Nuccia Casula: il coraggio della libertà

Tra i tanti eroi che diedero la vita per amore della libertà vi era una giovane donna: Giuseppina “Nuccia” Casula. Nata a Varese il 19 Giugno 1921, figlia di un militare, frequentò prima le scuole a Como e poi si trasferì nuovamente nella città giardino dove frequentò il liceo ginnasio “Cairoli” nel 1934. La sua adolescenza fu caratterizzata dall’oppressione dittatoriale del fascismo: un regime in cui ogni singolo atto di ribellione o semplice opposizione era punibile con la reclusione, la punizione corporale e persino la morte. Basti pensare che Antonio Gramsci fu incarcerato nello stesso anno in cui la giovane iniziava il liceo.

Sulla base di un profondo sentimento antifascista e con il sogno di avere finalmente una società libera ed egualitaria, la giovane studentessa si votò fin da subito alla causa partigiana, offrendo il suo prezioso contributo. Ebbe la piena approvazione della famiglia, in particolar modo del padre e del fratello, e iniziò a tenere i contatti con il C.L.N di Varese. Il compito a lei affidatole era di raccogliere informazioni preziose nei vari comandi fascisti e le brigate nere.

In particolar modo la giovane manteneva i rapporti attivi tra le formazioni partigiane San Martino in Valcuvia, il raggruppamento guidato dal padre ed il C.L.N. varesino. Una staffetta incredibilmente preziosa, attenta e scrupolosa nei compiti affidati.

Purtroppo, nel novembre 1943, il nucleo di San Martino guidato da Carlo Croce venne trucidato e questo rappresentò una tragedia profonda per la comunità antifascista varesina.

Nuccia non si perdette d’animo e continuò a fare la staffetta per i comandi presenti in Varese. Era una donna di grande intelligenza e carisma che riusciva a sfuggire abilmente ai vari controlli, ma nel 1944 la famiglia dovette riparare prima a Milano e poi a Prato Barbieri. La loro vita era in grave pericolo in quanto la stessa Nuccia era diventata una partigiana di spessore particolarmente sgradita al regime.

La realtà antifascista piacentina era ben formata ed organizzata capillarmente. Purtroppo la situazione era diventata veramente difficile e la sopravvivenza a rischio. Anche nella provincia di Piacenza, il compito della partigiana era il medesimo: raccogliere preziose informazioni tra i vari distretti partigiani e procurare viveri e vestiario per l’inverno che avanzava. Purtroppo tra i gruppi di rivolta vi erano anche moltissimi delatori che permisero alle forze nazifasciste di tendere un imboscata nella casa dove la famiglia Casula si era rifugiata.

Erano presenti solo la ragazza e la madre. La signora Casula spiegò che erano ospiti presso una loro amica e, a causa della guerra, erano prive di documenti. Stavano quasi per salvarsi quando Nuccia venne uccisa mentre cercava di nascondere le armi. Un colpo in piena fronte, quasi al pari di un’esecuzione, ne segnò la fine a soli 23 anni.

Alla sua tragedia si unirono anche la morte del padre, il cui corpo non venne mai ritrovato: vittima, con molta probabilità, di un trucidamento fascista. Probabilmente il suo corpo riposa silenzioso e senza nome in qualche altopiano piacentino assieme alle tante vittime che la barbarie della guerra ha trascinato con sé.

La povera mamma ne seppellì il corpo sotto la neve per alcuni giorni, per poi trasferirlo al cimitero di Obolo per una sepoltura umana e decorosa. Nel 1946 ritornò nella sua città che le tributo l’estremo omaggio.

“A Nuccia Casula che per l’avvento della nuova Italia offrì i suoi giovani anni”

All’eroina sono dedicate la via che costeggia la stazione e la sede ferroviaria delle Nord e, dal 2013, assieme all’eroe risorgimentale Francesco Daverio e all’ingegnere specializzato in edilizia civile Pier Luigi Nervi, l’Istituto di istruzione superiore in cui si sono fusi Ragionieri , Geometri e l’Istituto Tecnico per Periti Aziendali che a lei era già intitolato fino dalla fondazione nel 1970.

In sua memoria sono attive molte associazioni, per mantenere vivo e immortale il suo sacrificio.

Nuccia Casula è morta in nome di un ideale: la libertà. Aveva vissuto buona parte della sua vita sotto un regime dove le donne erano considerate generatrici dei figli per la patria e sodane del Duce. Lei non voleva questo: voleva essere una donna libera di esprimere il suo pensiero. Libera di parlare e di opporsi a chi voleva le donne mute.

Ha scelto di credere consapevole dei rischi a cui sarebbe incorsa.

Attraverso le sue azioni ha gridato la sua ribellione e ha lottato per un mondo più giusto e affinché ogni italiano potesse essere libero dagli orrori delle persecuzioni etniche e politiche, dalla guerra e dalle angherie degli squadristi.

E’ morta anche per chi, ora, disprezza quei sacrifici.

E, ne sono convinta, la sua vita vale mille volte di più di tutti quelli che in questi tempi scellerati, invocano all’odio e ai bei tempi andati della dittatura.

Tempi in cui si gestivano le opposizioni a suon di manganello e di olio di ricino.

Momenti in cui si veniva condannati ad essere internati in un campo di sterminio semplicemente per questioni razziali.

Anni in cui la libertà di espressione era messa a tacere sotto il peso della violenza.

Se ora possiamo esprimere ogni forma di pensiero, anche attraverso il voto, è stato grazie al sacrificio di chi ha preceduto.

E ad ogni invocazione nostalgica al duce, ripensiamo alle tante invocazioni dei condannati al plotone di esecuzione.

Preghiere di martiri spesso senza giusta memoria.

Siamo nati per essere liberi, onoriamo il ricordo di chi ha votato la sua esistenza affinchè lo fossimo per sempre.

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