    Il Premio Viareggio-Rèpaci può essere considerato uno dei pilastri della cultura italiana contemporanea. La sua forza risiede nella combinazione di tradizione, autorevolezza critica e capacità di rinnovarsi. Pur non essendo esente da controversie — che anzi hanno spesso accompagnato la sua storia — ha saputo mantenere intatto il proprio prestigio e continuare a premiare opere destinate a lasciare un segno nella letteratura italiana.

    Un premio storico, culturalmente influente e ancora oggi tra i riconoscimenti letterari più prestigiosi d’Italia, capace di coniugare memoria, qualità e attenzione al presente.

  • Premio Bancarella

    Il Premio Bancarella è molto più di un riconoscimento letterario: è una tradizione, un simbolo del rapporto diretto tra libri e lettori, un omaggio alla passione dei librai indipendenti che, con entusiasmo e intuito, hanno contribuito a scrivere la storia dell’editoria italiana.

    Nato nel cuore della Lunigiana, questo premio conserva ancora oggi il fascino autentico delle sue origini.

    Per comprendere la nascita del Premio Bancarella bisogna tornare indietro nel tempo, tra le montagne della Lunigiana, territorio a cavallo tra Toscana e Liguria.

    Fin dall’Ottocento, Pontremoli e i paesi limitrofi erano noti per una particolare tradizione: quella dei librai ambulanti. Questi venditori partivano con casse e valigie piene di libri per raggiungere città e paesi del Nord Italia, diffondendo cultura e lettura anche nei centri più piccoli.

    Non si trattava solo di commercio: i librai lunigianesi conoscevano i gusti del pubblico, sapevano consigliare, suggerire, creare legami. Erano mediatori culturali prima ancora che venditori.

    Da questa tradizione nasce lo spirito del Premio Bancarella: un premio assegnato non da una giuria accademica, ma dai librai stessi, interpreti privilegiati delle preferenze dei lettori.

    Il Premio Bancarella viene istituito ufficialmente nel 1953 a Pontremoli.

    L’idea nasce per celebrare il lavoro dei librai ambulanti e per valorizzare quei libri che avevano conquistato il pubblico, al di là delle mode letterarie e delle scelte delle giurie “ufficiali”.

    Fin dalla prima edizione, il premio si distingue per una caratteristica fondamentale:
    non premia necessariamente il libro più “colto” o sperimentale, ma quello che ha saputo creare un legame forte con i lettori.

    Il primo vincitore fu Ernest Hemingway con Il vecchio e il mare, a dimostrazione dell’immediata vocazione internazionale del premio e della sua attenzione per opere di grande impatto narrativo.

    Nel panorama dei premi letterari italiani, il Bancarella si è sempre distinto per la sua natura popolare e commerciale nel senso più nobile del termine.

    La selezione avviene in due fasi:

    1. Una prima rosa di titoli viene proposta.
    2. La scelta finale spetta ai librai, veri protagonisti del premio.

    Questo meccanismo rende il Bancarella un indicatore prezioso delle tendenze editoriali e dei gusti del pubblico. Spesso ha anticipato successi editoriali o consolidato la fama di autori destinati a lasciare il segno.

    Nel corso dei decenni, il Premio Bancarella si è evoluto, ampliando le sue sezioni e rafforzando la sua identità.

    Accanto al premio principale sono nati:

    • Premio Bancarella Sport (1964), dedicato alla letteratura sportiva.
    • Premio Bancarella Cucina, incentrato sulla gastronomia e sulla cultura del cibo.
    • Premio Bancarella della Cucina Italiana e altre sezioni tematiche, che testimoniano la capacità del premio di adattarsi ai cambiamenti culturali.

    Questa evoluzione riflette il mutamento dell’editoria e dei gusti del pubblico, ma senza tradire lo spirito originario: valorizzare i libri che incontrano davvero i lettori.

    Ogni anno, la cerimonia finale si svolge a Pontremoli, nella suggestiva cornice di Piazza della Repubblica.

    La città si trasforma in un palcoscenico culturale, dove scrittori, editori, librai e lettori si incontrano in un clima che conserva ancora qualcosa di familiare e autentico.

    Il Premio Bancarella non è solo un evento mondano: è una festa del libro, una celebrazione del mestiere di libraio e del piacere della lettura.

    In un’epoca dominata dalle vendite online e dagli algoritmi, il Premio Bancarella rappresenta un richiamo potente al valore del consiglio umano, della relazione tra libraio e lettore.

    Il suo messaggio è semplice ma attuale:
    i libri vivono grazie alle persone che li leggono, li raccontano e li consigliano.

    Il Bancarella continua a premiare opere capaci di emozionare, coinvolgere e parlare a un pubblico ampio, mantenendo viva quella tradizione lunigianese fatta di passione, viaggio e amore per la cultura.

    Dalla Lunigiana ottocentesca ai giorni nostri, il Premio Bancarella ha attraversato cambiamenti sociali, editoriali e tecnologici, senza perdere la propria identità.

    È la dimostrazione che la cultura popolare e la qualità narrativa possono convivere, e che il successo presso i lettori è una forma alta di riconoscimento.

    Il Premio Bancarella non è soltanto un premio letterario:
    è la storia di un legame profondo tra libri e persone, che continua a rinnovarsi anno dopo anno.


  • Premio Campiello.

    Il Premio Campiello è uno dei più importanti premi letterari italiani.


    Il Premio Campiello nasce nel 1962 per iniziativa degli Industriali del Veneto, riuniti nell’allora Confindustria Veneto (oggi Fondazione Il Campiello).

    L’idea era di promuovere la narrativa italiana contemporanea, creando un premio alternativo al Premio Strega e valorizzare il ruolo della cultura anche nel mondo imprenditoriale

    Il nome “Campiello” richiama le piazzette veneziane, simbolo di incontro e scambio culturale.

    La prima edizione (1963) fu vinta da Primo Levi con La tregua.


    Nel tempo il Campiello ha introdotto elementi distintivi:

    1. Giuria dei Letterati – composta da critici, scrittori e studiosi che selezionano i finalisti.
    2. Giuria dei Trecento Lettori Anonimi – cittadini comuni scelti in tutta Italia che votano il vincitore.

    Questo sistema è stato pensato per rendere il premio meno “elitario” ed avvicinare pubblico e critica


    Nel corso degli anni sono state create nuove categorie:

    • Premio Campiello (narrativa italiana)
    • Campiello Giovani (dal 1996, per autori tra i 15 e i 22 anni)
    • Premio Opera Prima
    • Premio Fondazione Il Campiello (alla carriera)

    La premiazione finale si tiene tradizionalmente al Teatro La Fenice di Venezia, in settembre, ed è diventata un evento culturale di grande prestigio, spesso trasmesso in televisione.


    Nel corso dei decenni il Campiello ha premiato molti grandi autori italiani. Ecco alcuni tra i più noti:

    • Primo Levi (1963) – La tregua
    • Mario Rigoni Stern (1979) – Storia di Tönle
    • Gesualdo Bufalino (1988) – Le menzogne della notte
    • Dacia Maraini (1990) – La lunga vita di Marianna Ucrìa
    • Antonio Tabucchi (1991) – Sostiene Pereira
    • Margaret Mazzantini (2002) – Non ti muovere
    • Sandro Veronesi (2006) – Caos calmo
    • Melania G. Mazzucco (2003) – Vita
    • Michela Murgia (2010) – Accabadora
    • Benedetta Tobagi (2023) – La Resistenza delle donne

    Molti vincitori hanno poi ottenuto riconoscimenti internazionali e grande successo editoriale.


    Oggi il Premio Campiello è uno dei premi letterari più autorevoli in Italia, mantiene una forte identità indipendente e continua a rappresentare un punto di incontro tra cultura, impresa e società civile.


  • Premio Strega.

    Il Premio Strega è il più prestigioso premio letterario italiano per la narrativa. La sua storia è strettamente legata alla cultura italiana del secondo dopoguerra e riflette l’evoluzione della società e dell’editoria nel nostro Paese.


    Il premio nasce nel 1947, in un’Italia appena uscita dalla Seconda guerra mondiale.

    I fondatori furono:

    • Maria Bellonci, scrittrice
    • Guido Alberti, imprenditore e proprietario del celebre Liquore Strega di Benevento

    Il nome del premio deriva proprio dal liquore, che ne è tuttora lo sponsor storico.

    L’idea nacque durante gli incontri culturali organizzati da Maria Bellonci nella sua casa romana, frequentata da un gruppo di intellettuali, scrittori e giornalisti chiamato “Amici della Domenica”. Furono proprio loro a costituire la prima giuria del premio.

    L’obiettivo iniziale fu quello di rilanciare la cultura italiana e sostenere la narrativa in un momento di ricostruzione morale e civile.

    Il primo vincitore, nel 1947, fu Ennio Flaiano con Tempo di uccidere.


    Il premio si afferma rapidamente come il riconoscimento letterario più influente in Italia. Vincere lo Strega significa ottenere una grande visibilità mediatica, un forte incremento delle vendite ed una consacrazione nel panorama letterario

    Negli anni emergono autori destinati a diventare classici del Novecento.


    Il premio diventa sempre più legato alle grandi case editrici italiane (Mondadori, Einaudi, Rizzoli, Feltrinelli).
    Non mancano difatti polemiche su dinamiche di potere editoriale, strategie di candidatura e disequilibri tra grandi e piccoli editori

    Nonostante le critiche, lo Strega mantiene il suo prestigio.


    Negli ultimi decenni il premio si è ampliato:

    • Strega Giovani (con giuria di studenti)
    • Strega Europeo
    • Strega Ragazze e Ragazzi

    Oggi rappresenta ancora il principale termometro della narrativa italiana contemporanea.


    Ecco alcuni tra i vincitori più celebri e influenti:

    • Ennio Flaiano (1947) – Tempo di uccidere
    • Cesare Pavese (1950) – La bella estate
    • Alberto Moravia (1952) – I racconti
    • Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1959) – Il Gattopardo
    • Natalia Ginzburg (1963) – Lessico famigliare
    • Dino Buzzati (1958) – Sessanta racconti
    • Primo Levi (1982) – Se non ora, quando?
    • Umberto Eco (1981) – Il nome della rosa
    • Claudio Magris (1997) – Microcosmi

    • Niccolò Ammaniti (2007) – Come Dio comanda
    • Paolo Giordano (2008) – La solitudine dei numeri primi
    • Antonio Scurati (2019) – M. Il figlio del secolo
    • Sandro Veronesi (2006, 2020) – unico autore ad aver vinto due volte nel nuovo millennio

    Il Premio Strega non è solo un riconoscimento letterario, ma uno specchio delle trasformazioni culturali italiano, osservatorio sui temi dominanti della narrativa ed un potente strumento di consacrazione editoriale

    Ancora oggi la serata finale, tradizionalmente ospitata a Roma (Villa Giulia), è uno degli eventi culturali più seguiti dell’anno.


  • “Per dichiarare liberi gli elettori italiani, si richiedeva che non fossero sotto la minaccia delle armi e della violenza”

    Il rapimento e l’uccisione di Giacomo Matteotti rappresentano uno dei momenti più drammatici e decisivi della storia italiana del Novecento. L’episodio segnò il passaggio definitivo dal regime fascista ancora formalmente parlamentare alla dittatura aperta di Benito Mussolini.


    Nel 1924 l’Italia era già sotto il governo fascista, ma il regime non era ancora pienamente totalitario. Le elezioni politiche del 6 aprile 1924 si svolsero sotto la cosiddetta Legge Acerbo, che garantiva un’ampia maggioranza parlamentare alla lista più votata. La campagna elettorale fu segnata da intimidazioni, violenze e brogli da parte delle squadre fasciste.

    Giacomo Matteotti, deputato socialista unitario, era uno dei più decisi oppositori di Mussolini. Il 30 maggio 1924, alla Camera dei Deputati, pronunciò un discorso durissimo in cui denunciò pubblicamente le violenze, i brogli e l’illegittimità delle elezioni, chiedendone l’annullamento. Concluse tra le proteste dei fascisti con parole che suonarono profetiche:

    «Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.»


    Il 10 giugno 1924, verso le 16:00, Matteotti uscì dalla sua abitazione sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, a Roma, per recarsi alla Camera. Poco dopo fu aggredito da un gruppo di squadristi che lo spinsero con la forza su un’automobile Lancia Lambda.

    I responsabili materiali furono identificati in membri della cosiddetta “Ceka fascista”, un gruppo clandestino legato al Partito Nazionale Fascista:

    • Amerigo Dumini (capo del commando),
    • Giuseppe Viola,
    • Albino Volpi,
    • Augusto Malacria,
    • Amleto Poveromo.

    Durante il tragitto Matteotti tentò di reagire; nella colluttazione fu colpito e pugnalato. Morì probabilmente poche ore dopo il rapimento. Il corpo venne sepolto in una fossa improvvisata nei pressi della via Flaminia, a circa 25 km da Roma.


    Per settimane il Paese visse nell’incertezza. Il cadavere fu ritrovato solo il 16 agosto 1924, in stato di decomposizione, grazie alle indicazioni fornite durante le indagini.

    Il delitto provocò uno shock enorme nell’opinione pubblica. L’opposizione parlamentare reagì con la cosiddetta “secessione dell’Aventino”: i deputati antifascisti abbandonarono la Camera sperando in un intervento del re Vittorio Emanuele III che destituisse Mussolini. Il re, però, non intervenne.

    In un primo momento Mussolini sembrò in difficoltà. Ma il 3 gennaio 1925, in un discorso alla Camera, si assunse la “responsabilità politica, morale e storica” di quanto accaduto, sfidando apertamente gli avversari. Da quel momento iniziò la trasformazione del regime in dittatura piena, con la soppressione delle libertà politiche e di stampa e l’instaurazione dello Stato totalitario.


    Gli esecutori materiali furono processati nel 1926 e condannati a pene relativamente lievi, poi amnistiati. La questione della responsabilità diretta di Mussolini è stata oggetto di ampio dibattito storico.

    La maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che, pur non essendoci una prova documentale di un ordine scritto di Mussolini, il clima politico, le minacce precedenti e il ruolo dei suoi collaboratori rendono altamente probabile una sua responsabilità politica diretta o indiretta.


    Il delitto Matteotti segnò la fine delle illusioni su un possibile “normalizzarsi” del fascismo, l’inizio della dittatura dichiarata (1925–1926) ed una frattura profonda nella coscienza civile italiana.

    Matteotti divenne un simbolo dell’opposizione democratica al fascismo.


  • Il dramma che bloccò un paese intero.

    La tragedia di Vermicino è una delle pagine più dolorose e sconvolgenti della storia italiana recente. Accadde nel giugno del 1981 e rimase impressa nella memoria collettiva non solo per la sua drammaticità, ma perché fu la prima grande tragedia seguita in diretta televisiva da milioni di persone.

    La sera del 10 giugno 1981, a Vermicino, una frazione vicino Roma, il piccolo Alfredo Rampi, detto Alfredino, di appena sei anni, cadde in un pozzo artesiano stretto e profondo oltre 60 metri, largo poco più di 30 centimetri. Era quasi buio quando i genitori si accorsero della sua assenza. Le ricerche portarono presto alla terribile scoperta: il bambino era precipitato nel pozzo e si trovava a circa 36 metri di profondità.

    Iniziarono subito i soccorsi. Vigili del fuoco, speleologi, volontari: tutti cercavano un modo per raggiungerlo. Il problema era lo spazio strettissimo del cunicolo, che rendeva impossibile calarsi con facilità. Alfredino era vivo, parlava, piangeva, chiedeva della mamma. I soccorritori riuscirono a calare un microfono e una flebo, ma non a tirarlo fuori.

    La televisione di Stato iniziò a trasmettere aggiornamenti che si trasformarono in una diretta continua di quasi 18 ore. L’Italia intera rimase incollata allo schermo. Si seguivano i tentativi, le speranze, gli errori, la tensione crescente. Persino il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, si recò sul posto per sostenere la famiglia.

    Un grande uomo coraggio recentemente scomparso, Angelo Licheri, riuscì a calarsi a testa in giù nel pozzo, in uno sforzo quasi disumano. Toccò il bambino, cercò di afferrarlo, ma il fango e la posizione resero impossibile la presa. Fu uno dei momenti più drammatici: l’Italia tratteneva il respiro.

    Dopo quasi tre giorni di tentativi, nella notte tra il 12 e il 13 giugno, la voce di Alfredino si spense. Il suo corpo verrà recuperato solo settimane dopo.

    La tragedia di Vermicino segnò profondamente il Paese. Mise in luce l’impreparazione nei soccorsi e portò, negli anni successivi, alla nascita della Protezione Civile moderna in Italia. Ma soprattutto lasciò una ferita emotiva collettiva: per la prima volta, milioni di persone avevano vissuto in diretta l’agonia di un bambino, condividendo speranza e impotenza davanti a un destino crudele.

    Ancora oggi, il nome di Vermicino evoca silenzio, commozione e il ricordo di quel piccolo che l’Italia intera provò, invano, a salvare.

  • La strage di Firenze.

    La Strage di via dei Georgofili fu uno degli attentati mafiosi più gravi e simbolici della storia italiana contemporanea. Avvenne nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993 a Firenze, nel centro storico della città, a pochi metri dalla Galleria degli Uffizi.

    Fu un attentato compiuto da Cosa Nostra nell’ambito della stagione delle stragi mafiose iniziata dopo gli omicidi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992.

    Poco dopo l’una di notte, un furgone imbottito con circa 250 kg di esplosivo parcheggiato in via dei Georgofili esplose violentemente.

    L’esplosione devastò:

    • parte della storica Torre dei Pulci;
    • edifici circostanti;
    • molte abitazioni;
    • opere d’arte e ambienti degli Uffizi.

    Morirono cinque persone:

    • Fabrizio Nencioni, vigile urbano;
    • Angela Fiume, sua moglie;
    • le loro figlie Nadia Nencioni di nove anni e Caterina Nencioni di appena cinquanta giorni;
    • Dario Capolicchio, studente universitario.

    I feriti furono decine.

    L’attentato non aveva un obiettivo “locale”. Firenze fu scelta per il suo enorme valore simbolico e culturale.

    Nel 1992-1993 Cosa Nostra stava reagendo duramente alla repressione dello Stato italiano:

    • il regime carcerario duro del 41-bis;
    • i maxi-processi;
    • gli arresti di importanti boss mafiosi;
    • la perdita di potere dell’organizzazione.

    La strategia mafiosa cambiò: non più soltanto omicidi mirati, ma veri attacchi terroristici contro lo Stato e il patrimonio culturale italiano, per creare paura e pressione politica.

    Per questo, nel 1993, oltre a Firenze furono colpite anche:

    Uno degli aspetti più scioccanti della strage fu il danno al patrimonio artistico.

    L’onda d’urto colpì gli Uffizi e distrusse o danneggiò opere, dipinti e documenti storici di enorme valore.

    Alcune opere non poterono mai essere recuperate completamente.

    L’attacco fu percepito come un’aggressione non soltanto alle persone, ma anche alla cultura italiana e alla memoria storica del Paese.

    Le indagini attribuirono la responsabilità dell’attentato ai vertici di Cosa Nostra, in particolare all’ala guidata da:

    • Salvatore Riina

    e ad altri capi mafiosi siciliani.

    Nel corso degli anni furono condannati numerosi esecutori e mandanti.

    Tuttavia, attorno alle stragi del 1992-1993 sono rimasti molti interrogativi storici e giudiziari:

    • possibili rapporti tra mafia e settori deviati dello Stato;
    • la cosiddetta “trattativa Stato-mafia”;
    • eventuali mandanti esterni a Cosa Nostra.

    Questi temi sono ancora oggetto di studio, processi e dibattito pubblico.

    La strage dei Georgofili segnò profondamente l’Italia perché mostrò che la mafia era disposta a:

    • colpire civili innocenti;
    • uccidere bambini;
    • attaccare luoghi simbolo dell’identità nazionale;
    • usare metodi assimilabili al terrorismo.

    Per molti italiani fu uno shock culturale enorme: la mafia non appariva più soltanto come criminalità organizzata regionale, ma come una minaccia nazionale contro la democrazia e il patrimonio comune.

  • Da un dolore infinito, una speranza ancora più grande.

    Etan Patz è uno dei casi di scomparsa infantile più celebri e traumatici della storia degli Stati Uniti. La sua vicenda cambiò profondamente il modo in cui l’opinione pubblica, i media e le autorità affrontano i casi di bambini scomparsi.

    Etan era un bambino di sei anni che viveva a New York City con la sua famiglia, nel quartiere di SoHo a Manhattan.

    Il 25 maggio 1979, per la prima volta, i genitori gli permisero di andare da solo alla fermata dello scuolabus, a poche isolati da casa. Non arrivò mai a scuola.

    Quando la madre si rese conto che il bambino non era tornato, iniziò una ricerca immediata. La polizia scoprì presto che Etan era sparito senza lasciare tracce evidenti.

    Negli anni Settanta non esisteva ancora il livello di attenzione pubblica oggi associato ai bambini scomparsi. Il caso Patz fu uno dei primi a ricevere una copertura mediatica nazionale enorme.

    Diversi elementi contribuirono all’impatto emotivo:

    • Etan era molto piccolo;
    • La scomparsa avvenne in pieno giorno, in una grande città;
    • Non vi erano prove chiare;
    • La famiglia rese pubbliche fotografie molto riconoscibili del bambino.

    L’immagine di Etan — con il cappellino nero e il sorriso timido — divenne una delle prime fotografie di un bambino scomparso diffuse su larga scala negli Stati Uniti.

    Il caso è importante perché trasformò il modo in cui vengono trattate le sparizioni di minori.

    Dopo la scomparsa di Etan:

    • aumentò la pressione pubblica per creare sistemi nazionali di ricerca;
    • nacquero nuove strategie di cooperazione tra polizia e media;
    • divenne comune stampare le foto dei bambini scomparsi sui cartoni del latte;
    • si sviluppò una maggiore cultura della sicurezza infantile.

    Nel 1983 il presidente Ronald Reagan proclamò il 25 maggio — giorno della scomparsa di Etan — come:

    • National Missing Children’s Day

    dedicato ai bambini scomparsi.

    Il caso contribuì anche alla nascita del:

    • National Center for Missing & Exploited Children

    una delle principali organizzazioni americane impegnate nella ricerca dei minori scomparsi e nella prevenzione dello sfruttamento infantile.

    Per decenni il caso rimase irrisolto. Nel corso degli anni emersero diversi sospetti. Uno dei più noti fu Jose Antonio Ramos, un uomo con legami con la famiglia che venne considerato molto pericoloso, ma contro il quale non si riuscì mai a costruire un caso definitivo.

    Nel 2012 la polizia arrestò invece:

    • Pedro Hernandez

    un ex commesso di un negozio del quartiere.

    Hernandez confessò agli investigatori di aver attirato Etan nel seminterrato di un negozio con la promessa di una bibita e di averlo poi ucciso. Non venne mai ritrovato il corpo del bambino, e la confessione fu molto discussa perché Hernandez aveva una storia di disturbi mentali e problemi cognitivi.

    Nonostante le controversie, nel 2017 Hernandez fu condannato per omicidio e rapimento.

    Il caso Etan Patz segnò un cambiamento profondo nella percezione dell’infanzia negli Stati Uniti.

    Prima degli anni Ottanta era più comune lasciare che i bambini si muovessero autonomamente nei quartieri urbani. Dopo casi come quello di Etan, molti genitori iniziarono a percepire il mondo esterno come molto più pericoloso.

    La storia contribuì anche alla nascita della moderna “paura dello sconosciuto” (“stranger danger”), cioè l’idea che i bambini dovessero essere continuamente protetti da possibili rapitori.

    Ancora oggi il nome di Etan Patz viene citato:

    • negli studi criminologici;
    • nella storia dei media americani;
    • nelle discussioni sulla sicurezza dei minori;
    • nei dibattiti sugli errori giudiziari e sulle confessioni controverse.

    Il caso resta uno dei simboli più potenti della vulnerabilità infantile nella cultura americana contemporanea.

  • Cesarina Briante al caffè Lucioni.

    Nel panorama della narrativa legata al folklore e alle tradizioni popolari lombarde, Cesarina Briante occupa un posto di prim’ordine: tutte le sue opere rappresentano l’equilibrio perfetto tra dettagliata e scrupolosa ricostruzione storica, spiritualità, leggende popolari e introspezione personale.
    Una scrittura che recupera la memoria delle antiche comunità dell’Insubria e la trasforma in racconto, evocando atmosfere sospese tra realtà e mito coinvolgendo un pubblico ampio e variegato.
    L’autrice, originaria dell’area di Somma Lombardo, ha costruito negli anni un percorso letterario importante, caratterizzato da un forte legame con il territorio, le tradizioni e il patrimonio orale tramandato nei secoli.
    Tra i titoli più celebri: Una strega a Somma Lombardo del 2017, romanzo ambientato nella Lombardia del Seicento, e Misteri e storie degli antichi borghi d’Insubria, un viaggio tra leggende, documenti storici e tradizioni locali.
    Domenica 17 maggio alle ore 16 presso il caffè Lucioni Castiglione Olona,  con la moderazione del professor Ugo Marelli, sarà presentata La Strega del Verbano.
    Questo libro racconta le vicende di una nobildonna in terre lombarde, romanzo che conferma ulteriormente l’interesse dell’autrice per la storia locale, il folklore e le figure femminili fuori dagli schemi.
    L’opera racconta il viaggio di una giovane nobildonna francese proveniente dalla Provenza, diretta verso le Isole Borromee per sposare un uomo molto più anziano in un matrimonio combinato dalla famiglia. Durante il percorso attraverso Liguria, Piemonte e Lombardia, la protagonista attraversa territori ricchi di tradizioni, superstizioni e atmosfere antiche, fino a giungere anche a Somma Lombardo.
    Ambientato nel XVIII secolo, il romanzo ricostruisce con attenzione ambienti, usanze e mentalità dell’epoca, la scrittrice intreccia elementi storici e suggestioni esoteriche, dando vita a una narrazione sospesa tra realtà e leggenda
    Cesarina Briante continua il personale lavoro di recupero delle memorie dell’Insubria e delle antiche tradizioni lombarde, trasformando il patrimonio storico e orale del territorio in narrativa evocativa e coinvolgente, scrivendo lontano dalle tendenze commerciali dominanti. Opere che non cercano l’effetto immediato, ma puntano piuttosto a creare un dialogo profondo con il lettore attraverso memoria, simbolismo e identità culturale.
    Molte delle opere nascono infatti da ricerche su documenti storici, testimonianze orali e visite ai luoghi raccontati nei libri attraverso uno straordinario lavoro di ricerca e vaglio delle fonti.
    Nei suoi racconti il territorio lombardo non è soltanto uno sfondo geografico: diventa un organismo vivo, carico di energie, storie dimenticate e tradizioni popolari.
    La figura della “strega”, presente in molte sue opere, non viene mai trattata in senso stereotipato: è una donna libera, intuitiva, legata alla natura e alla conoscenza antica, metafora della diversità e dell’indipendenza femminile, spesso in contrasto con le convenzioni sociali.
    In un’epoca in cui la letteratura spesso rincorre la velocità e l’attualità, Cesarina Briante sceglie invece il tempo lento del racconto, della memoria e dell’atmosfera ed è proprio questa autenticità a rendere le sue opere particolarmente affascinanti per chi ama le storie legate alle tradizioni, al mistero e alle radici profonde del territorio italiano.
    Non perdetevi un appuntamento che, ne sono sicura, vi immergerà in un universo unico e meravigliosamente suggestivo.

  • Perchè il primo maggio?

    Il 1° maggio si festeggia la Festa dei Lavoratori, una ricorrenza nata per commemorare le lotte operaie per la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore.

    La scelta della data risale agli scioperi avvenuti negli Stati Uniti all’inizio di maggio del 1886.
    Fu indetto uno sciopero generale in tutti gli USA per rivendicare il diritto alle 8 ore di lavoro. A Chicago, la protesta coinvolse migliaia di persone.
    Il 4 maggio, durante una manifestazione a Chicago, lo scoppio di una bomba causò la morte di diversi poliziotti e manifestanti. In seguito a questi scontri, otto anarchici furono condannati a morte, diventando noti come i “Martiri di Chicago”

    La data divenne simbolo mondiale della lotta operaia pochi anni dopo:
    Parigi, 1889: Durante il congresso della Seconda Internazionale, fu stabilito che il 1° maggio sarebbe diventato la giornata internazionale dei lavoratori.
    L’obiettivo: “Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire” era lo slogan che guidava il movimento.

    In Italia, la festa fu introdotta ufficialmente nel 1891.
    Durante il regime di Mussolini, la festività del 1° maggio fu abolita e sostituita dal “Natale di Roma” (21 aprile).
    Nel 1945, alla fine del conflitto mondiale, la ricorrenza fu ripristinata come festa nazionale.
    Nel 1955, Papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe Artigiano proprio il 1° maggio, per dare un significato cristiano alla giornata dedicata al lavoro.

  • Il più atroce degli eccidi.

    L’eccidio delle Fosse Ardeatine è uno dei più tragici crimini di guerra compiuti dai nazisti in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Avvenne il 24 marzo 1944 a Roma.

    L’eccidio fu una rappresaglia per l’attacco partigiano compiuto dai GAP (Gruppi di Azione Partigiana) il 23 marzo 1944 in Via Rasella, dove un’esplosione uccise 33 soldati del reggimento tedesco “Bozen”. Il comando tedesco, guidato dal colonnello Herbert Kappler, ordinò l’esecuzione di 10 italiani per ogni tedesco ucciso.

    Le vittime furono condotte presso le cave di pozzolana sulla via Ardeatina. A causa di un errore nel conteggio, vennero trucidate 335 persone (5 in più rispetto alla proporzione 10 a 1 inizialmente stabilita). I prigionieri vennero uccisi con un colpo alla nuca e le cave furono fatte esplodere per occultare i cadaveri.

    Le 335 vittime rappresentavano uno spaccato della società italiana dell’epoca e includevano militari e partigiani, difatti molti appartenevano al Fronte Militare Clandestino o al Partito d’Azione (come Enrico Mancini) ma anche civili, ossia persone arrestate per motivi politici o durante i rastrellamenti, tra cui operai, contadini (come Giuseppe Navarra) e professionisti.
    Non mancarono ebrei e detenuti comuni, prelevati dalle carceri di Regina Coeli e via Tasso per raggiungere il numero richiesto.

    Oggi, delle 335 vittime, 328 sono state identificate, mentre sette restano ancora ignote.

  • Lo shabbat ebraico.

    Lo Shabbat (dal termine ebraico shavath, “cessare” o “riposare“) è il settimo giorno della settimana ebraica, considerato un patto eterno tra Dio e il popolo di Israel
    Le radici dello Shabbat sono bibliche e si trovano in due testi fondamentali.
    Genesi: Ricorda il giorno in cui Dio concluse la creazione del mondo e si riposò, santificando il settimo giorno.
    Esodo: È sancito come il quarto dei Dieci Comandamenti (“Ricorda il giorno dello Shabbat per santificarlo”), simbolo della liberazione dalla schiavitù in Egitto.
    La festa inizia al tramonto del venerdì e termina con la comparsa delle prime tre stelle il sabato sera. Le principali tradizioni includono alcuni importanti rituali,
    Accensione delle candele: Prima del tramonto, la donna di casa accende almeno due candele per accogliere lo Shabbat.
    Kiddush: La santificazione del giorno recitata sul vino prima dei pasti festivi.
    Challah: Si consumano due pani intrecciati (Challòt) che ricordano la doppia porzione di manna caduta nel deserto.
    La cena è un momento di gioia familiare (Oneg Shabbat), preceduta dal lavaggio rituale delle mani.
    È vietato compiere 39 categorie di attività creative (melakhot), come cucinare, guidare o fare acquisti, per concentrarsi sulla preghiera e sulla spiritualità.
    Havdalà: La cerimonia che segna la fine dello Shabbat, separando il sacro dal profano della settimana entrante.

  • La festa di un papà speciale.

    In Italia e in altri paesi di tradizione cattolica, la Festa del Papà si celebra il 19 marzo poiché coincide con la festività di San Giuseppe, lo sposo di Maria e padre putativo di Gesù.

    San Giuseppe è considerato il modello ideale di padre e di marito nella tradizione cristiana per la sua umiltà, dedizione e spirito di sacrificio.

    Nel 1871, la Chiesa Cattolica lo ha ufficialmente proclamato protettore dei padri di famiglia e patrono della Chiesa universale.
    Secondo la tradizione, il 19 marzo è il giorno in cui il Santo morì.
    Papa Sisto IV inserì la festività nel calendario romano nel 1479, mentre Gregorio XV la rese obbligatoria per tutta la Chiesa nel 1621.


    La celebrazione del 19 marzo come specifica “Festa del Papà” in Italia ha iniziato a diffondersi maggiormente a partire dal 1968.
    Fino al 1977, il 19 marzo era considerato festivo anche agli effetti civili (scuole e uffici chiusi). Con la legge 5 marzo 1977 n. 54, il riconoscimento è stato abolito e la data è diventata un giorno feriale.

    La festa è accompagnata da usanze culinarie e riti simbolici che variano tra le regioni:
    Il dolce simbolo sono le Zeppole di San Giuseppe (tipiche del Sud) e i Bignè di San Giuseppe (a Roma). La tradizione narra che, durante la fuga in Egitto, Giuseppe dovette vendere frittelle per mantenere la famiglia, da qui l’usanza dei dolci fritti.

    In molte località italiane si accendono grandi falò per celebrare la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, rito che si è fuso con la devozione al Santo.

  • Come muore un mito.

    Le Idi di marzo del 44 a.C. (non d.C., poiché si parla di epoca repubblicana) segnano l’assassinio di Giulio Cesare.

    Il 15 marzo, durante una seduta del Senato nella Curia di Pompeo, un gruppo di circa 60 congiurati guidati da Bruto e Cassio pugnalò a morte Cesare.
    I congiurati temevano che Cesare, nominato dictator perpetuus (dittatore a vita), volesse restaurare la monarchia, distruggendo definitivamente le istituzioni della Repubblica Romana.
    Cesare ricevette 23 pugnalate, ma secondo i referti dell’epoca solo una fu realmente mortale.
    La tradizione gli attribuisce la celebre frase rivolta a Bruto: “Tu quoque, Brute, fili mi!” (“Anche tu, Bruto, figlio mio!”), sebbene gli storici antichi riportino versioni differenti o il suo totale silenzio durante l’attacco.
    L’omicidio non salvò la Repubblica; al contrario, scatenò una serie di guerre civili che portarono all’ascesa di Ottaviano Augusto e alla nascita dell’Impero Romano.

  • L’uomo più ricco di Roma e i vigili del fuoco.

    Marco Licinio Crasso è stato un influente politico e generale romano, ricordato come l’uomo più ricco della storia di Roma e come uno dei membri del Primo Triumvirato insieme a Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno.

    Crasso costruì la sua immensa fortuna attraverso speculazioni edilizie, l’acquisto di beni dai proscritti di Silla e il traffico di schiavi.

    È celebre per aver organizzato la prima brigata di vigili del fuoco a Roma: quando scoppiava un incendio, Crasso acquistava a prezzi stracciati gli edifici in fiamme prima di dare l’ordine ai suoi uomini di spegnere il fuoco.


    Nel 72 a.C. ottenne il comando della guerra contro la rivolta servile guidata da Spartaco, che riuscì a soffocare nel sangue nel 71 a.C..
    Fu eletto console per la prima volta nel 70 a.C. e una seconda volta nel 55 a.C., in entrambi i casi insieme al rivale Pompeo.
    Nel 60 a.C. formò un’alleanza privata (il Primo Triumvirato) con Cesare e Pompeo per spartirsi il controllo della Repubblica.

    Per eguagliare la gloria militare dei suoi alleati, nel 55 a.C. ottenne il proconsolato in Siria e intraprese una campagna contro i Parti. La spedizione si rivelò un disastro:
    Battaglia di Carre (53 a.C.): Le legioni romane furono annientate dalla cavalleria partica nel deserto mesopotamico.
    Crasso fu ucciso durante un fallimentare tentativo di negoziazione dopo la battaglia. Secondo la leggenda, per scherno verso la sua avidità, i Parti gli versarono dell’oro fuso in bocca, prima di decapitarlo.
    La sua morte segnò l’inizio della fine dell’equilibrio del Triumvirato, portando inevitabilmente allo scontro civile tra Cesare e Pompeo.

  • il triumvirato più famoso della storia.

    Il Primo Triumvirato è stato un patto politico privato e segreto stretto nel 60 a.C. tra Gaio Giulio Cesare, Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso.
    A differenza del Secondo Triumvirato (quello di Ottaviano, Antonio e Lepido), questo accordo non aveva valore legale ufficiale, ma era un’alleanza strategica per controllare le istituzioni repubblicane romane e superare l’opposizione del Senato.

    I tre uomini misero a disposizione le proprie influenze per ottenere vantaggi reciproci, ed essi erano:
    – Giulio Cesare: Aveva bisogno del sostegno militare di Pompeo e di quello finanziario di Crasso per essere eletto console e ottenere il comando nelle Gallie.
    – Gneo Pompeo: Cercava la ratifica dei suoi atti in Oriente e la distribuzione di terre per i suoi veterani, richieste precedentemente bloccate dal Senato.
    – Marco Licinio Crasso: L’uomo più ricco di Roma, mirava a vantaggi economici per i suoi alleati (i pubblicani) e desiderava accrescere il proprio prestigio militare.

    L’alleanza fu rinnovata ufficialmente nel 56 a.C. durante un incontro a Lucca. In questa occasione fu stabilito che Pompeo e Crasso sarebbero stati eletti consoli per l’anno successivo (55 a.C.) e Iil comando di Cesare in Gallia sarebbe stato prorogato per altri cinque anni.
    A Pompeo sarebbe stato affidato il governo delle province spagnole e a Crasso quello della Siria.



    Il triumvirato iniziò a sgretolarsi per diversi fattori come la morte di Giulia (54 a.C.): La figlia di Cesare, data in sposa a Pompeo per suggellare il patto, morì di parto, recidendo il legame familiare tra i due leader.
    Crasso fu sconfitto e ucciso dai Parti nella battaglia di Carre, eliminando l’elemento equilibratore tra Cesare e Pompeo.
    Rimasti soli, Cesare (leader dei populares) e Pompeo (divenuto riferimento dell’oligarchia senatoria) entrarono in conflitto nel 49 a.C. dopo il passaggio del Rubicone da parte di Cesare, portando allo scontro decisivo di Farsalo nel 48 a.C..

    Quello che era nato come un fatto fraterno finì con il trasformarsi in una fine dolorosa e carneficina.

  • Il Primo Cesare.

    Gaio Giulio Cesare è stato il protagonista assoluto della transizione di Roma da Repubblica a Impero, distinguendosi come generale, politico e scrittore.
    Di famiglia patrizia (la gens Iulia), si schierò con i populares.

    Scalò il cursus honorum diventando Pontefice Massimo, questore e console.
    Nel 60 a.C. strinse un patto segreto con Pompeo e Crasso detto Primo Triumvirato.

    Dal 58 al 52 a.C. condusse la conquista della Gallia, espandendo enormemente i confini di Roma.

    Dopo il superamento del Rubicone (49 a.C.), sconfisse Pompeo a Farsalo (48 a.C.) e divenne dittatore a vita.
    Venne assassinato alle Idi di marzo (15 marzo 44 a.C.) da una congiura guidata da Bruto e Cassio, che temevano il suo potere assoluto.

    Cesare è celebre per lo stile asciutto e preciso dei suoi Commentarii, resoconti militari scritti in terza persona per auto-celebrarsi con apparente oggettività.

    Le opere più famose sono le seguenti.
    – De Bello Gallico: 7 libri che narrano le campagne in Gallia tra il 58 e il 52 a.C..
    – De Bello Civili: 3 libri sulla guerra civile contro Pompeo e il Senato (49-48 a.C.).

    Una persona straordinaria, leggenda in vita e nella memoria.

  • Oltre l’8 marzo…e non solo.

    L’8 marzo, correttamente definita Giornata internazionale della donna, non nasce da un singolo evento isolato, ma da decenni di lotte politiche e sociali per i diritti delle donne. 

    Il primo “Woman’s Day” ufficiale fu indetto dal Partito Socialista d’America il 28 febbraio 1909 per onorare lo sciopero delle lavoratrici del settore tessile dell’anno precedente a New York.

    Durante la Seconda Conferenza Internazionale delle Donne Socialiste a Copenaghen, l’attivista tedesca Clara Zetkin propose l’istituzione di una giornata dedicata alla rivendicazione del suffragio e dei diritti lavorativi.

    Spesso si cita un incendio in una fabbrica di Chicago o New York l’8 marzo 1908. In realtà, la tragedia storicamente documentata è l’incendio della fabbrica Triangle a New York, avvenuto il 25 marzo 1911, in cui morirono 146 operai (di cui 123 donne, molte immigrate italiane). Sebbene non sia l’origine della data, questo evento diede un impulso decisivo alle leggi sulla sicurezza sul lavoro. 

    La data definitiva è legata alla Rivoluzione russa: l’8 marzo 1917 (il 23 febbraio secondo il calendario giuliano allora in vigore), le donne di San Pietroburgo scesero in piazza per chiedere “Pane e Pace”, dando inizio alla caduta dello zarismo. Questa data fu poi adottata come simbolo internazionale.
    L’ONU ha riconosciuto ufficialmente la giornata nel 1977, invitando i paesi membri a proclamare un giorno per i diritti delle donne e la pace internazionale.

    In Italia la prima celebrazione avvenne nel 1922.

    Dal 1946, l’UDI (Unione Donne in Italia) scelse la mimosa come simbolo della ricorrenza, preferendola alle costose violette perché fiore povero e diffuso in quel periodo dell’anno.

    Oggi la giornata serve a riflettere sui progressi compiuti e sulle sfide ancora aperte per raggiungere la piena parità di genere.

    Fin dove siamo davvero arrivate e cosa è diventato solo uno specchietto per le allodole?

  • Tanto rumore, per assolutamente nulla.

    Il Proibizionismo negli Stati Uniti (1920-1933), noto anche come “Il nobile esperimento“, è stato il periodo in cui la produzione, la vendita e il trasporto di alcolici furono resi illegali a livello federale. 

    Le radici del movimento risalgono al XIX secolo, guidate da una coalizione di gruppi religiosi e sociali tra cui spiccavano gruppi come la Woman’s Christian Temperance Union e la Anti-Saloon League (fondata nel 1893) che associavano l’alcol alla violenza domestica, alla povertà e alla corruzione politica.

    Con la Prima Guerra Mondiale, l’ostilità verso i birrai di origine tedesca facilitò l’approvazione del bando per risparmiare cereali necessari allo sforzo bellico. 

    Sviluppo Legislativo si può riassumere in due decreti molto importanti:

    • XVIII Emendamento: Ratificato nel 1919, stabilì il bando nazionale.
    • Volstead Act: Entrato in vigore il 17 gennaio 1920, definì tecnicamente quali bevande fossero proibite (quelle con più dello 0,5% di alcol) e le sanzioni relative.

    Invece di eliminare il consumo, la legge portò alla criminalità organizzata: Gangster come Al Capone costruirono imperi multimilionari basati sul contrabbando (bootlegging). Nacquero migliaia di bar clandestini dove si continuava a bere illegalmente.

    La polizia e i funzionari pubblici venivano regolarmente corrotti per chiudere un occhio sui traffici. 

    Con la Grande Depressione, il governo ebbe bisogno delle entrate fiscali derivanti dall’alcol. Il 5 dicembre 1933, la ratifica del XXI Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America abrogò ufficialmente il XVIII emendamento, ponendo fine al proibizionismo. 

    Ho sempre definito il fenomeno del proibizionismo con la seguente frase: “molto rumore per nulla”. E, se ci pensiamo, è stato un po’ così tutto il fenomeno.

    Proclami e campagne contro quella che sembrava una piaga sociale da debellare, salvo poi ritirare il tutto per rimpinguare le casse statali: se non si chiama ipocrisia questa. ..

  • VareSempre: un progetto nato per Varese e dal ricordo di un caro amico.

    Ogni tanto, lascio qualche traccia di me nei miei scritti. E oggi non potevo non condividere questa gioia, nata per caso e diventata subito stima, affetto e condivisione.

    Quando il sogno di due amici diventa realtà, è una magia da toccare con mano.

    Ricordo, affetto e scoperta rappresentano l’essenza più intima di uno dei gruppi culturali più incredibili che abbia mai conosciuto.

    Incontrare La Varese Nascosta è stato incredibile, fin da subito. Tutto ebbe inizio l’anno scorso: stavo riprendendo in mano la mia vita, dopo uno dei periodi più bui e complicati. Il blog era nato da poco e mi stavo approcciando a tutte le diverse realtà culturali di Varese.

    Dapprima incontrai Luigi Manco, uno dei fondatori e fu subito sintonia. Una persona empatica, disponibile e altruista che ha messo tutto sé stesso in un sogno nato da due grandi amici. Lui e Andrea Badoglio, un uomo che non ho mai avuto il privilegio di conoscere ma che sento sia stato veramente straordinario.

    Mi sono sentita apprezzata e stimolata a partecipare ai diversi eventi.

    l gruppo era (ed è) una vera fucina di idee ma soprattutto di condivisione.

    Tutti i membri possono raccontare, discutere e sentirsi accolti.

    Dopo alcuni mesi ebbi il privilegio di diventare moderatrice del gruppo e dopo qualche tempo la grande, straordinaria novità: la creazione di una quotidiano online. Grazie ad uno sforzo e determinazione da parte del suo fondatore e creatore.

    Un periodico dedicato alla cultura, con il contributo di importanti nomi del giornalismo e della cultura assieme a cui avrò il privilegio di collaborare.

    Potete visitare il sito qui:

    http://www.lavaresenascosta.com

    e qui troverete il mio articolo, dedicato ad un personaggio molto noto nella zona del Seprio.

    Inutile dire la grande emozione provata, oltre che soddisfazione. Un sogno che si avvera, per me, che ho sempre considerato la scrittura come la vita e la mia rinascita.

    Non so dove mi porterà il destino, ma per ora questo viaggio è bellissimo.

  • La Serpe di Chiavenna.

    Se siete mai stati in uno degli angoli più suggestivi della Lombardia, non potrete non aver notato un serpe sopra i battenti delle porte. Di forme e dimensioni sempre diverse, eppure ricchissime di un fascino senza tempo.

    Da dove nasce questa tradizione?

    La leggenda della serpe di Chiavenna narra che, in un’epoca passata, la città fu invasa da un’infestazione di insetti che distrussero i raccolti.

    Un mago promise di liberare i cittadini a condizione che avessero visto un “serpe bianca”: gli abitanti, diffidenti, lo cacciarono. Non credevano a nulla di quanto detto, in quanto le sue parole erano incredibili e anche abbastanza folli.

    I contadini erano convinti si trattasse di un cialtrone uguale a tantissimi altri.

    Solo dopo che il mago invocò un essere luminoso e ardente, la cui luce e il calore attirarono e bruciarono tutti gli insetti, la gente iniziò a venerare la serpe bianca come simbolo di protezione.

    Ecco svelato il motivo di questa suggestiva peculiarità.

    In segno di gratitudine e per protezione futura, le famiglie iniziarono a mettere un simbolo della serpe bianca sui propri usci, anche se oggi sono fatte di ferro e non hanno più le caratteristiche luminose.

    Una tradizione visibile ancora oggi in quelle meravigliose valli incantate.

  • Un rogo che sa di rinnovamento.

    E’ una delle storie che venivano raccontate ai bambini nelle campagne lombarde.

    La leggenda della Giubiana racconta di una strega delle lunghe gambe e delle calze rosse che viveva nei boschi e terrorizzava i bambini, soprattutto l’ultimo giovedì di gennaio. 

    Una mamma le tese una trappola preparando un risotto con luganega, che la strega divorò senza accorgersi che l’alba stava arrivando. La donna fu costretta a fuggire, scomparendo con i primi raggi del sole, e da allora si celebra il rito di bruciare il suo fantoccio per scacciare l’inverno e propiziare un buon raccolto. 

    La leggenda ha origini precristiane e si collega a riti celtici per scacciare l’inverno. 

    Il periodo a cavallo tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio segnava un periodo ricco di speranza in vista dell’arrivo della primavera

    Durante questo periodo veniva celebrata la fine del freddo inverno e si propizia un buon raccolto e benessere. 

    Bruciare il fantoccio di questo essere malvagio non rappresenta altro che l’eliminazione delle cose brutte, confidando in un futuro migliore.

  • Samhain.

    No, Halloween e le ricorrenze legate ad esso non sono una tradizione americana. Credo oramai tutti lo sappiano, ma è sempre bene rifrescare la memoria.

    Samhain era un’antica festa celtica pagana che segnava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno, equivalente al nostro capodanno. 

    Essa veniva celebrata tra il 31 ottobre e il 1° novembre ed era vista come un momento in cui il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliava, permettendo agli spiriti di tornare sulla Terra. Essi potevano fare visita ai loro cari che li onoravano in modi diversi a seconda delle regioni.

    Secondo la tradizione, le persone erano solite indossare maschere e costumi con pelli di animali per confondere o spaventare gli spiriti. Inoltre, veniva offerto cibo sulle porte di casa per nutrire i morti e i loro spiriti. Venivano anche utilizzate lanterne intagliate (spesso in zucche o cipolle) per illuminare la strada agli spiriti e come strumenti di decorazione. 

    Una festa erroneamente considerata tipicamente anglosassone ma che in realtà affonda le sue radici in un culto millenario e profondamente affascinante.

  • Filippo II di Savoia-Acaia e i laghi di Avigliana.

    La zona dei Laghi di Avigliana e le rovine del suo castello sono al centro di diverse leggende popolari che narrano della presenza di un fantasma.

    Quella più nota riguarda il principe Filippo II di Savoia-Acaia, un personaggio abbastanza particolare e anche un po’ sognatore.

    Tutto ebbe inizio nel 1367, quando Filippo II di Savoia-Acaia venne imprigionato nel castello di Avigliana per volere del cugino Amedeo VI di Savoia, il Conte Verde. Condannato alla pena capitale, ebbe la fortuna che la moglie riuscì a scambiarlo con un prigioniero politico facendogli evitare la forca.

    Ma non, purtroppo, ciò che ebbe ad accadere dopo.

    Il principe, liberato dalla cella, non riuscì a lasciare il castello. Ma non se ne conoscono le ragioni. Alcuni ritengono che sia stato ucciso sulle rive del Lago Grande, forse dai carcerieri del castello. Secondo altre versioni, la sua esecuzione avvenne con il rogo. 

    Da allora, si narra che lo spirito irrequieto di Filippo II vaghi ancora tra le rovine del castello e le sponde dei laghi, in cerca della libertà che gli fu negata. 

    Chi crede nella leggenda racconta di aver visto apparizioni o percepito presenze misteriose nella zona in diverse modalità.

    Alcuni parlano di una figura luminosa che fluttua sopra le acque del Lago Grande o nelle vicinanze del castello.

    L’atmosfera, difatti, specialmente nelle serate ventose, viene descritta come particolarmente suggestiva e carica di mistero. 

    Questa leggenda fa parte di una più ampia tradizione di storie e miti che circondano i due laghi e l’antico borgo medievale di Avigliana, alimentando l’alone di mistero che da secoli avvolge questi luoghi.

  • La leggenda nera di Fenestrelle.

     La vicenda dei soldati borbonici al Forte di Fenestrelle è uno degli episodi storici più discussi e controversi legati a questo luogo, trattato anche da Alessandro Barbiero in un’opera che consiglio vivamente di leggere.

    Va infatti premesso che i prigionieri borbonici vissero in condizioni estremamente difficili, specialmente considerando il clima rigido della Val Chisone a cui molti di loro, provenienti dal sud Italia, non erano abituati.

    Le testimonianze parlano di stenti, freddo e tifo. 

    Chiusi in celle anguste, sporche e senza adeguato riparo da intemperie.

    L’epoca non era delle migliori.

    Dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia, a partire dal 1861, i soldati borbonici che si rifiutarono di giurare fedeltà ai Savoia vennero imprigionati in diverse fortezze, tra cui Fenestrelle.

    Intorno alle vicende del forte è nata una vera e propria “leggenda nera”. Secondo questa versione, ingigantita da alcuni resoconti, i soldati borbonici furono internati in un vero e proprio campo di sterminio, dove morirono a migliaia e i loro corpi vennero disciolti nella calce viva.

    Negli ultimi anni, storici come lo studioso torinese, hanno esaminato fortunatamente la documentazione dell’epoca, ridimensionando in modo significativo la leggenda del “lager”.

    Possiamo riepilogare la situazione analizzando diverse ricerche storiche.

    Le condizioni di prigionia erano dure, ma analoghe a quelle di molte altre carceri dell’epoca. I decessi furono sì numerosi, ma dovuti principalmente a malattie e stenti, non a stermini di massa deliberati. La storia della calce viva è stata dimostrata come un’invenzione successiva, foraggiata dalla suggestione popolare e dalla disinformazione storica che aleggia spesso attorno ad alcune vicende. Infatti molti prigionieri borbonici furono trattenuti per periodi relativamente brevi e poi integrati nell’esercito italiano, e solo una parte vi rimase a lungo.

    Tuttavia la questione rimane comunque oggetto di un acceso dibattito storiografico, che rientra nella più ampia discussione sulle responsabilità e le conseguenze dell’Unità d’Italia. 

    Ma non poteva mancare una leggenda nera in tutta questa disperazione.

    La storia del fantasma del soldato borbonico si collega direttamente alle tragiche condizioni di prigionia.

    Una storia di un’anima tormentata che si aggira nella fortezza disperato e dolorante per le ferite e il patimento inferto.

    Numerosi visitatori e guide del forte raccontano di aver avvertito la presenza di figure nebulose e di aver udito voci e rumori inspiegabili, specialmente nei corridoi e nelle stanze dove i prigionieri erano rinchiusi.

    Queste esperienze, vere o presunte, alimentano ancora oggi il fascino misterioso del forte che è da sempre meta di curiosi, turisti e studiosi.

  • L’impresa impossibile

    Oggi ricorre l’anniversario di quella che fu un’azione follemente coraggiosa ad opera di un’uomo completamente sopra le righe.

    Venne definita come L’impresa di Fiume e fu sostanzialmente l’occupazione della città di Rijeka, iniziata il 12 settembre 1919 da parte di un gruppo di militari ribelli e nazionalisti italiani, guidati dal poeta Gabriele D’Annunzio. 

    L’obiettivo era forzare l’annessione della città, contesa tra Italia e Jugoslavia dopo la Prima Guerra Mondiale, e sfidare le potenze vincitrici. 

    L’azione durò circa 16 mesi, durante i quali fu proclamata la Reggenza Italiana del Carnaro e venne redatta una costituzione innovativa, ma si concluse nel dicembre 1920 con l’intervento delle truppe italiane. 

    Ma quali furono davvero le cause di questo atto abbastanza improvviso e pericoloso?

    Dopo la Prima Guerra Mondiale, l’Italia (o meglio, una certa corrente politica) si sentiva ingiustamente privata di alcuni territori rivendicati, e questo un sentimento di “vittoria mutilata” veniva fortemente alimentato da D’Annunzio e dai nazionalisti. Va ricordato che il poeta vate era una persona fortemente determinata, a tratti anche scomoda. Se aveva in mente qualcosa, era tassativo dovesse portarlo fino in fondo.

    La città di Fiume, a maggioranza italiana, si trovava in una posizione particolare: rivendicata non solo dagli italiani ma che dal nascente Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (Jugoslavia).

    D’Annunzio e circa duemila legionari partirono da Ronchi decisero di ritornare alle armi e l’iniziativa venne sostenuta da settori del Regio Esercito, della politica e della massoneria, che simpatizzavano per la causa nazionalista. 

    Durante l’anno di occupazione, precisamente nel 1920, D’Annunzio e Alceste De Ambris elaborarono la Carta del Carnaro, una costituzione con elementi libertari e futuristici, che prevedeva anche il riconoscimento della Russia sovietica. 

    Ma il loro segno era destinato a durare poco.

    il governo italiano siglò , in una trattativa segreta, il Trattato di Rapallo con la Jugoslavia, che riconobbe Fiume come città libera, ma non annessa all’Italia. 

    I legionari dannunziani delusi si opposero al trattato, ma a Natale dello stesso anno, le truppe del governo italiano intervennero per sgomberare la città. 

    D’Annunzio fu costretto a lasciare Fiume. Grazie alla sua influenza non gli venne torto un capello, ma venne caldamente raccomandato a ritirarsi a vita privata.

    Cosa che fece, non senza un profondo sconforto e delusione.

    Questo episodio segnò un importante precedente per il movimento fascista e per il nazionalismo italiano. 

    Dopo alterne vicende, Fiume fu annessa all’Italia nel 1924, per poi passare sotto controllo jugoslavo dopo la Seconda Guerra Mondiale, con un conseguente esodo di popolazione italiana. 

    Un luogo non luogo caro al nostro paese che divenne un simbolo di offesa e rivalsa.

  • La ferita insanabile

    San Lorenzo, Io lo so perché tanto
    di stelle per l’aria tranquilla
    arde e cade, perché sì gran pianto
    nel concavo cielo sfavilla.
     
    Ritornava una rondine al tetto:
    l’uccisero: cadde tra spini:
    ella aveva nel becco un insetto:
    la cena dei suoi rondinini.
     
    Ora è là come in croce, che tende
    quel verme a quel cielo lontano;
    e il suo nido è nell’ombra, che attende,
    che pigola sempre più piano.
     
    Anche un uomo tornava al suo nido:
    l’uccisero: disse: Perdono;
    e restò negli aperti occhi un grido
    portava due bambole in dono…
     
    Ora là, nella casa romita,
    lo aspettano, aspettano in vano:
    egli immobile, attonito, addita
    le bambole al cielo lontano.
     
    E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
    sereni, infinito, immortale,
    oh! d’un pianto di stelle lo inondi
    quest’atomo opaco del Male!

     

    X AGOSTO – GIOVANNI PASCOLI

    Forse non sarà sconosciuto a nessuno, ma ogni tanto è bene anche ricordare che il 10 agosto segnò la vita di uno degli scrittori più noti e attivi del panorama letterario italiano.

    Uno di quelli che almeno una volta tutti hanno studiato della vita, e quindi amato o odiato.

    Lo ammetto: non ne sono mai stata una profonda estimatrice, vuoi perché le sue tematiche non mi hanno mai appassionato e vuoi perché amo i poeti tormentati nel profondo.

    Non che lui non lo fosse, ma non nel mondo che piaceva a me.

    Il 10 agosto è una data fondamentale nella vita di Giovanni Pascoli, poiché coincide con l’anniversario dell’assassinio del padre, Ruggero Pascoli, avvenuto nel 1867. Un lutto non solo per la famiglia, ma un danno economico di importanza notevole.

    Questa tragedia devastò profondamente il poeta, ispirando la sua famosa poesia “X Agosto”.

    Nel componimento, Pascoli paragona la morte del padre, avvenuta mentre tornava a casa dal mercato di Cesena, a quella di una rondine che, tornando al nido, viene uccisa.

    Essa esprime il dolore e la perdita subiti dal poeta, trasformando la data in un giorno di lutto e riflessione sulla violenza e l’ingiustizia

    La poesia, pubblicata per la prima volta nel 1896, è una delle più celebri di Pascoli e rappresenta un esempio emblematico della sua poetica incentrata sul tema della morte, della perdita e del dolore. Tutta l’intera esistenza successiva venne segnata dal dramma.

    Pascoli utilizza l’immagine della rondine, simbolo di innocenza e ritorno al nido, per rappresentare la figura del padre ucciso.

    La rondine morente, trafitta sui rovi, diventa una metafora della croce di Cristo e dell’ingiustizia subita.

    Il 10 agosto è anche la notte di San Lorenzo, tradizionalmente associata alle stelle cadenti, che Pascoli interpreta come “pianto di stelle”, simbolo del dolore universale e della sofferenza umana. L’universo partecipa al dramma vissuto dalla famiglia Pascoli, che prima di esso era un nido sicuro e protetto.

    Nonostante il dolore per la perdita del padre, Pascoli esprime anche un messaggio di perdono, ricordando le parole pronunciate dal padre morente.

    Questa giornata,  per Pascoli, è una ricorrenza di profondo dolore personale, ma anche un’occasione per riflettere sul male, l’ingiustizia e la fragilità della vita, trasformando un evento tragico in un’opera poetica di grande valore.

  • Marcinelle, una tragedia da non dimenticare.

    Il mese di agosto è caratterizzato da un clima festoso e rilassato ma è bene ricordare che non sempre fu così.

    Anzi, il mese di Agosto ha delle ricorrenze che non vanno assolutamente dimenticate.

    Una di queste fu Marcinelle: una tragedia che segnò un dramma dal sapore amaro e drammatico.

    L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, si verificò un incendio che causò la morte di 262 minatori, tra cui 136 italiani.

    La tragedia, scaturita da un corto circuito che incendiò olio e strutture in legno, mise in luce le precarie condizioni di sicurezza e di vita dei lavoratori italiani emigrati in Belgio per lavorare nelle miniere.

    Schiavi moderni, costretti a lavori faticosi e turni massacranti che lavoravano nella miniera per guadagnare qualcosa.

    Emigrati dalle loro terre, lontano dalle famiglie e trattati come bestie.

    Ma come avvenne l’incidente?

    Un montacarichi urtò una trave d’acciaio, tranciando cavi elettrici e tubazioni, causando un incendio alimentato da olio e legno.

    Esso si propagò rapidamente, intrappolando i minatori, molti dei quali morirono per asfissia e ustioni.

    Perirono 262 minatori di 12 nazionalità diverse persero la vita, tra cui 136 italiani, molti dei quali provenienti dall’Abruzzo e dal Molise.

    Tre inchieste furono aperte per chiarire le cause dell’incidente e le responsabilità, ma le conclusioni furono insoddisfacenti, evidenziando mancanze nelle misure di sicurezza e nelle condizioni lavorative. Sicuramente pesò il fatto che le vittime appartenessero alle classi più infime e dimenticate.

    Difatti questo dramma si inserisce nel contesto di una massiccia emigrazione italiana verso il Belgio, in cerca di lavoro nelle miniere, a causa della scarsità di opportunità nel dopoguerra.

    Un accordo tra i due paesi prevedeva lo scambio di minatori italiani in cambio di carbone, ma le condizioni di lavoro e di sicurezza per i minatori erano spesso precarie.

    A seguito di questo episodio, Marcinelle è diventata un simbolo della tragedia dell’emigrazione italiana e delle dure condizioni di lavoro nelle miniere.

    La tragedia contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni dei lavoratori e a promuovere una maggiore attenzione alla sicurezza e ai diritti dei lavoratori.

    La miniera Bois du Cazier, teatro della tragedia, è stata trasformata in un sito storico e museo, diventando patrimonio Unesco.

    La tragedia di Marcinelle rimane un monito sulla necessità di garantire condizioni di lavoro sicure e dignitose per tutti i lavoratori.

    Esortazione che, anche ai giorni nostri, non dovrebbe mai essere dimenticata.

  • La notizia della vergogna.

    Venne diffusa solo il 7 agosto, forse per nascondere l’orrore e la vergogna nell’aver causato il disastro.

    Da quel momento nulla fu più come prima: il 6 agosto 1945, gli Stati Uniti sganciarono la bomba atomica “Little Boy” su Hiroshima, in Giappone, segnando un tragico evento nella storia mondiale.

    L’ordigno, che esplose a mezz’aria, causò una devastazione immediata, uccidendo decine di migliaia di persone e causando danni estesi alla città. Tre giorni dopo, il 9 agosto, un’altra bomba atomica fu sganciata su Nagasaki, portando alla resa del Giappone e alla fine della Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico.

    Fu un’ecatombe di vite i cui dati, al giorno d’oggi, non mai stati ufficializzati del tutto.

    Alle ore 8:16 il bombardiere B-29 “Little Boy”, chiamato Enola Gay,  sganciò da la bomba.

    Essa esplose a circa 600 metri sopra il centro della città, causando un’enorme esplosione, calore intenso e radiazioni.

    Si stima che tra 70.000 e 80.000 persone siano morte immediatamente, e altrettante nei mesi e anni successivi a causa delle ferite e delle radiazioni.

    Vennero circa il 70% degli edifici della città.

    L’attacco a Hiroshima e Nagasaki fu un fattore decisivo nella resa del Giappone, segnando la fine della Seconda Guerra Mondiale.

    Purtroppo, è tuttora ricordato come uno dei momenti più tragici e significativi del XX secolo, sollevando questioni etiche e morali sull’uso delle armi nucleari.

    Uno degli eventi che segnarono il corso della storia, in un modo su cui ancora oggi abbiamo da dibattere.



  • Auguri Svizzera!

    La Svizzera è uno degli stati più antichi d’Europa e la sua storia è estremamente affascinate e purtroppo poco conosciuta.

    Il primo agosto è festa nazionale in Svizzera per commemorare la fondazione della Confederazione Svizzera nel 1291. Quel giorno, i cantoni di Uri, Svitto e Untervaldo si unirono per formare un’alleanza, nota come Patto Federale, che è considerato l’atto fondativo della Confederazione. 

    Unione che sancirà il destino di uno stato relativamente piccolo ma cruciale negli accadimenti del vecchio continente.

    Esso stipulato tra i tre cantoni, prevedeva assistenza reciproca in caso di minacce esterne e gettò le basi per la Confederazione Svizzera. 

    Nei secoli successivi, la Confederazione si espanse, includendo nuovi Cantoni e rafforzando la propria autonomia. Nel 1499, dopo la vittoria di Dornach, la Svizzera conquistò l’indipendenza dal Sacro Romano Impero. La Riforma protestante, diffusa da Zwingli e Calvino, portò a una divisione religiosa che tuttavia non intacò l’unità nazionale.

    Nel 1515, dopo la sconfitta di Marignano, la Svizzera adottò la neutralità, scelta che si rivelò fondamentale per mantenere la propria indipendenza e stabilità nel corso dei secoli. Nel 1848, dopo una breve guerra civile, fu redatta una nuova Costituzione federale che sancì la nascita di uno stato federale con un parlamento bicamerale e un governo centrale. Berna divenne la capitale e lo è tuttora.

    Dalle antiche rovine romane ai pittoreschi borghi medievali, dai castelli fiabeschi alle moderne città, la Svizzera offre un patrimonio storico e culturale di inestimabile valore.

    Il 1° agosto si celebra con falò, fuochi d’artificio, discorsi politici e la tradizionale accensione di lanterne e si canta l’inno nazionale. 

    Le celebrazioni più importanti avvengono spesso al Prato del Rütli, luogo simbolico della fondazione della Confederazione. 

    Storia di un paese complesso e affascinante, tutto da scoprire.

  • Buon compleanno Presidente.

    Rientro tra quelle persone che, rispettano e onorano le cariche istituzionali in quanto rappresentano il paese. Non si può scindere una buona politica dal rispetto di ogni parte.

    Salvo eccezioni (necessarie per taluni elementi), le critiche non sono di questa sede.

    Oggi ricorre un’evento assolutamente speciale.

    Sergio Mattarella è l’attuale Presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 3 febbraio 2015. È un politico e giurista, esponente dell’ala sociale della Democrazia Cristiana, che ha ricoperto vari incarichi parlamentari e di governo prima di diventare Presidente. 

    Nato a Palermo il 23 luglio 1941, il nostro presidente ha la politica nel sangue: ha seguito la scia del padre Bernardo, figura esperta e determinante, intraprendendo una lunga carriera politica che lo ha portato a ricoprire, diversi ed importanti ruoli politici di rilievo nazionale ed internazionale.

    Ancora oggi Presidente della Repubblica Italiana dopo la rielezione del gennaio 2022, tuttavia il suo percorso è iniziato diversi anni fa tra la Sicilia e Roma, terre in cui ha portato a termine la formazione e che hanno contribuito alla delineazione dei suoi ideali.

    Persona dotata di grande carisma, intelligenza e determinazione: la figura che egli rappresenta è il cuore di un paese e il fulcro su cui si basa non solo la visibilità nel mondo ma anche l’essenza stessa della Repubblica Italiana.

    Ma analizziamo alcune delle tappe più significative della vita di questo uomo straordinario.

    Fu deputato dal 1983 al 2008, prima nella Democrazia Cristiana, poi nel Partito Popolare Italiano, La Margherita e infine nel Partito Democratico. Ricoprì diversi incarichi di governo come Ministro della Pubblica Istruzione (1989-1990), Ministro della Difesa (1999-2001) e Vicepresidente del Consiglio (1998-1999). 

    Tutti questi compiti lo resero uno dei candidati ideali a ricoprire un ruolo importantissimo quanto scomodo.

    Personalmente, una delle scelte migliori che una classe politica allo sbando potesse fare.

    Venne eletto Presidente della Repubblica il 31 gennaio 2015, al quarto scrutinio, con 665 voti. E va ricordato che, nel corso del suo mandato, ha dovuto affrontare diverse crisi, tra cui la grande recessione e la crisi europea dei migranti. Ultima, ma non per importanza, l’epidemia di Codiv-19 che letteralmente messo in ginocchio il mondo.

    Personalmente, ricordo con affetto quando ricordò le vittime di questo massacro con grande affetto e vicinanza, nonostante taluni elementi non facessero altro che screditare ogni singola azione compiuta per debellare il virus.

    Fu il primo a ricordare che le persone uccise erano esseri umani.

    E questo, per rispetto alla memoria di mio padre che è stato ucciso dal covid, non lo dimenticherò mai.

    Quando un uomo, per quanto importante e sopra tutto, arriva a pregare e soffrire assieme al dolore di tante famiglie, capisci che l’empatia può essere ancora parte del mondo politico.

    Oltre le tante parole e i cartelloni, Mattarella ha mostrato i fatti.

    Altro non voglio sentire: per me è stato ed è un grande presidente.

    E’ stato il primo presidente siciliano ad essere eletto e il secondo rieletto dopo Napolitano.

    Un uomo che pagò a caro prezzo anche il fare buona politica difatti, il fratello, Piersanti Mattarella, è stato ucciso dalla mafia nel 1980, quando era Presidente della Regione Siciliana. 

    Attentato vile e meschino avvenuto il 6 gennaio 1980, mentre l’uomo si recava a messa con la sua famiglia. Questo avvenimento scosse profondamente la società italiana e rappresentò un duro colpo per le istituzioni e per il tentativo di rinnovamento politico in Sicilia.

    Piersanti Mattarella, da allora, fu considerato un simbolo della lotta alla mafia e della politica onesta. E in tutto questo vi fu un altro sacrificio; quello di un fratello, Sergio, che ne raccoglieva pietoso il corpo martoriato.

    Provateci a pensare per un momento, prima di formulare ogni possibile critica facile.

    Quanto costa raccogliere da terra una parte della tua anima e preservarlo ai tantissimi scatti che all’epoca si vedevano quando si parlava di stragi di mafia?

    Foto che mostravano un mercato di orrore e connivenza.

    Ho sempre pensato che il nostro presidente avesse detto, raccogliendo e proteggendo il corpo di Piersanti: ” io a tutto questo non ci sto”.

    Quando hai una forza nel cuore tanto grande, nulla può scalfire la tua integrità.

    Impari, per forza, a diventare più grande del dolore che hai dentro, onorandolo e ricordandolo ogni giorno.

    E in questo credo, il nostro Presidente ha ben pochi eguali.

    Auguri di cuore per essere una delle parte migliori del nostro scombinato paese.