“Va tutto molto bene…” Perdersi a poco a poco.

Uno spettacolo teatrale che è uno spaccato drammatico di un problema che affligge moltissime persone: la demenza senile. Una malattia quasi dimenticata perché scomoda. Difficile da combattere, in quanto mette a nudo le fragilità, le debolezze e l’impotenza delle stesse famiglie.

La storia si svolge attorno ad un uomo, ospite a casa di una delle sue figlie, Anna, che si confronterà con le persone a lui vicine, non accettando il progredire di una malattia che uccide la dignità prima che la memoria. Una recitazione intensa, ricca di pathos narrativo e introspettiva. Emozioni che si fondono assieme che spaziano dal risentimento, alla debole serenità, alla rabbia fino alla rassegnazione totale.

La prima scena è scontro con la figlia che, stremata e quasi arrabbiata dalla regressione fisica del padre, si trova a dover far da genitore. Un dialogo intimo e nudo nella sua verità. Toccante ed emotivamente difficile accettare che un proprio caro perda completamente memoria e torni ad essere un bambino bisognoso di cure e attenzioni. Un fanciullo che fa capricci e si dispera per le piccole cose. Ma agli occhi del padre è un ” va tutto molto bene” incapace di affrontare l’ineluttabile. Sullo sfondo la continua ricerca di Elisa, la figlia prediletta.

Nella seconda scena vediamo un nonno e la sua nipotina che giocano e regalano uno dei pochi momenti sereni della malattia. Dolcezza e scherzo che si perdono in un ricordo da custodire gelosamente. Una scena toccante e straziante al tempo stesso.

Nella terza scena viene analizzato anche uno degli aspetti maggiormente problematici: il lavoro. Spesso le malattie neurodegenerative colpiscono anche persone intellettualmente attive. In questa scena scaturisce un sentimento di frustrazione. Impossibile accettare che un elemento così importante come il proprio impiego si trasformi in un vuoto. Le cose che sembravano vitali si dimenticano e la disperazione distrugge l’anima.

Nella quarta scena l’altra figlia si confronta il padre e trova di fronte a sé un muro. E la rabbia dell’uomo si riversa come una furia. Urla, impreca e nelle sue grida si intuisce una disperazione profonda. Quella di chi non accetta un fato già segnato. Il dramma è alle battute finali. Un finale che non si può cambiare.

Una verità impronunciabile quanto le conseguenze che ne scatenerà.

La perdita degli affetti, il lavoro che rappresenta la stessa vita, e l’assoluta dipendenza dagli altri.

Un crescendo di dolore e solitudine, vuota e scarna.

Uomo bambino disperato e incompreso.

Una delle ultime scene si svolge in quella che è, a tutti gli effetti, una casa di riposo. Un senso di profondo abbandono e disperazione pervade la scena. L’epilogo dell’inevitabile.

Tante scene: tante verità.

Drammi così reali che fanno male al cuore. Male per chi sa quello che si prova nel vedere morire ogni giorno chi ti ha cresciuto e ti ha insegnato a camminare.

Stringere le mani di chi consideravi invincibile e che ora ti guarda disperato e con lo sguardo vuoto…perso in un mondo che nemmeno lui conosce.

I giorni tutti uguali e le parole inutili di chi non capisce e fa finta di ascoltare. “Meglio morire giovani piuttosto che in questo modo”: come se la demenza senile fosse un dramma di serie b.

Colpisce solo i vecchi, persone che in fondo hanno fatto la loro vita e che meglio muoiano in fretta.

Senza contare che ognuno di loro è una vita, una passione e una famiglia.

E quel “va tutto molto bene” diventa un silenzio sa di morte dell’anima.

Perché la verità è che si muore ogni giorno, perdendo i ricordi di chi hai amato, le gioie e una vita intera.

La frase che si ripete spesso è ” non scordarti mai di volermi di bene” perché la paura più grande è che quella persona che noi abbiamo adorato si perda e non si ricordi l’amore di un padre verso una figlio o quello di un nonno verso un nipote.

Si prega tanto che l’amore rimanga in qualche parte dell’anima. Ci si aggrappa a quei ricordi anche per chi li sta perdendo a poco a poco.

E, in quei rari ultimi momenti di lucidità, il bene che scaturisce è come un diamante prezioso; da custodire come il più prezioso dei tesori.

E quando la morte compie l’estremo atto di pietas, tutto il grande affetto di una vita non se va con la malattia. Rimane nel cuore, come monito a ricordare che non esiste sentimento che una malattia possa distruggere.

Non si vede, ma è sempre rimasto inciso nel suo cuore di chi si ammala.

Ringrazio il dott. Dr. Gaetano Giovi, regista e presidente dell’associazione culturale Me.Tro (Medicina e Teatro su misura), che ha interpretato e diretto questa straordinaria opera.

Ne consiglio assolutamente la visione, consultabile a questo link:

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