Il bambino che fermò il cuore degli italiani.

Come puoi raccontare della morte di un bambino e di due genitori che lo vedono spegnersi sotto i loro occhi? Come si può accettare che un bambino finisca la sua esistenza nel buio più completo e coperto di fango?

È impossibile: il dolore di un genitore che perde un figlio è qualcosa di innaturale, inimmaginabile e disumano. Annienta l’anima e rende deserto ogni sentimento, strappando alla vita ciò che è più sacralmente caro.

Ma poi arriva la tragedia di Vermicino e capisci che esiste qualcosa che va oltre ad ogni dolore: l’amore di una madre e di un padre che trasformano in speranza la disperazione più atroce.

Una famiglia normale e semplice che si ritrova ad essere al centro di una delle prime, ininterrotte, dirette della Rai. Franca e Ferdinando: una coppia che ha dovuto combattere e affrontare tante difficoltà con il loro primo genito. Una patologia cardiaca lo costringe ad un futuro incerto e a numerose precauzioni: nessuno sforzo eccessivo, nessuna emozione intensa e numerose visite dagli specialisti migliori.

Mentre giocava nelle campagne vicino casa, il piccolo Alfredo Rampi, sei anni appena, cadde in un pozzo. Una cavità non sicuramente debitamente segnalata e poi coperta grossolanamente quando, probabilmente, il ragazzino vi era già finito dentro.

A quella che sembra una profondità di circa 30 metri.

Fin da subito, nonostante gli enormi sforzi di vigili del fuoco, speleologi e volontari, si capì che la situazione non sarebbe stata facile. Basti pensare che il buco era stato scavato in circa due mesi e la sua profondità era di 80 metri.

Il pozzo dove era caduto il bambino aveva appena il diametro di 30 cm e difficilmente si sarebbe potuti scendere, complice anche il fatto che la discesa sarebbe dovuta avvenire a testa in giù. Le dimensioni erano di poco superiori a quello di un comune bidone della spazzatura.

Pertanto, sulla base di alcuni studi di casi simili, si decise di scavare un pozzo parallelo a pochi metri di distanza e di aprire un varco che avrebbe permesso la liberazione del piccolo. Una decisione complicata ma presa con la speranza di salvare il piccolo a tutti i costi e nel minor tempo possibile.

Il terreno era difficile da trivellare, causa presenza di roccia, e ci vollero quasi due giorni per arrivare a pochi metri,in parallelo, da dove si pensava fosse intrappolato Alfredino. La creazione di questo buco venne fatta con trivelle rumorose che facevano oscillare il terreno e disperare il bambino.

Purtroppo le cose, come tutti sappiamo, non andarono come previsto.

Il corpo del piccolo fu recuperato ben 28 giorni dopo a 60 metri di profondità, coperto di fango e scivolato ancora più giù a causa delle scosse della trivella che cercava di raggiungerlo. Una morte orribile e senza spiegazione che fa male al cuore.

La sua vicenda richiamò un sacco di volontari che tentarono di calarsi per poterlo raggiungere. L’unico che riuscì a vederlo fu Angelo Licheri, fattorino piccolo e minuto, che rischiò la vita stessa: arrivò a toccare il piccolo e a cercare di imbragarlo, ma il fanciullo era coperto di fango e fu costretto a desistere. Ebbe modo di parlagli, anche se la sua voce era flebile, promettendo di portarlo in Sardegna, la sua terra natale e cercando di dargli forza. Nessun potrà mai immaginare il rimorso e la sofferenza che ha accompagnato la vita di questo grande uomo: l’ultima persona che Alfredino vide prima di morire. Una sorta di conforto prima che il destino si compisse, prepotentemente.

Angelo portò sul corpo per tutta la vita i segni di quella lotta, fece scivolare la corda in modo da gettarsi di peso sulle rocce e rendere più agevole il suo passaggio. Un sacrificio coraggioso per provare a salvare una povera creatura.

Fu esempio di come un paese avesse combattuto assieme ai genitori per riportare il loro figlio alla luce. Nessuno si voleva rassegnare: tutti avrebbero fatto l’impossibile per Alfredino.

Anche oggi mi capita spesso di sentire , da persone che hanno vissuto in quei giorni, frasi del tipo “sono stato sveglio tutta la notte a guardare la diretta Rai per Alfredino” come se ci sentissimo tutti mamma Franca. Persino il presidente Pertini arrivò sul posto. Abbracciò i genitori e non si smosse da quella maledetta campagna fino alla fine.

Insieme a quel bambino lottò un’Italia intera, sperando in un lieto fine.

Ancora più straordinario cosa venne creato dopo la sua morte.

Perché il dolore non divenisse una cancrena dell’anima ma rinascesse a nuova vita, per dare al bambino la possibilità di continuare a vivere in una nuova forma. La sua esistenza terrena non era finita nel buio di una tragedia.

Dopo la tragedia di Alfredino,venne istituito il ministero della Protezione Civile e nel suo ricordo la mamma fece e portò avanti tantissime opere di prevenzione e coordinamento nella gestione delle emergenze.

La tragedia di Alfredino forse si sarebbe potuta evolvere diversamente con una ottimizzazione del processo organizzativo. Tutti si erano prodigati, nessuno escluso, e la Franca Rampi non accusò mai nessuno.

Un film meraviglioso, accusato, a torto, di spettacolarizzazione.

Nulla di più sbagliato: il film è elogio di quanta buona volontà si possa celare in ogni singolo individuo. Arrivarono file di volontari pronti a recuperare il bambino e i vigili del fuoco fecero in modo da stargli accanto in ogni momento. Nessuno voleva rassegnarsi alla peggiore delle ipotesi.

La sua storia fermò il cuore di un paese che sperava di vederlo uscire da quel buco maledetto.

Il suo straziante “mamma” tenne bloccato un intero palinsesto televisivo e una redazione nella speranza, salvo poi chiudere ogni diretta alla comunicazione dell’ineluttabile evoluzione.

Fermò la vita di un uomo semplice che visse con il rimorso di averlo mai riportato in superficie e che morì felice al pensiero di poterlo riabbracciare.

E, da qualche parte, Angelo sta riabbracciando Alfredo.

Stavolta per sempre, nella luce di quella speranza che la sua morte ha donato.

Il suo corpo non è mai uscito vivo da quel pozzo, ma la sua anima è riuscita a regalare una luce che si diffonde ancora oggi.

La luce della speranza. Una luce talmente bella che acceca di meraviglia.

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