
Un documentario controverso ma accattivante al tempo stesso. Fortunatamente non un prodotto adulatorio, ma sicuramente analitico.
Creato a cavallo della dipartita del cavaliere, accuratamente non scende nei particolari giudiziari e politici recenti: scelta assolutamente adeguata e consapevole.
Il tema giudiziario narrato in modo completo ed approfondito è un capitolo troppo caldo per essere analizzato in un documentario di poche puntate.
In questo modo si è fatta una analisi schietta della sua vicenda imprenditoriale, denunciando anche i profondi insuccessi, come la Standa che si rivelò un fallimento gigantesco. Un successo di impresa dovuto anche alla fortissima propensione al rischio e alla ricerca continua di nuove idee. In questo credo che il cavaliere è innegabile sia stato innovatore, soprattutto nel settore delle televisioni private.
Una storia imprenditoriale a cavallo tra anni 80 e 90 che sa di opulenza e spregiudicatezza. Un profondo senso di impotenza che permea tutta l’idea della televisione commerciale. Quella voglia di oltrepassare tutto pur di ottenere gli scopi prefissati, cavalcando anche il consenso delle masse che vedevano nella televisione nazionale prodotti troppo antiquati e poco interessanti.

Basti pensare che nelle reti locali sono nati i famosi televenditori dall’urlata facile e dagli intercalare celeberrimi. Importantissimo poi il fenomeno delle soap opera. Mondi fatti di lustrini, ricchezza e capigliature cotonate che rappresentavano una bellissima evasione dal mondo reale fatto di scadenze e lavoro.
In quegli anni, infatti, iniziarono ad andare in onda le telenovele come Dallas, Dinasty e Beautiful che tenevano incollate milioni di spettatori e in questo fu geniale l’idea di comprarne i diritti da parte di Publitalia. In questo modo qualsiasi azioni legale contro le emittenti private sarebbe stata vana: il furor di popolo avrebbe avuto la meglio.
Piccola postilla. Mi fa sorridere vedere le immagini della gente che scesa in piazza difendeva il suo diritto a vedere questi prodotti televisivi. Probabilmente il sentimento popolare era così forte da paragonare la messa in onda di Beautiful ad un diritto inalienabile.
E la mia non è sottile ironia, ma considerazioni riguardo ai tempi in cui le tv private nacquero ed ebbero tante successo. Rispondevano ad un bisogno intrinseco di quegli anni.
Chi era Berlusconi? Credo sia una domanda tra le più scomode a cui rispondere.
Amato e odiato al tempo stesso.
Adorato dalle masse perché emblema di un sogno imprenditoriale e disprezzato per i guai giudiziari che da sempre lo hanno accompagnato.

Non credo, come detto da qualcuno, che si tratti di un ritratto agiografico, ma di un’opera analitica vista con gli occhi dell’imprenditoria.
Innegabilmente, una vita di successo. Perché sono i numeri e i fatturati a parlare e non la politica.
E men che mai, la mia recensione vuole essere un panegirico o una verrina: è un resoconto del prodotto che ho visionato.
Persona complicata e poliedrica, instancabile edonista e proverbiale oratore.
Uomo d’impeto e non di facile interpretazione ma che sicuramente ha rappresentato l’Italia di quegli anni.

Ne esce sicuramente un ritratto di uomo controverso ma carismatico allo stesso tempo.
Dalle parole degli amici fedeli Confalonieri e dell’Utri, vediamo un Silvio guascone ma determinato nel realizzare i suoi sogni, considerati folli per i tempi.
La visione di Minoli, giornalista che ho sempre stimato e apprezzato per la schiettezza e la sete di verità, ne delinea una personalità che va al passo con i tempi in cui vive. Yuppy dei ruggenti anni 80, uomo combattuto per tangentopoli e ingresso in politica negli anni 90 e negli anni 2000 uomo emblema e portavoce del centrodestra.
Analizzare completamente il personaggio sicuramente sarà compito negli anni futuri, in questa serie si evitano i fatti giudiziari dopo il 2000
Viene da chiedersi se la sua discesa in campo non sia stata foraggiata e spianata anche di fronte una politica oppositoria poco incisiva ed empatica. Peraltro la pecca dura tutt’ora a favore di fazioni politiche dalle posizioni ben poco rassicuranti.

La comunicazione di Forza Italia, ispirata al modello americano, è stata ridondante e studiata in ogni minimo particolare. Come disse Galliani: “la pubblicità compra le teste”
E in effetti, la prima campagna elettorale fu una grandiosa campagna pubblicitaria. Imponente e forse mai vista prima.
Rispettando le decisioni popolari, l’Italia di quelli anni vide in Berlusconi il successo, l’onnipotenza, la simpatia e una possibile salvezza.
Resta alla opinione personale di ciascuno, valutare quanto il cavaliere abbia lasciato.
Io credo che ogni individuo sia intrinseca contraddizione e un giudizio univoco mai sarà facile o completamente obiettivo.
La verità è sempre quella analizzata da ogni parte, anche la più scomoda e coraggiosa.

