
Tra i film interessanti presenti in questo periodo su Netflix ce n’è uno che sta passano in sordina, a torto e senza motivo.
Una produzione italiana che merita attenzione e che spero possa essere rivalutata.
Uno spaccato della vita degli agenti penitenziari e di alcuni detenuti in un carcere sperduto della Sardegna più impervia.
Una casa circondariale malandata, fatiscente e pressoché abbandonata dove ogni ambiente è pregno di vecchio e degradato.
Un luogo che sta morendo poco a poco, inghiottito dalle stesse montagne che lo hanno circondato.

La storia inizia con un gruppo di poliziotti penitenziari che si trova a dover fronteggiare una situazione anomala. Il loro carcere sarà dismesso a breve ma 12 detenuti sono in attesa di collocazione presso altre case circondariali.
Gli stessi agenti sono spiazzati e anche abbastanza preoccupati. Pochi mezzi e nessuna possibilità di opposizione.
Imprigionati a loro volta sotto il peso di una responsabilità ingombrante e scomoda.

I detenuti sono reclusi senza attività e visite ai parenti. Una situazione simile ad una bomba ad orologeria, contando che tra i detenuti ci sono camorristi e stupratori seriali.
Il clima è teso, permeato dal senso di incertezza e frustrazione che accresce la tensione tra le cosiddette “guardie” e i detenuti.
Non sono attive né la cucina e nemmeno l’orto: piccoli compiti che aiutano a mantenere un clima più o meno tranquillo.

Tra i poliziotti è palpabile la tensione, che viene gestita nel modo migliore possibile. Toni Servillo è magistrale nel ruolo dell’ispettore capo Gargiulo.
Uomo dal pugno deciso e dalla morale integerrima. Mediatore saggio e ponderato ma fermo nelle sue convinzioni di uomo onesto e retto.
Lui in carcere ci lavora, non ci è finito per colpa o dolo.
Al suo fianco, l’agente Coletti. Uomo al limite del rigore e della disciplina, che crede fermamente nella giustizia ed evita di interfacciarsi con i detenuti.
Tuttavia nelle sue espressioni si nota un rispetto per quella dinamica che vede negli stupratori dei reietti.
Bellissima e significativa la frase di un detenuto:”io, uscito da qui forse non sbaglio più. Quello fuori è lo stesso malato di prima” riferendosi ad un compagno di cella malato ma responsabile di reati sessuali.
Coletti risponde con una smorfia quasi di approvazione e un mezzo sorriso di connivenza.Come se stimasse quella frase che rende uniti due individui diametralmente opposti.

Tra i carcerati troviamo Carmine Lagioia, interpretato da Silvio Orlando.
Attore di spessore e incisione, è superbo e devastante allo stesso tempo.
Uomo dalla calma inquietante su cui aleggia un oscuro rispetto da parte di tutti i detenuti. Boss nella vita, superiore tra i detenuti nel carcere. Rispettato e riverito, ma anche punto di mediazione fondamentale tra i detenuti irritati dalla situazione e poliziotti soli e abbandonati al loro servizio.
Pugno duro in una calma rassegnazione che cela la vergogna di un passato sicuramente difficile e fatto di reati gravissimi.
Quasi paterno verso un ragazzo appena arrivato, timoroso ma colpevole di un reato che potrebbe avere risvolti gravissimi.
I dialoghi con l’ispettore capo sono una perla di recitazione. Vite che si intrecciano e sono perfette nella loro diversità.
Differenti eppure legati da un filo sottile che verrà svelato alla fine.

Viene spontaneo riflettere sui i due volti delle carceri. Da un lato, uomini che onorano la divisa che indossano in condizioni spesso difficili e dall’altro, uomini che hanno creato nelle case circondariali un piccolo stato con le proprie regole ferree e inviolabili.
Un film che inquieta in una staticità desertica. Il titolo ne è emblema prepotente.
La sola ora d’aria concessa è in vuoto che non sa di nulla.
Fermi nel dubbio, nell’attesa senza speranza. Prigionieri in attesa.
Un’aspettare vano dal finale scontato.
Esistenze che si trascinano nella sopravvivenza.
Dicotomia tra bene e male che oltrepassa la sua stessa linea di demarcazione.
Scavalca il muro di cinta della assoluta certezza per farsi umanità nelle sue mille sfaccettature.
Come l’ uomo non è la colpa che espia, così anche i poliziotti non sono solo la divisa che indossano.
Sono l’anima stessa dell’ essenza umana, a volte artefice del suo destino e a volte vittima delle debolezze.
Lontano da ogni giudizio, esattamente come dovrebbe essere un ritratto fedele della realtà.

