
Di tante storie drammatiche di giovani talenti, quella di Aaron Carter è forse una delle più tragiche. Fratello del membro dei Backstreet Boys, Nick, è stato sempre al centro dell’attenzione fin dall’infanzia. Complice il travolgente successo: una delle prime boy band degli anni 90 che facevano sognare le ragazzine di tutto il mondo.
Una fama travolgente, a cavallo degli anni duemila, squilibratamente segnata da una famiglia ingombrante e disfunzionale. La madre stessa era vittima dell’alcool e la sorella, Leslie, morì di overdose ad appena 25 anni. Vittima inconsapevole di un sistema che sfrutta fino allo stremo.

Tutto nacque come un gioco sul palco, grazie alla notorietà planetaria. Dapprima qualche intro ai concerti e poi i contratti con le maggiori case discografiche.
Il suo primo album seguente, Aaron Party , uscito nel 2000, riscosse un notevole successo a livello mondiale e ricevette tre dischi di platino e uno d’oro per le 3.5 milioni di copie vendute, raggiungendo il quarto posto come album più venduto negli USA nella prestigiosa classifica statunitense Billboard.
Aaron era un ragazzo di 13 anni ritrovatosi ad essere idolo di teenager idolatranti e fonte di guadagno di genitori egoisti. Sempre però all’ombra di un fratello che amerà e odierà al tempo stesso. Come proiezione di una visione di sé che vorrebbe allontanare ma che rappresenta il vero traguardo del successo. Oggetto di gossip con le attrici dell’epoca come Hillary Duff o Lindsay Lohan, che condivise con lui un destino di eccessi ed abusi.

Attraverso i racconti di AJ McLean dei Backstreet Boys e gli interventi di alcuni cronisti televisivi e giornalisti, scopriamo un ragazzo inquieto che inizia a sperimentare l’uso delle droghe molto presto, per sua stessa ammissione. Nelle interviste il fratello di Nick racconta la pressione, le sottili manipolazioni e lo sfruttamento. Un rapporto mai risolto con tutta la famiglia, altalenante e fragile.
La tragedia sembra intravedersi appena al pelo della superficie. Ogni caduta o errore apriva il baratro del cuore che Aaron era appuntato sul petto, fin dall’infanzia. Tutto in un clima di profondo squilibrio e follia dolorosa.

Tantissimi soldi guadagnati, per rimanere praticamente con pochi risparmi.
A detta della madre, manager del ragazzo, per colpa di uno stile di vita eccessivo ma, a conti fatti, secondo i più sperperati dall’intera famiglia. La stessa storia del cinema, a partire da Jackie Cogan, è piena di attori bambini resi praticamente poveri da genitori assetati di soldi.
Ripensando a Shirley Temple e allo stesso Cogan che volle una legge a tutela delle baby star viene da chiedersi quanto sia difficile per questi bambini crescere protetti e sereni senza un apparato familiare sano ed equilibrato.

A conti fatti, un successo incredibile al prezzo di un’infanzia e adolescenza negata. Con gravissime ripercussioni sulla psiche del giovane uomo che, una volta cresciuto, si trovò a doversi reinventare.
Prima con piccole apparizioni in programmi come Ballando con le stelle o nella disastrosa “House of Carter“: un docu- reality sulla vita della famiglia Carter. Un genere estremamente in voga nel primo decennio del 2000, ma che nel caso di Aaron si rivelò un totale fallimento.
Ne rivelava il carattere difficile e il pessimo rapporto con il fratello, con cui quasi arrivò alle mani. In quel prodotto televisivo, lo scontro tra i fratelli e le sorelle Carter era evidente e devastante. La stessa famiglia, che appariva come unita, era esempio di come il successo avesse generato invidie, squilibri e dipendenze. Nick, forse il fratello più forte, ne esce come un despota contradditorio. Capace di bellissimi gesti d’amore ma poi incurante dei pianti dei fratelli e dei loro, evidenti, dolori interiori.

Aaron comprende che, per lui, la sola vera salvezza era la musica e decise, nel 2017, con il supporto e l’aiuto delle poche persone che gli erano rimaste accanto, di pubblicare uno dei suo ultimi ma emblematici album LØVË. Acclamato dalla critica come intimo ed intenso lavoro di un giovane artista tormentato ma talentuoso.
Autodidatta di molti strumenti, sembrò trovare nello scrivere e comporre canzoni una sorta di equilibrio. Le sue note sono introspettive e meno commerciali rispetto alle canzoni composte da bambino ma raccontano bene il suo essere sempre in bilico. In un mondo che sfrutta ma da cui non riesce ad allontanarsi. Permeato da una dicotomia profonda dell’anima tra devastazione e ricerca della pace. Sempre inquieto e vittima delle sue dipendenze. Eccessivo nei gesti, ma desideroso di un porto sicuro da chiamare famiglia.

Nel rapporto con la compagna e madre di suo figlio non fu mai capace di trovare un equilibrio. L’abuso delle sostanze era oramai cronico e la necrosi del corpo avanzata. I demoni del cuore e dell’anima si erano irrimediabilmente impadroniti di quel bambino dallo sguardo curioso e divertito. Sarà privato della custodia del figlio per evidenti problemi di abuso e tossicodipendenza.
Il dramma è inevitabile e noto. Ma sicuramente molti hanno responsabilità.



La storia di Aaron Carter è stata una meravigliosa tragedia: una favola dal finale macabro di un ragazzino che sognava il successo ma che si è trovato inghiottito da un gigante più grande di lui.
Forse mai veramente amato, ma oggetto del desiderio per la sua fama e mai veramente e profondamente compreso.
Basta ascoltare l’album LØVË per comprendere che c’era molto di più della dipendenza e di quella odiosa immagine di principino del pop che la madre stessa li aveva affibbiato.
La stessa madre che, come una perfida matrigna, creava Greatest hits dei figli e libri su di loro con una frenetica sete di guadagno. Come se fossero macchine da soldi più che ragazzi da proteggere da una sistema sa prosciugare l’anima fino all’annichilimento più profondo.


Il destino a volte sa davvero essere crudele e freddo assassino. Molte persone con le sue stesse fragilità hanno avuto una seconda occasione. Ma ad Aaron non è stata concessa.
L’ho sempre considerato come un cantante triste, fin da quando ero ragazza. Ricchezza e fama ma senza mai davvero godere a pieno la vera essenza della vita.
Ho visto molte interviste e ho sempre notato la voce tremante, lo sguardo perso contrapposta ad una fortissima energia sul palco e alla spavalderia sotto l’effetto delle sostanze.
Estremo in tutto, anche nel grido che fluiva prepotente nelle sue canzoni. Come un vortice da cui non riusciva a liberarsi.
Quel vortice che l’ha trascinato giù nell’abisso anche quel maledetto giorno di novembre 2022 quando annegò nella vasca da bagno.


Dovunque egli sia, spero abbia trovato la pace e il riposo da tutto lo schifo che gli è stato vomitato addosso.
Libero di vivere solo nella musica: l’unica cosa che, credo, lo abbia reso davvero felice.
Fidatevi, ci sono sempre due versioni in una storia.
Aaron Carter
