L’Elvira Conta

Chiama è un piccolo paesino, situato nel comune di Maissana, nell”Alta Val di Vara. Elvira, è una delle sue ultime abitanti. Donna ormai anziana ma determinata e attiva, racconta, perdendosi nei ricordi, la sua vita e quella del suo adorato borgo.

Uno dei tanti che non ha retto allo spopolamento e si è via via svuotato in un silenzio malinconico e triste. Nonostante dalle sue mura trasudino storia e vita.

Si inizia la sua narrazione raccontando, quasi come la voce di una nonna, la sua nascita. Un evento che al giorno d’oggi si svolge con una degenza ospedaliera, ma che ai tempi era una pratica assolutamente casalinga assistiti da una balia esperta.

A Chiama non si nasceva sui letti bianchi e morbidi, a impregnare i materassi di sangue e sudore.
La signora Rina ci faceva nascere sui tavoli della cucina.

L’elvira conta

La nascita della piccola viene accolta con qualche perplessità: purtroppo una femmina non era avvenimento accolto in modo entusiasta. Ma la balia solleva gli animi di tutti e ribadisce che la neonata gode di robusta costituzione e ottima salute.

L’ infanzia trascorre nella semplicità di una vita contadina e circondata dal profondo amore delle nonne. Sullo sfondo la ciclicità dei tempi e i frutti che la natura dona ad ogni stagione. Accolti sempre con trepidazione e tanta speranza.

Le castagne e i funghi sono tra i prodotti maggiormente consumati, assieme ad una alimentazione fondamentalmente povera ma che riesce sempre a ritagliarsi momenti di festa e piccole gioie.

Un paese che attinge al lavoro nei campi per sostenersi e la cui vita sociale ruota attorno alla chiesa, con il parroco don Mazza.

Don Mazza perdeva spesso la pazienza.
Si capiva che non amava esser il prete di un paese così piccolo.
Riceveva poche decime, specialmente nelle frazioni.
Era arrabbiato con quelli di Torza, che erano i parrocchiani più lontani e trovavano mille scuse per non venire a messa.

L’elvira conta

I ritmi sono continui e dettati da tradizioni e dalle stagioni. Il paese è piccolo ma coeso al suo interno. Un agglomerato che pullula di vita e sentimenti. Bellissimi i ricordi della donna che si reca bambina alla scuola elementare, agitatissima, e ben presto impara a destreggiarsi con pennini e matite. Un mondo antico che profuma di fascino e di bellezza che si perde nel tempo.

Sembra di ascoltare le parole dolci della signora Elvira e di immaginarla neonata e poi bambina che si affaccia alla vita.

E arriva, inevitabilmente, un pezzo di storia anche in questo piccolo angolo di pace e semplicità.

Il Regime Fascista aveva esortato i podestà a spronare i direttori scolastici ad incentivare gli insegnati a convincere più famiglie ad iscriversi al partito fascista.

L’elvira conta

Votarsi al fascismo pare essere la nuova moda di Chiama che si unisce alla follia in cui il paese versava in questo periodo. Elvira però è confortata dalla dolce presenza di Gino: un suo compagno di scuola, di tre anni più grande, che la sostiene e la incoraggia nonostante le molte difficoltà che la bambina affronta in classe.

Nonostante tirasse una brutta aria, la vita del paese scorre tranquilla. La posizione del paese lo vede quasi protetto dalle brutture esterne ma tuttavia spesso oggetto di pregiudizi. I suoi abitanti sono a torto considerati come rozzi e ignoranti dai forestieri e questo agli occhi di una bambina dallo sguardo vigile e curioso è fonte di risentimento.

Perché in quel paese la piccola Elvira si sente completa e felice. In una vita modesta e spesso fatta di rinunce, lei sei sente a suo agio. Perfetta e serena.

Ma purtroppo la guerra andrà a bussare anche alla porta della sua famiglia.

L’adorato papà Silvano deve andare al fronte come cuciniere e, come molti sventurati, si unisce alla disperata campagna di Russia.

Le donne di casa fanno tanti sacrifici per compensare una mancanza assolutamente fondamentale e cercano persino di ritagliarsi alcuni momenti di svago come il ballo nella cantina di Rino: luogo dove molti giovani si ritrovano. E come succede spesso con l’adolescenza imminente, Gino perde interesse verso Elvira che ci rimane molto male.

Ma ecco la tragedia: il padre risulta disperso. Nonostante la madre tenti in ogni modo di recuperare notizie dai pochi che ritornano. Su questo orrore sovrasta una verità devastante e crudele.

Una sentenza mortale senza una tomba e l’amore dei propri cari, in una terra lontana e ostile per eseguire un’ordine. Dovere di stato che puzza di morte.

La guerra è più brutta di come ce la immaginiamo.
Viene fuori la bestialità dell’uomo.
Non è solo uno stato che vuole conquistare un altro stato.
Ci siamo noi uomini che ci guardiamo in faccia e ci facciamo esplodere un proiettile nel petto, nelle gambe e nel cervello.

L’elvira conta

Un nuovo equilibrio e nuove emozioni attraverseranno questa famiglia. In un crescendo di sentimenti e sensazioni, vive e sempre intense.

Una vita intera permeata di amore e dolcezza. Esistenza comune a tante ma unica nella sua evoluzione.

In questo libro, Rossana Sciascia dipinge frammenti di anima di un colore caldo e avvolgente. Lo stile è fluido, discorsivo e incuriosisce dall’inizio alla fine.

Per non dimenticare quelle vite nei tanti paesi arroccati nei meravigliosi paesaggi d’Italia.

Universo di un mondo variopinto e fermo nei suoi paesaggi.

Eterno e fermo nella sua immutata meraviglia.

Riposo del cuore di tante anime che ne hanno attraversato le strette vie e i vicoli e che sono tornati là come spirito.

Per non abbandonare mai ciò che vi è di più caro per ogni essere umano: le proprie radici.

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