Una perla perduta nel tempo ma ritrovata grazie alla memoria.

Immerso in un fitta e silenziosa boscaglia riposa il poderoso Grand Hotel Campo dei Fiori, gigante di un passato glorioso e monumento che ha resistito coraggiosamente ai tanti anni difficili che succedettero la chiusura.

Venne progettato dal grande maestro del liberty, Giuseppe Sommaruga, che diede un grandissimo contributo e lustro alla città di Varese, attraverso estro e innovazioni. Le sue idee erano assolutamente rivoluzionarie ed emblema di una personalità geniale e poliedrica: le influenze alla sua arte guardavano sicuramente al futuro, pur mantenendo un legame profondo con il mondo classico.

La vista suggestiva dell’albergo venne scelta in quanto garantiva una cornice rilassante e sicuramente d’effetto. I laghi, la vegetazione e, secondo alcune testimonianze, persino la città di Milano, erano lo scenario perfetto per rilassarsi durante una cena o una vacanza.

L’architetto venne incaricato dalla Società Anonima dei Grandi Alberghi Varesini a causa di un crescente aumento del turismo nella città giardino. Varese era servita dai mezzi in modo efficiente. A poco più di un’ora di macchina da Milano, era possibile rilassarsi e godersi la pace dei laghi e della valli varesini.

L’albergo, posizionato quasi alla sommità del monte Tre Croci, domina la scena come un gigante: scenografico nella sua posizione, magnifico nella struttura e meraviglioso per i tesori custoditi al suo interno.

Ancora oggi è visibile e fermo ad aspettare il suo futuro.

La costruzione si erge su cinque piani (nonostante in origine si erano pensati), articolato in tre parti: un corpo centrale che si estende verso la valle di Varese e due ali laterali simmetriche che formano una sorta di V rivolta a nord. Il cantiere ebbe inizio nel 1910 e terminò nel 1912, mentre la funicolare e il ristorante vennero inaugurate qualche tempo prima.

Importante ricordare come la numerologia tre ricorra prepotente in molte opere di Sommaruga. Un richiamo al numero perfetto per eccellenza.

Furono impiegate ingegnose soluzioni costruttive ed impiantistiche, come mine e cariche di dinamite atte a scavare la roccia, modificando profondamente l’aspetto paesaggistico. L’albergo risultava, infatti, circondato da un giardino.

Lo stesso poderoso ingresso, a cui si giungeva mediante la funivia, era ricavato nella roccia e decorato con capitelli. Da esso si accedeva alla sala principale dove venivano accolti gli ospiti e accompagnati nelle loro camere.

Suscitare stupore nei visitatori era uno dei mantra che contraddistinguono le grandi opere del liberty dove eleganza, raffinatezza e innovazione diventano tutt’uno.

Nelle 150 stanze potevano soggiornare per i periodi estivi con cuochi, tate e istitutrici al seguito. Gli arredi degli alloggi erano tra i più eleganti e pregiati dell’epoca, e sono tutt’ora visibili alcuni meravigliosi dettagli.

Nella suite principale, di circa 140 metri quadri, sono presenti fregi di ispirazione neoclassica eleganti e molto apprezzato dai clienti facoltosi che soggiornavano. Essa si trova al piano terra, secondo l’uso dei primi decenni del 900 dove si prediligeva la comodità rispetto ad una camera ai piani alti ma con meno agevolezza nei movimenti.

Il turismo turistico fu interrotto nel 1944, e l’albergo divenne ospedale militare. Purtroppo un pesante incendio distrusse l’ultimo piano quattro anni e la chiusura della funicolare, che permetteva un flusso turistico continuo e panoramico, diede il colpo di grazia alla struttura.

Il gran hotel chiuse i battenti durante l’anno 1968, senza venir mai riaperto.

Da questo momento inizio il periodo di abbandono e degrado della struttura.

Nel corso degli anni 80 venne acquistato dalla famiglia Castiglioni, con l’intenzione di rinnovare il complesso e salvarlo dal degrado in cui imperversava.

Non fu così. La struttura divenne base di appoggio per le antenne delle varie emittenti locali, deturpandone completamente l’architettura. Si annoverano anche furti di alcuni oggetti, alcuni dei quali ritrovati.

Nel 2014, a seguito di un’asta, venne acquistato da una società assieme al Palace di Varese, altra perla di Art Noveau della città e tutt’ora in piena e fiorente attività.

Luca Guadagnino scelse l’Hotel per le riprese del remake di Dario Argento Suspiria, interpretato da Dakota Johnson e Tilda Swanton. Occasione che portò alla ribalta la struttura ma che si rivelò arma a doppio taglio per la sua stessa salvaguardia.

Purtroppo l’incuria in cui imperversava la struttura era visibile e nota, non solo in termini strutturali ma anche la stessa proprietà non prese le dovute precauzioni che la tutela delle belle arti imporrebbe.

La troupe fece alcune importanti modifiche che alternarono alcuni ambienti.

Venne ripavimentata la hall d’ingresso e cementata l’entrata, mentre alcuni capitelli furono destrutturati con l’aggiunta di alcuni elementi in cartongesso. La vicenda si svolgeva negli anni 60 a Berlino e l’hotel aveva, ovviamente, molte tracce di liberty.

Sicuramente molti ambienti testimoniano una traccia importante di un set cinematografico, come ad esempio la sala giochi che, nel film, è la stanza dove Madre Markos rinchiude le sue giovani allieve.

Luogo inquietante, ma sicuramente l’installazione è d’effetto e rende benissimo l’idea dell’angoscia che questa produzione suscita. La storia di una congrega di streghe, nascosta sotto mentite spoglie: Madre Markos e la sua compagnia di ballo. Donne emblematiche e anche affascinanti, come Madame Blank ma alimentate da una profonda sete di sangue e distruzione.

Nel salone delle feste è stata allestita la sala delle prove di danza, ridipinta sui toni del lilla. In precedenza era di un colore giallo.

Sono però visibili i capitelli di allora, pregevoli ed imponenti. Resistenti a tutte le brutture degli anni di trascuratezza. E’ evidente l’ispirazione classica con una evidente volontà di immergere il tutto in una natura selvaggia e incontaminata.

Grazie all’opera del Fai, è ora possibile visitare la struttura mediante visite guidate dove ne viene raccontata la storia grazie ai volontari.

Sono accessibili al pubblico le stanze del piano terra, come la cucina, dove si può notare la modernità che la contraddistingueva: la presenza di un pelapatate elettrico e di una isola di cottura erano una novità e sicuramente non di uso comune a tutti gli alberghi.

Sono stati recuperati alcuni preziosi ricordi, come le posate e alcuni oggetti di uso comune. Visionabili al pubblico che può immaginare il fasto degli anni di apertura.

Nelle forchette è impresso il logo, inciso, dell’hotel.

E’ interessante ricordare un piccolo particolare riguardante gli ospiti della struttura: banchieri, dirigenti d’industria, e imprenditori tra i più ricchi e famosi d’Europa.

Nell’identificarsi, essi non indicavano, come si potrebbe dedurre, la professione, bensì la condizione sociale. Infatti accanto al nome degli alloggianti era facile trovare aggettivi come “agiato” o “benestante”. Forse emblema di una disparità sociale ancora molto presente, nonostante la belle époque proponesse un modello di progresso aperto a tutti.

Forse una delle cause del decadimento della struttura è stata la mancata risposta adeguata ai tempi che cambiavano. Un tempio del liberty, comunque patrimonio di persone ricche e facoltose, che rimane appannaggio di pochi mentre il mondo inizia a guardare oltreoceano e l’Italia a vedere il miracolo economico.

Le aziende iniziano a garantire un benessere maggiormente alla portata di tutti e le mete estere e marittime diventano una moda non solo per la popolazione benestante.

Una struttura liberty del genere divenne obsoleta e cadde in rovina. La meravigliosa scala, ideata dal Sommaruga ma poi sviluppata da Alessandro Mazzucotelli, (autore anche degli elementi di illuminazione interna) piombò nel silenzio. Sordo e quasi disperato in cui versa ancora oggi: purtroppo non è possibile, a causa di pericoli strutturali, la visita ai piani superiori.

E’ innegabile il fascino che la storia di questo albergo esercita. Mediante i racconti legati ad essa si possono immaginare le tante vite che lo hanno attraversato.

I soggiorni immersi nella pace dei tanti ospiti che vi si recavano affezionati. Pranzando e ammirando il panorama, leggendo sulla terrazza oppure passeggiando nei giardini.

Vivendo quei mesi di vacanza in un piccolo angolo di paradiso per ritemprarsi.

Un’epoca lontana dalle nostre concezioni moderne ma tanto affascinante per quella eleganza che traspare dai fregi e dalle strutture stesse: richiami alla natura, alla fiaba e ai mondi incantati.

Recentemente la comunità varesina sta facendo di tutto per rendere omaggio alla memoria di questo gigante liberty: è stato anche scritto un libro edito da Macchione, Il Gigante e la Montagna a cura dell’associazione Italia Nostra.

Un grido potente per dire no ad una fine impietosa di un bene usato e abusato, che ricorda i fasti di un tempo ma che potrebbe ritornare ad essere la meraviglia che, al momento, solo il ricordo regala.

Il nostro gigante è ancora lì, disastrato, ma tuttora in grado di mostrare tutta la sua imponenza e la sua maestosa importanza architettonica. Ricordare i suoi fasti passati è stato un piacere. Restituirgli un futuro, un dovere. 

Carlo Mazza
            Presidente Italia Nostra Varese

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