L’uomo dal fiore in bocca: il deserto della malattia

Dall’opera Pirandelliana, una rielaborazione a cura del gruppo Me.Tro che porta in scena una tematica estremamente importante ed attuale. Il dramma della malattia rappresentato con l’interpretazione di una delle opere più celebri dello scrittore siciliano.

Due uomini seduti in un bar che si incontrano per caso e cominciano a parlare. Un momento apparentemente banale e comune a molti di noi.

Discutono del libro che uno dei due sta leggendo: Pirandello e assieme riflettono sull’autore. Uno scrittore, a dire del signore che legge, con poca fiducia nell’umanità che non fece mai nulla per nasconderlo. La sua produzione fu molto estesa e articolata, con un occhio particolare al teatro. Basti pensare a “Sei Personaggi in cerca di Autore”.

Secondo la filosofia pirandelliana l’uomo non è mai sé stesso, ma una maschera in continuo cambiamento. La vita è pesante e l’universo è un caos in cui nessuno si ritrova.

Ma come si esce da questo caos? Secondo Pirandello esistono tre drammatiche soluzioni.

Il suicidio, che però risulta abbastanza complicato, oppure l’omicidio nei confronti dei nemici che si rivela ancora più difficile della prima risoluzione. Ma ecco, un suggerimento geniale: fingersi pazzo. Ai folli si crede, ma soprattutto viene concessa la possibilità di parlare liberamente.

E sullo sfondo, il ricordo del “il Fu Mattia Pascal” e la sua vana fuga, nonostante la gioia iniziale di una ritrovata libertà.

Pian piano i due parlano del motivo del loro casuale incontro.

Uno dei due ha perso il treno e si ritrova a dover aspettare una coincidenza. E’ seccato, profondamente irritato e spazientito. Soprattutto perché oggetto di continue richieste da parte di una petulante moglie.

Sembra quasi di vedere due amici che si trovano: eppure sono semplicemente due estranei.

Ma il dramma è celato sotto alla superficie: uno dei due uomini vive un profondo dramma dentro di sé. Lui che nel silenzio pacato, ascolta le lamentele dello sconosciuto quasi come se non gli importasse nulla ma che, a poco a poco, lascia piccoli segnali di qualcosa di terribile.

Si aggrappa alla vita e alle emozioni, studia le vite degli altri per ritrovare la sua. Anela quel battito di cuore in più che non gli sarà concesso. Egli, sotto un aspetto sicuro e un’anima riflessiva, si dispera nel silenzio per il futuro che lo aspetta.

L’opera del dolore di Pirandello si presenta in unico, drammatico, atto. Il dramma di una vita segnata dal dolore e dalla fine inevitabile che si interroga sul senso stesso della sua esistenza. Per cosa viviamo se qualcuno ha già stabilito che dobbiamo andarcene?

Per cosa lottiamo se moriamo senza nemmeno aver avuto il tempo di godere delle nostre gioie?

E chi ci sta accanto che fa? Muore a sua volta. Muore in silenzio, spegnendo anima e vita. Una fine ancora più dolorosa, se vogliamo, di chi se ne va perché impotente e disperata. Si sopravvive solo per l’aria nei polmoni.

La vita è talmente ingorda che non si lascia godere.

E quel vuoto distrugge l’anima ancor prima della malattia.

Una tragedia che urla e fa male al pari di uno schiaffo.

Come sempre il teatro mette a nudo le debolezze, le paure e le inquietudini dell’anima come se fossero un vortice travolgente di emozioni.

Sensazioni che scuotono, che vibrano e spesso lasciano ammutoliti.

Il teatro è catarsi, unione e partecipazione. Si vive nella scena e ci si riflette.

Come uno specchio che rivela il peso che portano i nostri cuori, troppo spesso oppresso da una coltre di ipocrisia soffocante.

Non esiste la speranza in questo dramma, che lascia spazio solo ad una vuota e solitaria disperazione.

Un finale in sospeso ma emblematico: la fine è già scritta.

E’ inutile che se ne parli, il destino ha voluto così.

E la domanda a cui tutti vorremmo una risposta rimane inascoltata: esattamente come l’essenza della vita stessa.

Non esisteremo mai del tutto, siamo solo tante maschere vittime di un fato padrone e tiranno.

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