Isabella Morra: la poesia, il ricordo e l’eternità

Durante la meravigliosa serata al circolo letterario “Piccola Fenice” il Poeta Vate Silvio “Silvius” Raffo ha presentato una delle sue ultime meraviglie: I Fiumi di Isabella.

Un’opera variegata di poesia, prosa e narrazione storica legata al personaggio di Isabella Morra. Un prezioso tributo ad un personaggio non molto noto nella nostra penisola ma la cui vicenda sta iniziando ad essere conosciuta e apprezzata.

Ma chi era Isabella Morra? Cosa ha a che fare la poesia con la sua vita?

Possiamo iniziare con il dire che la protagonista era una poetessa. Una vita breve, ma intensa e troncata da un delitto d’onore.

Di lei sono rimasti tredici scritti, miracolosamente risparmiati ad una bieca furia distruttiva e ne descrivono una personalità colta, sensibile e appassionata. Il suo stile richiama molto l’universo petrarchesco pur tuttavia soffermandosi anche sulla meraviglia del paesaggio che la circonda.

La Lucania, territorio di monti e mistero, immerso e parte integrante della natura che lo circonda. Tutta la vicenda si svolge a Valsinni in provincia di Matera e il castello dove si svolsero i fatti è tutt’ora esistente e adibito ad abitazione privata. Suggestive le stanze in cui si sono svolti i fatti narrati, non visitabili al pubblico ma fotografate in diverse occasioni. Luoghi dove un tempo la ragazza scriveva, guardava i tramonti immaginando un domani che non sarebbe mai arrivato. Magari urlando il suo ultimo grido mentre la tragedia si stava consumando impietosa e crudele.

Silvio Raffo, racconta la sua storia attraverso il suo strumento prediletto, la poesia, regalandone un’immagine delicata ma vivace e curiosa. Un poemetto in dieci ottave: ode all’anima, culla del cuore e del pensiero.

Restituendole quella dignità che i fratelli hanno calpestato con il suo sangue innocente e regalandole quell’immortalità che i poeti meritano. Un poeta da sempre strumento dell’eterno, non solo per il racconto che fa della protagonista, ma anche perché è egli stesso espressione di infinito.

Il Poeta Vate è stato presenza importante e attiva della rassegna dedicata alla poetessa lucana. Occasione non solo di ricordo, ma anche celebrazione della bellezza stessa dell’arte del poetare.

Isabella perì per questa sua passione: venne trucidata dai fratelli per uno scambio epistolare e sconveniente (per l’epoca) con il nobile del castello situato vicino alle proprietà della famiglia Morra, tale Diego Sandoval de Castro.

Una vicenda turpe e atroce, emblema di una condizione assolutamente squilibrata per una donna all’epoca. Vita da vivere in silenzio e sottomissione assoluta, senza possibilità di alzare nemmeno lo sguardo o intrattenere qualsiasi tipo di amicizia. Da considerare che il rapporto tra la donna e il nobiluomo era puramente platonico: non si ha traccia di avvicinamenti di qualsiasi tipo. Anzi, anche la moglie dell’amico era diventata amica a sua volta di Isabella.

Nonostante la donna appartenesse ad una dinastia dai mezzi potenti e di buona ricchezza, ogni suo volere era arbitrio della volontà maschile.

In assenza del padre, il suo destino era imprigionato nella tirannia dei fratelli. I quali colsero l’occasione per vendicarsi di qualche torto passato con la morte della loro congiunta.

Nell’opera I Fiumi di Isabella troviamo  dettagliate ricostruzioni storiche, curate da Barbara Gortan e grazie all’estro del poeta Silvio Raffo la vicenda viene rievocata in una vera e propria novella in versi.

Come Omero descrive i canti dell’Iliade e dell’Odissea, Silvio Raffo racconta di Isabella. Una storia che si può narrare ad alta voce esattamente come facevano gli aedi nelle corti.

Ricordo di un omicidio che sconvolse le coscienze, ma portavoce di un ricordo che deve rimanere eterno. La protagonista voleva essere libera di pensare, scrivere e agire per amore della sua arte.

Isabella, una cupola di nubi
s’addensava nel cielo di cobalto.
L’auto nella vertigine improvvisa
già costeggiava le “ruinate sponde”,
la roccia di ferite rosse incisa.
“Curve pericolose” si annunciavano,
ma i tortuosi calanchi che il tuo cuore
quattro secoli fa duri solcavano.

silvio raffo

Pare di vivere nelle sue ottave la storia e i tormenti della giovane. Tutt’ uno con essa. Imprigionata in un mondo che la voleva ligia ai doveri e sottomessa. Senza poter seguire ciò che il cuore anelava.

Sola nel deserto silenzio dell’anima.

Nell’opera, quasi a voler restituire la scena ai protagonisti, sono presenti anche i componimenti della protagonista e del suo amico epistolare.

Delicati, vivi e desiderosi di vita.

Isabella cerca, attraverso i suoi versi, la figura del padre lontano. Figura mai presente fisicamente ma parte attiva nei pensieri della poetessa. Un distacco forse mai accettato e la cui mancanza è una profonda voragine che si apre nel cuore.

D’un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello che appare,
che di te, padre, doni novella.
Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare.
Ch’io non veggo nel mar remo nè vela
(così deserto è lo infelice lito)
che l’onde fenda o che la gonfi il vento.
Contra Fortuna alor spargo querela
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

isabella morra

Diego Sandoval de Castro, di cui si sono conservati alcuni componimenti è un’anima passionale, ribelle e sensibile.

Nelle sue parole una voglia di vita bruciante e di scoperta del mondo oltre le mura di montagne e castelli.

Anime simili nei pensieri, che vivevano serenamente nello scambio epistolare fatto di considerazioni e piccoli frammenti di vita quotidiana.

Tutto il dì piango, questi boschi il sanno
ch’odono il suon dei miei tristi lamenti,
e queste valli, ove i sospiri ardenti acquistan fede al mio gravoso affanno.
La notte poi, quanto i mortali danno tregua a le membra,
in me gli aspri tormenti riprendon forza, ond’io questi dolenti.

Diego Sandoval de Castro

Un libro meraviglioso e toccante che racconta fatti molto lontani nel tempo, precisamente nel 1546, ma con sentimenti tanto vicini a quelli che i lettori vivono quotidianamente.

E ancora una volta, è un canto dell’anima che parla al cuore di chi legge.

Raccontando di bellezza e di un fiore, perito troppo presto, nelle cui mani vibrava l’infinto.

Un’infinito che non si è spento con la morte, ma vive nel ricordo di ciò che il suo animo ha lasciato.

Una forza che va oltre la violenza e vola libera, fino ai confini del mondo.

fra il cielo e terra, nella notte illune:
il tuo muto destino era l’attesa.
Cantava il vento un inno fra le dune:
Isabella, al tuo amore è andato in sorte
d’esser vinto da sorella Morte.
…Mai non sapesti chi l’aveva ucciso,
benchè fossero i suoi fieri assassini
più d’ogni altro nemico a te vicini.

silvio raffo

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