
Nec spe nec metu
motto di Isabella d’Este
(Né con speranza né con timore)
Oggi racconto di una delle donne più straordinarie del rinascimento italiano: colta, raffinata ed amante delle arti e mecenate attiva e passionale. Spesso relegata al ruolo di moglie e signora, e rilegata al vergognoso silenzio della storia troppo spesso misogina.
Isabella d’Este vide la luce il 17 Maggio 1474 a Ferrara sotto nobilissimi natali. Figlia di Eleonora d’Aragona e di Ercole I d’Este, duca di Ferrara, nonché sorella maggiore di Beatrice d’Este, altrettanto celebre duchessa di Milano, moglie di Ludovico Sforza.


La sua infanzia e la sua adolescenza furono caratterizzate da una educazione rigorosa: letteratura classica e contemporanea, l’eloquenza, la teologia, la filosofia e la musica erano le materie maggiormente impartite per volere paterno.
Come precettore ebbe l’umanista Battista Guarino che introdusse la ragazza allo studio del latino e storia romana, secondo i dettami della cultura dell’epoca. Ma non solo: si annoverano tra gli insegnanti anche Antonio Tebaldeo, o i maestri Girolamo Sextula e Johannes Martin per la musica.
In questo modo Isabella poté godere di una istruzione assolutamente privilegiata che lei sviluppò appieno dimostrando una grande intelligenza e curiosità. Non fu semplicemente un erudizione per essere una brava dama di alto rango, ma una vera e propria formazione fortemente voluta da un padre estremamente innovativo e visionario per quelli anni.
Fin da giovanissima, si racconta che sapesse a memoria i brani di Terenzio e Virgilio e suonasse molto bene il liuto per accompagnare i madrigali.
Nel 1490, poco più che sedicenne, sposa Gianfrancesco Gonzaga, duca di Mantova.
Uomo dal piglio deciso e pragmatico, meno erudito della moglie, ma sicuramente intelligente al punto di condividerne gli interessi e corroborarne le passioni.
La loro unione era stata decisa nell’ambito dello scacchiere strategico e diplomatico dell’epoca. La città lombarda si trovava in una posizione strategica e sembrava pronta ad essere inglobata dai grandi stati limitrofi.

Quello che sembrava un matrimonio combinato si trasformò in una grande occasione felice per la giovane sposa. Isabella infatti si innamorò della corte mantovana, di cui scriveva in termini entusiasti al padre ritenendola già sensibile all’umanesimo più moderno. Inoltre ella provava un sincero affetto e ammirazione per il marito Francesco, che le soleva mandare sonetti d’amore e lettere appassionate. Sicuramente un fatto più unico che raro per l’epoca.
«Io ho già preso tanto amore a questa città, che non posso fare che non piglia cura de li honori et utilitate de li citadini».
Isabella d’Este Gonzaga
Nei periodi di lontananza del marito, la duchessa si legò molto alla cognata Isabella Gonzaga, duchessa di Urbino. Durante la sua reggenza, la donna pose le basi di una delle corti più colte e raffinate del suo tempo. Affidando la propria immagine al pennello di alcuni fra gli artisti più illustri e quotati del tempo, come Leonardo da Vinci e Tiziano Vecellio.
Da quest’ultima opera si evince che la donna non fosse di una bellezza canonica per l’epoca che voleva le donne con il collo lungo e affinato, ma sicuramente ne traspare il forte carisma che la contraddistinse per tutta la sua esistenza.

La corte si trasforma in una fucina artistica senza precedenti. Da esigente e attenta committente, ma anche innovativa e intelligente mecenate, affida le decorazioni del proprio studiolo a pittori come Andrea Mantegna, Perugino e Correggio.
Gli affreschi che decorano i palazzi sono tra i più belli dell’arte rinascimentale.
Isabella ebbe una fitta corrispondenza con i più grandi artisti, intellettuali e letterati dell’epoca come Ariosto, Bembo, Baldassarre Castiglione, Teofilo Folengo, Battista Fiera, Pietro Pomponazzi e Paride Ceresara, Giovanni Pontano. Sempre in profonda connessione e vibrante interesse con le novità del suo tempo in tutti i campi: dalle le pratiche magiche alle scoperte geografiche che stavano prepotentemente prendendo piede.

Grazie alla capacità di suscitare fiducia nello Stato dei Gonzaga, Isabella riesce a conciliare gli interessi della casata di Mantova col benessere del popolo, liberando le terre dal dominio straniero e dimostrando di saper governare anche meglio di un uomo
Non solo amante delle arti. La donna si contraddistinse per una vivace intelligenza e perspicacia. Ebbe modo di tessere alleanza politiche strategiche che regalarono alla sua città un periodo di pace e prosperità. Il ducato di Mantova divenne infatti un polo politico importante e rispettato.
Isabella e Gianfrancesco ebbero 7 figli. Due di loro morirono in tenera età, Eleonora sposò Francesco Maria I della Rovere Duca di Urbino, Ippolita e Livia verranno indirizzate alla vita monacale, Ercole cardinale, Ferrante duca di Guastalla, viceré della Sicilia, viceré di Milano.
la nobildonna morì alla straordinaria età di 65 anni, nel 1539.
Venne pianta da una popolazione a lei devota e riconoscente, che ne tesse le lodi e preservò la sua memoria nei secoli.
Una donna oltre il secolo che ne ha attraversato l’esistenza.

Isabella d’Este rappresenta una delle donne più straordinarie ed emblematiche del rinascimento italiano. Forte, determinata, intelligente e colta: non rimase mai ferma nel suo ruolo di moglie del signore. Al contrario, divenne parte attiva e fondamentale di una corte che fece brillare per prosperità, cultura e bellezza.
A lei pare sia dedicato un ritratto attributo a Leonardo, da molti interpretato come una anticipazione della Gioconda. Delicato, materno e intenso.
Il soggetto è ritratto a mezzobusto con la testa di profilo, rivolta sul lato destro, e il busto torso in posizione frontale, le mani appoggiate in primo piano al centro. I lineamenti del volto sono delicatamente modellati con un chiaroscuro morbido, con i capelli sciolti, lunghi e fluenti, con un piccolo accenno di riccioli.
La donna è riccamente vestita secondo i dettami dell’epoca, con gonfie maniche a sbuffo e un corpetto rigato, decorato da nastrini cuciti, che ornano anche la scollatura.

Isabella d’Este collezionava quadri, strumenti musicali e gioielli.
Salvatore Silvano Nigro
Ma soprattutto orologi. E non sincronizzati, nei tinnuli suoni: congegni e tiptologia che l’avventura del vivere imbrogliavano dei disegni della memoria. Perché la marchesana di Mantova, moglie di Francesco Gonzaga, sapeva che la direzione della vita non è nell’orologio e neppure nel calendario.
Nello sconquassato orologio della storia non esiste un’ora esatta.
