I Promessi Sposi

Tra i prodotti che più mi hanno conquistato e di cui ho un ricordo positivo, vi è una produzione (ai tempi veniva chiamato “sceneggiato”) datata 1989.

I Promessi Sposi di Salvatore Nocita.

In quelli anni fu accolto con molte critiche e qualche riserva in quanto si discostò notevolmente dalla rappresentazione cinematografica precedente, sotto la regia di Sandro Bolchi nel 1966.

In questa miniserie la storia prende una piega recitativa e i personaggi si adattano ai singoli contesti, aggiungendo ognuno una sfaccetattura diversa.

La storia è nota e conosciuta da tutti.

Renzo e Lucia, due ragazzi di un piccolo paesino sul lago di Como (precisamente nel ramo di Lecco) vorrebbero sposarsi ma il signore del paese, Don Rodrigo, si è invaghito della donna e ordina ai suoi scagnozzi (i bravi) di mandare a monte le nozze. Questi delinquenti intimano al curato del paese, tale don Abbondio, già non un cuor di leone per natura, di bloccare le nozze.

I protagonisti dovranno vagabondare per la Lombardia e non solo, aiutati e osteggiati da diverse figure. Un affresco corale di personaggi interpretati da quello che possiamo sicuramente definire un cast di primo ordine. Attori le cui doti recitative hanno posate loro fondamenta nel teatro e nel cinema d’autore. Non ultimo, un premio Nobel presta la sua arte ad un simile capolavoro.

Alberto Sordi nel ruolo del pusillanime Don Abbondio: uomo semplice e senza poche pretese, se non quello di vivere in totale ed assoluta tranquillità. Volutamente goffo e insicuro nei gesti e nella parlata, come se quasi avesse persino paura di vivere. Se vogliamo una macchietta fatta di piccole ossessioni e tantissime paure.

Renzo, interpretato da Danny Quinn è uno dei personaggi forse più riusciti. La sua è una trasposizione del personaggio nella chiave più umana possibile. Un giovane di buon cuore, impetuoso e un po’ ingenuo che si batte per la giustizia e non risparmia anche reazioni abbastanza colorite. Spinto da odio acerrimo verso Don Rodrigo, dovrà però fare i conti con il disastro che la sete di vendetta può portare. Spinto da un amore viscerale ma rispettoso verso la sua amata, che cerca fino allo sfinimento e anche a costo della vita.

Lucia è invece recitata esattamente come lo scritto manzoniano suggerisce. La stessa attrice , si racconta, venne accusata di essere “mono espressiva”: in realtà, questo non fu altro che una scelta fortemente voluta dal regista stesso.

La protagonista dei Promessi Sposi doveva essere l’esatto opposto del fidanzato. Quasi spettatrice degli accadimenti, rassegnata ad un destino crudele e prepotente, ma incrollabile nella sua fede. Spesso incomprensibile nella sua passività e quasi immeritevole di tanta devozione da parte dell’amato.

Franco Nero è un meraviglioso Fra Cristoforo. Uomo che non si spiega alle prepotenze ma crede nel volere divino e farà di tutto per aiutare la giovane coppia. Difensore degli ultimi tra gli ultimi fino alla fine.

Nei Promessi Sposi è uno tra i personaggi che mi ha maggiormente affascinato: prete non per vocazione giovanile, ma per scelta e devozione ad un atto d’amore e sacrificio. Bellissimo e intenso nel suo tormento di uomo, magnifico nella sua santità tanto umana.

La Monaca di Monza, a cui viene dedicata una intera puntata, è una figura chiave di tutta la produzione e dalla stessa opera. Sventurata nella sua sorte e conseguentemente scellerata nelle scelte, come la relazione con il perfidio Egidio, nonostante l’abito monacale. Vittima di calcoli meschini sia da parte della famiglia che dello stesso convento che la ospita. La sua condizione agiata la rendeva appetibile per chiedere favori, privilegi e donazioni.

Don Rodrigo viene dipinto come uno signorotto sbruffoncello e borioso ma sostanzialmente povero di ogni forma di empatia e senza anima. Vuoto e senza scopo se non quello di fare il prepotente con gli oppressi, consapevole di un potere nemmeno conquistato da lui, ma dal suo casato.

Altri grandi nomi spiccano come Dario Fo, nel ruolo dell’azzeccagarbugli e Walter Chiari nel ruolo del fido amico Tonio.

Grandioso e magistrale, come non poteva essere altrimenti, il ruolo dell’Innominato. Uomo dal carisma senza pari, ma dal tormento che strazia cuore e anima.A differenza di Don Rodrigo, egli ha pur avendo una connotazione negativa ha un potere ed una sicurezza che si è conquistato negli anni e uno stuolo di fedeli soldati a lui devoti.

Infatti nella sua conversione, sarà seguito dal fido Nibbio. Un servitore che è quasi amico, con cui spesso l’uomo si confida e di cui si fida, ragionevolmente, senza esitazione.

Una contrapposizione doverosa viene rimarcata tra il Griso, servo di Don Rodrigo e il Nibbio.

Il primo, servitore per necessità ma di indole meschina e crudele: non ci penserà due volte a denunciare ai monatti il suo padrone malato, pur di accaparrarsi il piccolo tesoro di cui il signore dispone.

Il gregario dell’Innominato è uomo rude, ma riconoscente a quella figura in cui forse egli per primo intravedere una strenua e dolorosa sofferenza. Non gli mancherà mai di esser al suo fianco. Quasi più abbraccio fraterno che un dovere servile.

E infine si innalza, permeata di santità, la figura del cardinale Federigo Borromeo. Fondamentale per la salvezza di Lucia e la conversione del signore del castellaccio. Lo stesso Manzoni ne delinea una figura quasi ultraterrena. Scelta migliore non poteva essere se non quella di Burt Lancaster.

Sullo sfondo, la Peste e i suoi morti.

Manzoni la descrive come una oscura mietitrice che falcia vite senza distinzione di ceto o età: Don Rodrigo e il cugino Attilio ne sono vittime, la stessa Lucia ne soffrirà e ucciderà anche la devota Perpetua, domestica del curato. Tante persone periranno ma sopra di tutte tocca il cuore la vicenda della piccola Cecilia.

La madre ne accompagna la piccola salma al carretto dei monatti, ordinata per rendere ultimo omaggio. Una dolce e delicata carezza di fronte ad un dolore inimmaginabile che la mente umana si rifiuta di comprendere.

«Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo»

A.Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXXIV

I Promessi Sposi non è solo un’opera, è una parte della nostra storia tanto vicina a noi. Più vicina di quanto possiamo immaginare, basti pensare ai capitoli sulla peste: a distanza di 400 anni sembrano così tanto attuali e prepotentemente ripetitivi.

Come se fossimo rimasti fermi nella becera ignoranza e in quell’abbietta caccia all’untore che uccise le coscienze ancora prima del devastante morbo.

Credo che il capolavoro di Manzoni sia un’opera di profonda speranza, nel segno dell’amore e della fede. Nonostante le prepotenze di un villano, Renzo e Lucia grazie a tanti personaggi variegati e dalle mille sfaccettature, riusciranno a coronare il loro sogno.

Non solo una storia d’amore ma un meraviglioso universo di anime, perfettamente incasellate nella trama ma straordinarie nella loro esistenza che rendono “I Promessi sposi” uno dei libri più belli che io abbia mai studiato.

Magnifico per il messaggio potente che porta avanti da secoli attraverso le esistenze di persone assolutamente semplici, anche contradditorie ma meravigliose nella loro assoluta vicinanza agli esseri umani.

Anime che vivranno per sempre nella grandezza e nella meraviglia dei loro insegnamenti.

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