Fabrizio De André – Principe Libero

La storia di uno dei più grandi cantautori italiani, forse il poeta per eccellenza della musica del nostro paese. I cui versi sapevano emozionare e parlare al cuore come pochi. Un film coraggioso e sicuramente non facile: raccontare Fabrizio De André è come raccontare l’infinito. Lo puoi vedere, te ne innamori, ma non riuscirai mai a descrivere completamente l’emozione del viverlo. Eppure Luca Facchini ci regala un’opera davvero meravigliosa. Uno spaccato sulla vita e sulla carriera musicale dell’artista genovese.

La storia inizia con il sequestro di Fabrizio e della compagna Dori Ghezzi, in Sardegna, da parte dell’anonima sequestri. Il tempo sembra non passare mai e l’incertezza del futuro rievoca ricordi e pensieri nel poeta. Una condizione difficile che mette a dura prova i nervi di entrambi.

Si parte dall’infanzia e dalla giovinezza, tra i carruggi di Genova assieme all’amico di sempre Paolo Villaggio e Luigi Tenco, che morirà prematuramente. Paolo Villaggio viene rappresentato come un fedele compagno di scorribande ma anche presenza di supporto e incoraggiamento: a lui va la creazione del soprannome “Faber”. Tenco ne esce come un giovane tormentato e avverso ai già prepotenti meccanismi dello showbiz. Questo aspetto sarà anche una caratteristica del cantautore genovese, interessato più alla sua musica che ad essere “personaggio”.

Uno spirito da sempre anticonvenzionale e desideroso di conoscere ed esplorare il mondo della musica nella sua forma più pura, traendo ispirazione anche da fatti della vita reale. Straordinario fin dalla giovinezza nel prevaricare i limiti imposti dai benpensanti e dalla moda musicale dell’epoca che doveva esprimere sempre gioia e spensieratezza. Fondamentale, per tutta la vita di Fabrizio, il supporto prezioso di una famiglia che lo ha sempre supportato e capito anche nelle scelte più coraggiose e controcorrente. Perché la determinazione nell’andare oltre è solo per gli spiriti davvero liberi. Una persona non facile da capire, spesso schivo, taciturno ma fondamentalmente sensibile al mondo e alle sue brutture. Ancorato ad una vita semplice e tranquilla immerso nella musica.

Durante il sequestro, il cantautore ripensa alla nascita del figlio Cristiano avuto dalla prima moglie Enrica “Puny” Rignon in giovane età e la scelta di intraprendere un lavoro sicuro per mantenere la famiglia appena creata. Ma la passione inevitabilmente bussa alla porta del cuore di un ragazzo che scrive di notte e nei ritagli di tempo. E così, gradualmente, iniziano le prime incisioni e i primi successi. Successi che sanno di coronamento di un grande sogno. Un’anima a cui non interessano completamente la fama e i soldi, ma esprimere ciò che aveva nel cuore. Raccontare il mondo da una visione completamente diversa. Una visione apparentemente semplice ma di una realtà disarmante. Come una denuncia a tutta l’ipocrisia che imperversava in quelli anni e che continua imperterrita tutt’ora.

Insofferente ad ogni tipo di convenzione e ribelle verso quell’assurdo impacchettamento dei generi musicali, Luca Marinelli interpreta un ragazzo dallo sguardo sempre attento ma dal carattere riflessivo e introverso. Padre attento al figlio e uomo combattuto verso il nuovo bruciante amore per Dori Ghezzi. Un amore che arriva senza avvisare, nel mezzo di un crescendo di fama e popolarità spesso accettata a fatica.

Dori Ghezzi diventa la compagna di Fabrizio, amore travolgente ma al tempo stesso presenza fondamentale per placare i tanti tormenti dell’artista. Troppo insofferente verso un’industria discografica più concentrata ai prodotti che vendono che alla qualità stessa delle canzoni. Ora imprigionati si supportano a vicenda e pensano sia a Cristiano che Luvi, la figlia avuta assieme da qualche anno.

La prigionia dura quasi 4 mesi. Dopo il pagamento di un grosso riscatto i due sono liberi.

Successivamente qualche tempo dopo, l’adorato padre di Fabrizio morirà e il poeta deciderà di smettere di bere: un problema trascinato dietro di sé da diversi anni. Un rapporto, quello con il padre, di profonda stima e incoraggiamento. Giuseppe De André sarà il primo a credere nel figlio e e nel suo grande talento, assieme a tutta la famiglia.

 Il racconto termina simbolicamente con la rottura della quarta parete con tutti gli attori del film che si riuniscono per assistere alla proiezione dell’ultimo concerto tenuto da De André. Bellissima l’ultima scena che regala la straordinaria interpretazione del cantautore del celeberrimo brano Bocca di Rosa. “Quarta parete” è un’espressione che indica, nel gergo teatrale, un “muro immaginario” posto di fronte al palcoscenico attraverso il quale lo spettatore osserva l’azione che si svolge nell’opera rappresentata. Rappresenta simbolicamente il punto d’incontro tra spettatori e palcoscenico. Un bellissimo e toccante finale per quello che è, a tutti gli effetti, un bellissimo film.

Il mondo invidia chi sa creare poesia con le parole, geniale è l’artista che non solo scrive di poesia ma crea una meravigliosa unione con la musica. Una melodia di suono e versi che dona meraviglia e bellezza al cuore, come un’infinita carezza all’animo.

De Andrè non era solo un poeta; era l’arte nella sua forma più infinita che non si perderà mai nella memoria, perché i suoi versi sono eterni come eterno il suo genio che rimarrà tesoro per le generazioni future.

Non so se ci sarà mai un artista di tale levatura ma possiamo ricordarlo nelle sue canzoni ed essere toccate nell’anima. Perché il fine della sua arte era rendere le persone attente e consapevoli della realtà e delle loro sensazioni. Ascoltando le sue poesie con l’anima, potremmo essere capaci di ascoltare la voce del nostro cuore.

E la grandezza di un anima che profuma di arte sta nel rendere migliore chi gli sta accanto: e in questo il cantautore genovese ne è stato gigante.

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