Qui rido io

Lo ammetto: non ho mai approfondito, a torto, la commedia napoletana. Nonostante i rimproveri di mio padre, estimatore da sempre della famiglia De Filippo.

Questo film ha squarciato il velo della mia profonda ignoranza.

La storia della battaglia legale tra il grande attore teatrale Edoardo Scarpetta e il poeta vate Gabriele D’Annunzio. Una guerra di trincea tra la commedia napoletana, irriverente e dissacrante, e l’arte dannunziana sempre alla ricerca di forme sublimi e ricercate.

Tutto inizia all’apice della carriera dell’ attore napoletano divenuto ricco, famoso e stimato: i suoi spettacoli sono sempre un tripudio di applausi e successi. Possiamo definirlo come un divo ante litteram, tronfio del suo successo, seduttore ma di buon cuore.

La sua vita si divide tra la famiglia “ufficiale” composta dalla moglie e dai tre figli, e quella con l’amante. Con la coniuge Rosa de Filippo ha Maria, Vincenzo e Domenico: quest’ultimo in realtà frutto di una relazione extraconiugale della donna con il re Vittorio Emanuele II.

Piccola nota: tra gli interpreti anche Eduardo Scarpetta, nipote nella vita reale del protagonista, che nel film ricopre il ruolo difficile e spesso scomodo del figlio dell’attore, Vicenzo, ragazzo che vive sempre all’ombra di un padre potente e ingombrante.

Dall’amante, cugina della De Filippo, nasceranno i fratelli Titina, Eduardo e Peppino.

Talenti di cui il mondo avrà eterna memoria ed Eduardo sarà anche candidato al Nobel per la letteratura e considerato uno dei commediografi italiani più straordinari. Un nucleo familiare atipico ma che Scarpetta mantiene in modo decoroso, fornendo ai ragazzi tutto il necessario per assecondare i loro desideri.

Una sorta di doppia vita, conosciuta e tollerata da tutti: probabilmente cosa non anomala ai tempi.

L’attore decide di fare il grande salto e di mettere in scena la parodia di un opera dannunziana: La figlia di Iorio. Ottiene un amicale, informale e verbale assenso del poeta vate dopo aver riscritto il dramma in chiave comica. Convinto che la rappresentazione lo potrà innalzare ad un livello superiore rispetto alle commedie che solitamente mette in scena.

A nulla valgono le preoccupazioni della moglie Rosa, che vede in questa parodia qualcosa di nefasto e dannoso.

Una scelta che si rivelerà fatale: la rappresentazione sarà un completo fiasco e la Società italiana degli Autori e degli Editori lo trascinerà in tribunale per plagio, corroborata anche dalle critiche di vari intellettuali come Ferdinando Russo.

E molti di essi, quasi inseguendo la moda del momento che deve distruggere Scarpetta faranno di tutto per screditare l’uomo. Unica voce fuori dal coro, il superbo Benedetto Croce che lo aiutò e gli fornì prezioso supporto durante tutta la fase processuale.

Dopo una dolorosa e sfiancante battaglia legale, l’ epilogo sarà sorprendente.

Difficile trovare un confine tra la recitazione di Servillo e il personaggio di Scarpetta: sembra che questi due aspetti si siano fusi in un’ unica meraviglia.

Non esiste un costume di scena, sono esattamente la stessa persona.

L’uomo che si staglia contro un destino che lo voleva finito e rivendica il diritto alla libertà di espressione. Mettendo anche in ridicolo quella sfrenata ricerca del sublime con termini aulici e spesso ridondanti; la continua ricerca di stupore tanto cara al poeta vate viene apostrofata in modo magistrale senza risultare offensiva.

Bellissima ode all’arte di essere liberi nell’espressione e nell’anima.

Anche a costo di rimetterci la stessa salute, lottando per un ideale.

E uscendone per sempre vincitori.

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