Che fine hanno fatto le sorellastre di Cenerentola?

Sabato 1 Giugno si è svolta la rappresentazione del testo teatrale creato dal grande genio di Valentina Maselli: “Sorellastre”. Un’opera innovativa e rivoluzionaria nella sua struttura. Le due protagoniste sono magistralmente interpretate dalle straordinarie AnnaMaria Rizzato e Antonella Tranquilli.

Un successo di pubblico e di critica ad ogni spettacolo.

Il tutto ha preso vita presso il laboratorio di arte terapia “Vivere con Arte” sito in Castiglione Olona. Luogo dove Morena e Cristina, le fondatrici di questo atelier straordinario, hanno voluto dare al loro amore per l’arte forma attraverso corsi, conferenze e presentazioni di artisti. Un posto magico dove liberare la parte creativa presente e spesso assopita in ognuno di noi.

Sicuramente uno spettacolo come Sorellastre non poteva che trovarvi la rappresentazione perfetta. Non esiste palco o confini divisori: gli spettatori sembrano quasi parte della scena e possono vedere nelle espressioni delle protagoniste anche le più sottili sfaccettature delle loro smorfie di dolore.

Ma ecco dunque la storia. La scenografia è semplice, scarna ma d’impatto. Una gabbia dorata coperta da un pesante mantello nero. Le stesse interpreti indossano una gonna lunga e opprimente: dapprima nera, poi dorata. Durante la narrazione questa palandrana sembra essere opprimente e soffocante quasi al pari del mantello dorato che indossavano gli ipocriti nel girone dantesco.

Esternamente meraviglioso, devastante nel profondo.

Tuttavia la pesantezza che opprime il cuore delle protagoniste non è l’ipocrisia, ma qualcosa, di ancora più drammatico.

Anastasia e Genoveffa, le temibili sorellastre di Cenerentola, hanno da poco perso la loro madre. Una sentimento di smarrimento pervade le donne, già in là con gli anni.

Senza che vi sia distinzione tra le due, le donne sembrano attraversate da una sorta di isteria che maschera una disperazione profonda, le cui origini si perdono negli abissi dell’anima. Frenesia, preoccupazione, ansia e tormento: sono molteplici e vorticose tutte le sensazioni che attraversano la scena.

Cosa facciamo?

le sorellastre

Un frase tanto banale che apre un mondo fatto di angoscia, sottomissione e disperazione. Lo squarcio che dovrebbe essere apparentemente di speranza, generato dalla morte dalla madre, si rivela come un vuoto e uno smarrimento perenne.

Cenerentola è andata via da tempo con il suo principe, felice e contenta.

Le sorellastre e la la temibile matrigna sono rimaste sole ad aspettare. In quella che sembra una prigione. Una devastante solitudine in cui le tre donne si sono unite quasi come una sola entità. Le figlie a badare alla madre e la madre a trattare le figlie come bambine per tutta la sua esistenza.

Ma ad aspettare cosa? Il loro principe.

Una vita invana di attesa sotto l’egemonia di una madre tiranna ed egoista. Una bugia pare averle condannate, ma gradualmente si capisce che l’inganno ordito dalla madre era cosa perfettamente conosciuta.

Ora tutto è cambiato, e loro possono dirsi libere di essere ciò che desiderano: possono mangiare i cioccolatini che la madre gli ha sempre negato, usare i gioielli e la borsa che la matrigna custodiva tanto gelosamente. Riflettendoci, desideri esauditi quasi puerili come un fanciullo che si trova in casa da solo e va scoprendo tutti gli oggetti “proibiti”.

Eppure nei loro occhi si legge una fortissima preoccupazione per questa nuova condizione, che si accompagna alla consapevolezza di una vita mai vissuta.

Andare o restare? E che senso avrebbe adesso che sono delle donne che non hanno mai vissuto?

Persino una banale uscita per comprare i tanto amati cioccolatini sembra una montagna impervia da scalare. Ogni passo è bloccato da impedimenti di ogni sorta, che rasentano il ridicolo ma sono indice di una forte incapacità a non voler varcare la porta di casa, verso la libertà.

Le donne sembrano goffe bambine che si fanno dispetti a vicenda, si rincorrono e si rinfacciano vecchi rancori. Gioiscono della libertà per le piccole cose, ma hanno una paura incredibile nell’uscire fuori.

La prigione a cui erano condannate sembra ora diventare una scusa per non iniziare a vivere. In questo scenario la gabbia diventa il loro ultimo rifugio da cui guardare il mondo da spettatrici, senza mai avere il coraggio di viverlo.

Meglio non vivere nel conforto di un’illusione o rischiare e iniziare ad affacciarsi verso un cammino incerto?

In questa tragedia apprendiamo che le due donne non hanno mai vissuto, consapevoli che fosse meglio alimentare una bugia di una madre possessiva piuttosto che correre il rischio di uscire dalla gabbia.

Con la morte della madre ora non esiste più motivo di reclusione ma questo corrisponde anche ad una presa di coscienza. La scusa di una madre oppressiva ed egoista è caduta, così come ogni possibilità di salvezza.

L’epilogo è la cronaca di un dramma di un non vissuto dell’anima che si accompagna ad senso di vuoto angoscioso, come una scossa che contorce le viscere. Non è facile assistere, quasi partecipi, di un dramma apparentemente tanto lontano da noi eppure così intimamente intrinseco nell’animo umano.

E’ la paura di ogni essere umano, quella di aver perso l’esistenza: qualcosa che mai potrà ripetersi e che non ci è concesso una seconda volta. E tutto diventa un vuoto urlato che non ha nemmeno più le lacrime a cui attingere.

Una riflessione che non può lasciare indifferenti perché questa rappresentazione conduce ad una vera catarsi teatrale nell’anima. Il teatro che scava nel profondo e mette a nudo le debolezze e i drammi umani. Uno spettacolo che è un viaggio introspettivo inteso.

Da cui non è facile uscire indenni.

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