Il Berretto a Sonagli: follia reale o comoda giustifica?

Sabato 13 Aprile si è tenuta la rappresentazione teatrale della celebre opera di Luigi Pirandello “Il Berretto a Sonagli” presso il teatro Agorà di Carnago, in provincia di Varese. Gli atti sono stati straordinariamente intrepretati dalla compagnia teatrale “La Marmotta” di Fagnano Olona, sotto la regia ed interpretazione di Francesco Giuffrida.

Una commedia su cui aleggia il pesantissimo drappo di una tragedia umana dalle proporzioni quasi titaniche. Il dramma che si nasconde sotto la superficie delle tante fragilità e piccolezze che condizionano la vita degli uomini.

La vicenda inizia con la gelosia ossessiva di Beatrice Florica che vorrebbe denunciare al delegato Spanò, amico di lunga data della famiglia, l’infedeltà del coniuge con la moglie del suo scrivano Ciampa. Quest’ultima, donna di avvenente bellezza ma sottomessa al marito e giudicata da tutti come onorevole e per bene.

Corroborata anche, nelle sue persecuzioni, dalla pettegola Saracena, paesana dalla reputazione tutt’altro che limpida, e redarguita dalla fida cameriera di servizio Fana nel tentativo invano di farla desistere dal proposito folle che si è prefissata, la padrona di casa è una vera furia: irruenta, violenta nelle parole e profondamente risentita e offesa.

Infatti la donna, con un espediente, vorrebbe far allontanare lo scrivano in modo da cogliere in flagranza gli amanti e quindi fare compiere alle autorità l’arresto: mettendo marito e amante alla pubblica gogna. Non considerando neppure,per un secondo, le conseguenze che le sue azioni avventate potrebbero generare.

Con piano freddo ma meticoloso, il fido Ciampa, uomo semplice ma di acuta intelligenza, si dovrà allontanare da Catania per recarsi a Palermo a riscattare alcuni gioielli dati in pegno di nascosto al padrone di casa.

L’uomo, devoto ma non stupido, intuisce nelle volontà della donna qualcosa di anomalo e cerca di capire il motivo di tanta fretta nel recuperare gli oggetti. Le sue considerazioni e i pensieri sono profondi ma sottomessi alla volontà dei potenti. Egli è umile servitore dei signori Florica e come tale deve necessariamente adempiere agli obblighi lavorativi.

I gioielli sono stati dati in pegno da Beatrice per ottenere liquidità necessaria ad aiutare lo squattrinato fratello Fifì, indebitato per qualche scommessa. Quest’ultimo è inizialmente ignaro che il suo prestito sarà il pretesto per mandare via lo scrivano, ma la fida servitrice Fana racconterà l’atroce verità, disperata per la sua padrona che considera al pari di una figlia.

Egli ne sarà sconvolto e vorrà a tutti i costi far desistere la sorella, ma senza successo. Impaurito dal fatto di perdere lo status sociale di famiglia rispettabile e di sani principi.

Nel frattempo che il fido Ciampa si reca a Palermo, accorre il delegato Spanò che, incredulo, raccoglie la denuncia della donna in preda al risentimento. Egli è combattuto e cerca di far desistere dal proposito, consapevole dell’onta a cui sarebbe sottoposta. Una condanna all’infedeltà equivale ad una morte sociale per Beatrice, che però pare essere sorda ad ogni consiglio. Il delegato ha anche notevole timore della potenza sociale del cavaliere e vorrebbe evitare ogni problema che causerebbe notevole fastidio.

Ma la padrona di casa vuole che siano soddisfatti i suoi desideri di moglie offesa e oltraggiata.

Ed ecco,la tragedia si compie: il marito e la donna sono arrestati. Entrambi trovati nella dimora dello scrivano, il cavaliere, una volta arrivata la polizia va su tutte le furie, portando così gli ufficiali ad attivare la carcerazione preventiva. Saranno rilasciati di lì a poco, con mille e reverenti scuse.

Per tutto il paese è scandalo. Non ci sono prove di una colpa, ma l’onta della vergogna aleggia nelle voci dei paesani. La famiglia Florica è irrimediabilmente disonorata.

Accorrono disperati la mamma e il fratello di Beatrice, che redarguiscono la figlia e sorella per il suo comportamento assolutamente sciagurato. La donna si è fatta prendere dalla psicosi ed ha causato qualcosa di irreparabile.

Nel mentre arriva Ciampa, appesantito e sofferente per quanto accadutoz che vuole parlare con la padrona di casa. Vuole vendicare il torto subito. Egli infatti, rivela di aver sempre nutrito qualche sospetto ma il suo lavoro e l’amore verso la moglie lo hanno fatto desistere.

Ora però la situazione è irrimediabilmente peggiorata e per tutto il paese sarà definito becco: una parola, il macigno del disonore.

Se non che, come un lampo di genio arriverà la soluzione.

Colei che aveva ordito le trame ne rimane vittima a suo malgrado.

Una commedia dolceamara, interpretata magistralmente, che lascia aperti molti dubbi.

«Via, vada! Vada! Si prenda questo piacere, di fare per tre mesi la pazza per davvero! Le par cosa da nulla? Fare il pazzo! Potessi farlo io, come piacerebbe a me! Sferrare, signora, qua, per davvero tutta la corda pazza, cacciarmi fino agli orecchi il berretto a sonagli della pazzia e scendere in piazza a sputare in faccia alla gente la verità!»

In Beatrice rivediamo le psicosi della moglie di Pirandello, che in vita venne divorata dalla gelosia immotivata anche nei confronti della stessa figlia. E in Ciampa il dramma della derisione: il tradimento non vi è stato ufficialmente ma chi metterà a tacere le voci? La spiegazione valida è la non spiegazione.

Commentare un opera pirandelliana è sempre una sfida, perchè essa attinge dagli strati più profondi della psiche umana. Ne mette a nudo le debolezze e le ipocrisie. Viviamo una recita, una volta come pupi e una volta come pupari. Prima da attori principali poi da comparse.

In un crescendo ed evoluzione spesso involontaria, senza che ci possa essere una qualsiasi forma di opposizione.

Ma cosa ci lascia questa rappresentazione teatrale? Angoscia, profonda angoscia. Cosa siamo noi se non attori di una vita che muta continuamente?

Siamo marionette che si cambiano continuamente maschera per vivere, finché la vita stessa non decide per noi. E il suo verdetto non è mai benevolo. L’esistenza stessa è matrigna crudele e beffarda.

Non saremo mai totalmente padroni della nostra vita, siamo nati per esserne marionette illudendoci che qualche volta potremmo passare ad attori del nostro destino.

Ma siamo nati pupi, cresciamo come pupi e moriremo come pupi.

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