Marianna è un artista che sa raccontare al cuore le emozioni. Le sue tele sono carne viva di pensieri, lavori che si sviluppano in continuazione, movimento allo stato grezzo e puro. Materia che si fa pensiero dell’essere.

Ho incontrato Marianna nel suo studio a Varese, il luogo dove le sue opere prendono vita. Alcuni lavori sono ancora in fase progettuale, altri sono pronti per essere esposti. Una vera e propria officina di creatività e pensiero. Entrando si viene immersi in un grande centro creativo dove in ogni angolo si respira bellezza.
- Quando nasce il tuo amore per l’arte?
Fin da bambina. A circa 8 anni ho iniziato a dipingere: è stato come se la pittura mettesse nel colore i miei pensieri e le mie sensazioni. In ogni pennellata riponevo sempre qualcosa di mio, di introspettivo e riflessivo. La mia anima guidava la scelta delle forme, delle tonalità e dei soggetti. Mai incasellati in un preconcetto, ma liberi nella loro forma d’essere.
- Ami il colore, in particolare il rosso e l’azzurro: ci racconti il motivo di questa scelta stilistica? Spesso associamo all’azzurro il colore della calma e del mare, mentre al rosso quello della passione ma anche della rabbia. E’ la stessa cosa anche per te?
Utilizzo generalmente i colori dai toni caldi. Amo il tepore del crepuscolo. Una tonalità che sa di caldo, avvolgente. Generalmente non utilizzo un rosso troppo acceso. Tendo a mescolarlo ed attenuare la sua tonalità vibrante. Mi rievoca una pace del cuore, esattamente come l’azzurro. Sono colori legati alla quiete e alla tranquillità dell’anima. Mi capita anche di utilizzare toni differenti come il nero, ma cerco sempre di renderlo armonioso e parte della scena.

- Come nasce una tua opera? La immagini prima ancora sia su tela o è un lavoro in continua evoluzione?
Ogni opera è un continuo divenire di momenti, sensazioni e pensieri. Nella mia mente ne genero il concepimento che però, come ogni vita, ha la sua peculiarità nella crescita. Le mie opere vengono ideate inizialmente in un modo, ma poi si sviluppano autonomamente dal mio pensiero. Come se prendessero vita propria: spesso mi capita di lavorarci più volte e ritoccare i dettagli. Non so quando arriverà la fine di ciascun lavoro, perché per me ogni quadro, ogni disegno è un viaggio nel colore e nel mio io più profondo.

- Hai fatto anche delle performance espressive come Orazion De Na Striga: da cosa nasce questo lavoro che apparentemente sembra una rottura con la tua arte?
E’ stata una sfida che ha colpito profondamente la mia anima. Uno spettacolo teatrale dove il dolore di una madre veniva ritratto con le mie opere fatte sul momento. Una fusione di arte, sentimento e teatro totalizzante e intensa. Esperienza magnifica e che mi ha fatto immergere in una realtà artistica e poliedrica. Anche in questo caso i miei lavori erano creati in divenire. Nella drammaticità della scena essi erano la rappresentazione di un dolore talmente sordo e lancinante che solo l’arte poteva rappresentarlo. Un ruolo quasi scomodo: vate del dolore, ma necessario per comprendere appieno l’incomprensibile.

- Vorrei mi parlassi del taccuino della quarantena: sono disegni crudi, a tratti anche violenti. Come se volessi urlare un dolore ed uscire dai confini stessi dell’opera. Immagino che non sia stato un periodo facile.
Il periodo del Covid è stato un momento estremamente duro. Soprattutto perché le mostre e tutti gli eventi legati all”arte si sono fermati, corroborati da tutta la preoccupazione e l’incertezza che opprimeva la mente di tante persone. Era impossibile rimanere sereni e cercare una parvenza di normalità era l’unico modo per non farsi prendere dalla disperazione. Nei miei taccuini ho ritratto l’angoscia che portavo nel cuore. Linee imprecise, tratti indefiniti e quasi aggrovigliati. Come se cercassi una via d’uscita che sembrava impossibile da trovare.

- Hai all’attivo anche ritrattistica: si tratta di opere con soggetti presi dal tuo quotidiano?
Nella ritrattistica ho utilizzato molto spesso la tecnica dell’autoritratto da diverse angolazioni. Una volta solo corpo, una volta solo viso. In momenti, in luoghi diversi e con sensazioni differenti ogni volta. Un viaggio introspettivo nel mio io attraverso il pennello e i pensieri. Non ho ritratto soltanto me, ma le mie emozioni. Diapositive della mia anima, nuda e scarna di ogni orpello inutile. Quasi volendo scavare nel profondo che pochi hanno il coraggio di conoscere, ma soprattutto volendo accogliere questo scomodo inconscio come parte indispensabile di sé.



Vorrei fermare qui le parole, perché credo che l’arte, quella vera, abborrisca l’eccesso. Credo invece che il silenzio e la contemplazione siano il mezzo migliore per comprendere ciò che Marianna regala con le sue opere. Frammenti della sua anima che scuotono il cuore e vibrano come una melodia. Una melodia dai toni differenti e variegati ma così tanto vicina all’uomo da essere parte di esso ancora prima che lui se ne accorga. Un’artista sente l’emozione ancora prima che lo spettatore la provi guardando un suo quadro. Condanna e gioia che rendono l’arte la forma più sublime di ciò che l’infinito regala agli esseri umani.

