
La tragedia di chi non ha voce. Una storia che si tramanda dal 400 a. c, creata dal genio di Sofocle e rappresentata nei secoli in chiavi diverse, ma sempre straordinaria e innovativa.
La versione messa in scena dalla compagnia teatrale crennese è intensa, moderna e coinvolgente.
Siamo a Tebe. Il legislatore Creonte adempie le leggi in modo metodico ed è fermamente convinto della loro attuazione capillare. Nessuno sconto è ammesso o tollerato: l’uomo e la legislazione devono essere tutt’uno e una società equa e felice è quella dove sono applicate scrupolosamente tutte le norme.
La legge sopra ogni cosa. A garanzia di un saldo e perpetuo equilibrio.

Antigone, la cui etimologia del nome indica un’opposizione, è nipote di Creonte e promessa sposa di suo figlio Emone. E’ una ragazza sveglia, vivace e intelligente.
Figlia dello sciagurato incesto tra Edipo e la sfortunata Giocastra, si oppone fermamente alla decisione dello zio di non interrompere l’alimentazione del fratello Polinice.
Discute infatti con la sorella Ismene sulla sua decisione. Quest’ultima, riflessiva e ligia alle regole, cerca disperatamente di far desistere la sorella, invano. Ogni azione contraria a quanto ordinato dal legislatore viene sempre punita a caro prezzo.


Alcune donne commentano la decisione della donna che fa presto il giro della città e che la condanna ad una sentenza di morte. Antigone è decisa e fiera del suo gesto.
Staccare la spina ad una vita che è già morta è stato il suo ultimo atto d’amore verso l’adorato fratello. Un uomo che oramai è morto da 13 anni, che leggi fredde e prive di empatia umana hanno condannato ad una vita priva di dignità.
Il cuore di Polinice non batteva da anni. E lei, dolce sorella, lo ha sempre saputo ma nessuno le ha mai prestato attenzione. Fin da piccola, quando posava il capo sul petto del fratello adorato ne ha conosciuto i battiti e quelli trasmessi dalla macchina non erano sicuramente i suoi.



Il legislatore è colto di sorpresa alla notizia dell’atto della nipote ma rimane risoluto nella sua decisione. Come già detto, non devono nemmeno esistere delle eccezioni, causando potenziali e pericolosi precedenti.
Antigone viene condannata al carcere a vita, contro il parere della stessa opinione pubblica e del principe Emone. Un ragazzo che venera il padre ma ne rispetta le volontà, contro il suo stesso cuore. Distrutto e annientato ma consapevole che il bene superiore viene prima di ogni cosa e nessuna opposizione potrà mai abbattere questo muro.



Il carcere è un luogo in cui la disperazione annienta anima e corpo e dove la protagonista si troverà a fare i conti con il suo destino. Morirà in carcere, tra stenti, sofferenze e privazioni. Si sente sola, smarrita e decide di gestire la situazione a modo suo.
Lei, che non hai mai accettato nessuna realtà precostituita e non subisce la legge; lei vuole comprendere e capire la realtà che la circonda. Crede nell’uomo e non nella mera attuazione schematica e fredda della legislazione.
Vuole un mondo a misura di essere umani.


Un tragedia che rivela nella sua drammaticità di quanto spesso il mondo legislativo sia tanto lontano dalla realtà umana e di come una legge non sia sinonimo di verità assoluta.






Un’opera straordinaria messa in scena da una compagnia altrettanto straordinaria che ha permesso una catarsi profonda ed introspettiva dei personaggi. Ognuno di essi ha un un universo di emozioni, pensieri, opinioni e convinzioni.
Il grido in difesa dell’ umanità che va oltre la legge. Per rispettare l’essere umano e la sua dignità, anche a costo della vita stessa.



Antigone è un eroina eternamente moderna e immortale.
Difensore della verità prima che della legge.
Paladina della vera equità della giurisdizione.
Guerriera verso un mondo più giusto, il cui grido riecheggia ancora da millenni: la potenza mai si è spenta e mai verrà mai meno.
Come una passione bruciante verso la giustizia che oltrepassa la morte stessa e i tempi, per rimanere eterna nel suo impeto.

