
All’interno del comune di Brescello vi è una piccola perla dedicata alle attività del territorio, che ha visto la luce a giugno 2009 all’interno dell’ex Casa della Musica: il museo “Brescello e Guareschi, il cinema e il territorio” .
Esso fa parte dei tre musei che caratterizzano la città, studiati per permettere una visione e una conoscenza completa del territorio ai tanti visitatori che qui si recano.

La struttura potrebbe essere considerata il cuore della tradizione brescellese e quindi del film. Attraverso la ricostruzione della vita e delle attività locali, si può comprendere la successiva ondata di fama che ne scaturì a seguito dell’inizio delle riprese. Effettuando la visita, di cui è caldamente consigliata la visione mediante guida, si può davvero comprendere il macrocosmo della vita paesana, spesso sconosciuta a molti di noi.

Al suo interno sono custoditi alcuni oggetti legati al lavoro artigianale locale, ricostruiti grazie al prezioso supporto della Fondazione Don Camillo e Peppone. Va infatti ricordato che Brescello fondava la sua economia su figure il cui lavoro manuale era fondamentale e certosino.
Al piano terra è possibile visionare mostre temporanee che vengono proposte periodicamente, ma anche alcuni cimeli legati al film come le locandine e il fazzoletto che Gino Cervi indossò durante le riprese. Emblematici di come la risonanza dell’evento fosse stata sentita e ricordata negli anni.

Un modo per apprezzare ancora di più i personaggi ma soprattutto toccare con mano gli oggetti legati al film. Le stesse locandine sono una preziosa testimonianza del fenomeno legato alla figura di “Don Camillo”. Entrato a pieno titolo nel cuore e nella tradizione popolare, che vedeva nella chiesa e nelle correnti politiche di estrema sinistra una sana e rispettosa avversione. Se ci pensiamo, una tradizione che sopravvive tutt’oggi in forma molto diversa e forse meno veemente.


Oltre all’esibizione temporanea, al piano terra è possibile anche apprezzare un piccolo laboratorio calzaturiero, riprodotto fedelmente secondo l’uso dell’epoca e con strumenti originali perfettamente conservati. Il tutto possibile grazie anche alle donazioni dei privati che hanno permesso di far rivivere le tradizioni e gli oggetti appartenuti ai loro cari. Regalando ad oggetto del passato una nuova vita e rendendoli mezzo per la conoscenza delle generazioni future.

Al primo piano troviamo due stanze interessanti e sorprendenti. Apparentemente antitetiche l’una dall’altra ma intimamente legate dal senso dell’istituzione stessa del museo. Voler far conoscere un territorio oltre la produzione cinematografica, che ne è diventata correlazione.
La stanza del liutaio
Dedicata al noto liutaio brescellese Raffaele Vaccari, noto in tutto il mondo per la sua produzione di violini Stradivari. Sono visibili gli strumenti da lavoro che testimoniano il lavoro assolutamente straordinario e totalmente artigianale. Una officina di meraviglia musicale.

Ricostruzione di un set cinematografico dei film di Don Camillo e Peppone.
Vediamo alcune macchine utilizzate, una scrivania e la mitica macchina da scrivere. Grazie ad essa venivano redatti copioni e modifiche alla scenografia. Sulle pareti alcune foto della produzione. Memoria indelebile di un lavoro purtroppo rimasto incompiuto.


In questa sala è possibile anche vedere infatti alcuni fotogrammi del film incompiuto “Don Camillo e giovani d’oggi” dove è presente anche un giovanissimo Giancarlo Giannini nei panni del figlio di Peppone e la nipote di Don Camillo. Questi ultimi due personaggi si sarebbero dovuti sposare alla fine del film in modo da suggellare il grande legame tra i due protagonisti attraverso l’unione dei loro affetti più cari.
L’unione che non ebbe mai l’epilogo felice e naturale.

Fernandel, già provato dal cancro, ebbe un piccolo incidente sul set e le riprese furono interrotte a causa dell’aggravarsi della sua malattia (di cui tutto il cast era all’oscuro). Morì a Parigi, secondo suo preciso volere.
Gino Cervi non volle continuare la sua interpretazione senza quello che oramai considerava un caro amico e compagno di avventura. Nonostante i primi attriti iniziali a causa delle scelte registiche di Julien du Vivier che impose Fernandel come Don Camillo e non Gino Cervi, i due trovano una profonda sintonia che divenne vera e propria stima reciproca.
Al secondo ed ultimo piano si può visionare infine una zattera, in ricordo dell’alluvione che colpì la cittadina. Solitamente queste imbarcazioni erano spesso utilizzate per navigare sul PO, creando un veloce mezzo di trasporto da una riva all’altra.

All’interno di un palazzo storico di Brescello è possibile respirare la storia e le vicende di quella che, prima della fama, era una cittadina dell’entroterra emiliano con i suoi ritmi e le sue tradizioni.
Legata al suo fiume e all’agricoltura, caratterizzata da una vita semplice ma ricca di tante sfaccettature.
Erroneamente relegata al semplice termine “contadino” che, in realtà, era universo di anime, regole ed equilibri propri. Ora rimasta ferma nel tempo, ma viva nel ricordo della storia che le passò accanto e che si insinuò nei cuori e nelle menti dei brescellesi.
Vita vera che divenne uno dei film più conosciuti in Italia e nel mondo.

Peppone : In qualità di sindaco non posso che approvare le vostre decisioni, ma siccome in questo paese non è il sindaco che comanda, ma i comunisti, in qualità di capo dei comunisti vi dirò che me ne infischio del vostro parere. La signora Cristina andrà al Cimitero con la bandiera che ha voluto; perché francamente rispetto più lei morta che voi tutti vivi. E se qualcuno ha qualcosa da obiettare, lo faccio volare dalla finestra! Il signor curato ha qualcosa da dire?
Don Camillo: Cedo alla violenza…

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