La Vita che scombina sempre le carte: SOGNAVO UN VIAGGIO IN MONGOLFIERA

Scrivere non è sempre facile, raccontare sé stessi ancora meno, ma dopo aver tanto riflettuto ho deciso di mettere nero su bianco una parte della mia vita, perché sento il desiderio profondo di esporre le emozioni più intime che ho vissuto, sia nel bene che nel male.

NATALINA DI BLASI

Un racconto delicato, vivace e melodioso di una vita. La storia di Natalina.

Prima a Paola, un paese della Calabria, cullata dall’affetto di una famiglia unita e premurosa. Poi a Torino, per il lavoro del padre, in una città, quella degli anni del boom economico, dove le differenze sociali erano palpabili e la divario tra nord e sud abissale.

In tante città del Nord erano affissi i famosi e indegni cartelli: “Non si affittano ai meridionali”. Col senno di poi, emblema del fatto che la storia non viene insegnata in modo adeguato e capillare. La bambina non capisce il motivo di tanto astio ma, quasi con il fare da adulta, lascia perdere queste faccende. Sognando il ritorno nel suo amato paese.

Infatti, grazie sempre al lavoro del suo papà, riesce a tornare nella sua amata Calabria e a rimanere. In un clima sereno e amorevole. Come credo molte persone sognano.

Tuttavia, dopo la fine della seconda elementare, la tragedia. La sua adorata mamma, donna elegante, generosa e adorata dal padre, muore dopo aver dato alla luce il suo ultimo genito Emilio. Causa della morte: embolia polmonare. Natalina ed Emma sono distrutte dal dolore e annientate nell’anima. Inizia per loro una nuova vita con nuovi e non sempre facili equilibri per lei, la sorellina e il fratellino, nato come Emilio ma divenuto Francesco per volere del padre.

La presenza della nonna è spesso ingombrante e difficile da sopportare, soprattutto in vista del fatto che la ragazza va crescendo e si sta affacciando verso l’adolescenza. Complice la loro condizione di orfani, l’anziana si sente investita della responsabilità di fungere da madre per i ragazzini e spesso le sue decisioni non sono viste bene.

Stavo entrando nell’adolescenza e la mia ribellione al comportamento del papà, ma di più, verso quello della nonna cominciava a manifestarsi

Natalina di blasi

L’arrivo di una nuova compagna per il padre e la nascita di una sorellina porteranno alla famiglia una ritrovata serenità. Anche se la nonna, forse gelosa del ritrovato equilibrio farà di Francesco il suo pupillo. Condannandolo ad un esistenza infelice.

Natalina conosce Sergio, il suo futuro marito, e per lei inizia una parte della sua vita completamente nuova. Quella di donna innamorata e poi di moglie devota.

21 aprile 1990.
Mi sono svegliata alle 06.40, era arrivato il grande giorno, quello che tutti descrivono come il giorno più bello della vita. Non avrei più dormito nel mio letto, anche se abitavamo poco distanti mi sarebbero mancati papà, Emma, Francesco, Simo
na e Anna, le persone che più amavo.

natalina di blasi

Non passa molto tempo che si trova incinta con gioia e tanta ansia.

Nel 1991 nasce Giuseppe, il figlio della coppia: dopo qualche iniziale preoccupazione il bambino cresce in forza. E’ vivace, curioso e amante della musica.

Avevo scelto con cura gli abitini per il “primo viaggio”. A casa tutto era pronto: carrozzina, passeggino, fasciatoio, biberon, body, tutine, pannolini, insomma tutto quello che era necessario

natalina di blasi

Ma la tragedia si intravede appena. Giuseppe inizia ad accusare dei dolori al petto e viene riscontrata un’anomalia cardiaca. Inizia così il peregrinare della famiglia tra ospedali e luminari in campo medico. Finché un professore rinomato non offre loro una salvezza con un intervento, eseguito in una clinica privata, nel cuore di Palermo. I genitori, con un enorme sforzo, decidono di affidarsi al dottore e far sottoporre il figlio all’intervento. Una fatica enorme, scelta e voluta per il bene di Giuseppe.

I pensieri che popolano la mente di due genitori in attesa fuori dalla sala operatoria si possono forse immaginare, ma viverle è un’altra cosa. Le paure e le insicurezze si presentano senza tregua e non si possono scacciare.

Durante l’intervento apparentemente tutto va secondo i piani. Il dottore avvisa i genitori che non è incorsa in nessuna complicazione e che addirittura il padre può tornare al lavoro. Natalina attende il rientro in stanza del figlio per ore ma nulla. Nessuno si degna di avvisarla. Solo dopo molto tempo il professore arriva e le comunica la drammatica notizia. Peppe ha avuto una gravissima complicazione e ora lotta tra la vita e la morte in ospedale. Con una freddezza degna dei peggiori esseri, gli infermieri invitano Natalina a sgombrare la camera del figlio in quanto prenotata per altri interventi. Lui è in coma e lei starà giorni a vegliarlo nei corridoi, appoggiata a delle sedie scomode per dormire e lavandosi nelle stanze di altri pazienti per pietà delle famiglie.

La visione del figlio è quanto di più doloroso una madre possa sopportare. Strazia anima e cuore senza sollievo.

Quando sono entrata nella camera sterile e l’ho visto, il mio cuore è esploso dal dolore. Vedevo soltanto il suo viso, privo di qualsiasi espressione, far capolino da sotto un lenzuolo bianco. Dipendeva totalmente da diversi sistemi meccanici, che lo tenevano in vita.

Inizia il calvario disumano di due genitori che vedono il figlio immobile e sofferente. L’unica speranza è il trapianto di cuore. Si fanno appelli in ogni dove e raccolte fondi per poter mantenere il ragazzo nella clinica. Un limbo di dolore disumano e allucinante. Sullo sfondo un dottore munifico di preziosi dettagli medici verso la stampa ma che mai si sbilancia in atti di empatia verso Natalina e Sergio.

Arriva il giorno del trapianto.

Ci sentivamo impotenti, incapaci di manifestare le nostre emozioni, l’unica reazione: il silenzio. Non c’erano più parole, eravamo così addolorati che non c’era spazio per nient’altro. Non c’erano lacrime, non c’era la rabbia, non c’erano parole di conforto o di speranza, solo un grande silenzio. Il saperci insieme, in quel momento ci bastava, era il necessario, era tutto ciò che ci serviva per sopravvivere.

L’operazione e il decorso post operatorio sono difficoltosi e complicati. Natalina conosce Carmela, una donna con la figlia ricoverata: calabrese anche lei e di buon cuore che le darà qualche tenue momento di sollievo. Un caffè, una goffa sigaretta e le parole dolci di Sergio sono gli unici momenti dove la mamma si sente viva.

Ma, nonostante l’intervento sia riuscito, Beppe ne è uscito profondamente devastato. E’ come un bambino che dovrà imparare ogni cosa e con un bisogno di assistenza h24. Anche in questo caso, il personale sanitario si rivela emblema di quello che chi ha a che fare con la salute delle persone non dovrebbe fare mai.

Totale assenza di empatia e assoluta desertificazione di ogni forma di umanità, anche la più scontata. Atrocità su atrocità, come se questi genitori non ne avessero già subite abbastanza. Eppure in tutto questo dolore, imperversa la speranza.

Come un faro che illumina quel mare di incertezza e in tempesta per un domani che non sa nessuno come sarà.

Quel suo decimo compleanno è passato in questo modo, un modo che mai lontanamente ci saremmo immaginati, anche se nonostante tutto ringraziavamo il cielo perché Peppe era vivo. Molti altri bambini non ce l’avevano fatta.

La vicenda prende una piega completamente nuova e ,per l’ennesima volta, la protagonista deve ristabilire dei nuovi equilibri. Prima bambina ad osservare e a subire le decisioni di padre e nonna, e ora donna e madre che lotta per dare a suo figlio una dignità e una speranza. Già perché in tutto questo dramma, nessuno ha mai il coraggio di raccontare a Natalina la verità. Sarà la pietà dei medici di un centro di riabilitazione a raccontare la verità alla donna. Una realtà che taglia il cuore e lo fa sanguinare copiosamente. Quello che ha subito Beppe è drammatico.

Peppe aveva subito danni molto seri, danni neurologici che coinvolgevano la parte del comportamento, della memoria, del linguaggio. Era completamente sordo e la parte sinistra del suo corpo era paralizzata. Mentre ascoltavo i medici, le lacrime mi scendevano senza che io me ne accorgessi, erano lacrime di tristezza, di rabbia, di stress, e di dolore.

La vita del ragazzino non è per nulla semplice. Forse consapevole della sua involontaria nuova condizione, diventa aggressivo e spesso oggetto di isolamento da parte di compagni e famiglie del paese. Come un delinquente, emarginato e destinato alla morte sociale. Le stesse persone che si erano prodigate per aiutare Beppe moribondo con la raccolta fondi ora lo isolano per vergogna.

Quasi, con questa indifferenza, preferendolo morto che vivo in quelle condizioni: spesso rimango allibita da quanto può essere miserevole il pensiero umano.

Inizia così una routine fatta di ostacoli continui e altre difficoltà. Ma la famiglia rimane unita in un grande abbraccio d’amore infinito.

Non sono voluta andare ulteriormente nei dettagli per lasciare al lettore il racconto di un viaggio straordinario. Un percorso forse nemmeno pensato, ma che sicuramente rende i protagonisti dei giganti di umanità, forza e tenacia.

Beppe è uno straordinario guerriero, vittima di un destino avverso ma che non si arrende nonostante la vita, a lui, non abbia scontato nulla.

Natalina è un sorriso grande come la sua anima. Una madre da cui noi mamme abbiamo solo da imparare.

Qualsiasi parola sarebbe inutile di fronte al suo grande insegnamento.

Lascio a lei le ultime parole, potenti e delicate come solo una grande donna come lei può essere.

Non è facile per chi come noi deve lottare tutti i giorni per andare avanti. Le persone come noi sono spesso invisibili agli altri, ma non siamo da compatire, quello che vogliamo è essere ascoltati, ci aspettiamo considerazione, siamo genitori. Genitori speciali, conosciamo le patologie dei nostri figli nei minimi particolari. Abitiamo un pianeta diverso, tra dolori e piccole gioie vogliamo vivere la vita nel miglior modo che ci è concesso. I nostri figli sanno amare come tutti noi, sanno ascoltarci e consolarci, hanno anche loro sentimenti, hanno un grande cuore e percepiscono l’indifferenza e la cattiveria che li circonda. Nelle loro rare carezze, negli abbracci e nei baci non c’è malizia o furbizia, solo amore allo stato puro.
Quella mongolfiera che da bambina mi permetteva di viaggiare con la fantasia non l’ho mai abbandonata. Come allora sono ancora io a pilotarla, a volte sale a volte scende, modifica l’altitudine di volo in base ai venti. Con la mia famiglia speciale, sorvolo un territorio limitato, ma mi appare immenso

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