
La mia terra è sui fiumi,
stretta al mare,
non altro luogo ha voce così lenta
dove i miei piedi vagano
per giunti pesanti di lumache.
Le morte chitarre
Salvatore Quasimodo è stato uno fra i più grandi poeti siciliani. La vita e la sua poetica erano permeati di quella quintessenza di meraviglia che accompagna l’anima stessa della Trinacria.
Egli era profondamente legato al comune di Roccalumera in cui fu portato, ad appena 5 giorni. Tutto in questo angolo di Sicilia racconta questa grandissima e straordinaria figura.

Certo, ricordo,
fu da quel grigio scalo di treni lenti che
portavano mandorle e arance, alla foce dell’Imera
Lettera alla Madre
Nei locali dell’antica stazione ferroviaria della cittadina, riqualificati e sapientemente strutturati, vede la luce lo straordinario il Museo Quasimodiano: perfetto ed encomiabile esempio di recupero delle strutture in disuso.
Grazie allo straordinario contributo dei volontari e alla preziosa collaborazione e generosità di Alessandro Quasimodo, figlio del poeta, tre sale sono divenute tesoro di ricordi, cimeli e rievocazioni legate ad una delle figure più incredibili del novecento.
All’ingresso, all’interno della prima sala è possibile visionare alcuni oggetti di famiglia, scritti giovanili e varie documentazioni. Foto dei genitori, contratti di lavoro e persino lo specchio appartenuto alla nonna che racconta quanto la donna fosse superstiziosa: aneddoto prezioso della vita quotidiana.


















Ho dimenticato il mare, la grave
lamento per il sud
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru,
nell’aria dei verdi altipiani…
Ma l’uomo grida dovunque la sorte di una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Nella seconda stanza, precedentemente adibita a sala macchine, in un meraviglioso connubio tra recupero industriale e archivistica letteraria, sono custoditi alcuni strumenti legati alla vita ferroviaria e lettere di amici ed ammiratori. Nonché la preziosa macchina da scrivere con cui Salvatore Quasimodo soleva recarsi in spiaggia a comporre le sue poesie.
Curioso pensare come possa sembrare disagevole maneggiare un oggetto pesante e portarlo come noi oggi facciamo con i pc. Eppure in queste stanze sembra di sentire quel ticchettio musicale che genererà opere immortali.




















Ma se torno a tue rive
Oboe sommerso 1932
e dolce voce al canto
chiama da strada timorosa
non so se infanzia o amore,
ansia d’altri cieli mi volge,
e mi nascondo nelle perdute cose
In quella che fu la sala d’attesa, ecco la meraviglia: in essa è stato ricreato lo studio del premio Nobel. Con i mobili appartenuti ad egli stesso, ci pare di immaginarlo seduto sulla scrivania. Grazie anche ad alcuni supporti video è possibile assistere ad un filmato eccezionale: quello della consegna dell’ambito premio direttamente dal re svedese.
Il poeta si recò a Stoccolma ben dieci giorni prima della cerimonia per prepararsi al meglio e in maniera profondamente adeguata.





Commovente il ricordo attraverso la visione di quello che fu evento epocale e straordinario per il nostro paese e la foto dell’abbraccio con il padre, con cui Salvatore Quasimodo ebbe un rapporto complesso ma al quale fu sempre profondamente legato, esattamente come la sua amata e venerata terra.
Va ricordato che il premio fu conferito per gli stupendi componimenti realizzati durante il conflitto mondiale: parole che si possono vedere con gli occhi di chi sa attraversare i muri che spesso l’indifferenza erge a fortino.





Invano cerchi tra la polvere,
MILANO, AGOSTO 1943
povera mano, la città è morta.
E’ morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. L’usignolo
È caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
Il percorso museale si snoda lungo un delizioso giardino ornato dalle piante care al poeta e spesso ricordate nei suoi scritti per arrivare ad un carro merci sapientemente recuperato.
Al suo interno, alcuni oggetti a lui particolarmente cari come la macchina fotografica e le calamite provenienti dai posti visitati. Inoltre sono presenti molti articoli di giornale che ricordano la polemica scaturita a seguito della consegna del premio Nobel da parte del suo ex amico Eugenio Montale che si arrabbiò molto per la mancata assegnazione.
Il destino volle che anche quest’ultimo ebbe, successivamente, l’ambito riconoscimento: nel 1975, ulteriore prova di come l’Italia sia stata fucina di un patrimonio culturale tra più incredibili al mondo.
















Sei ancora quello della pietra e della fionda,
Uomo del mio tempo, Giorno dopo giorno (1947)
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Ultima tappa, ma non per importanza, la visita alla torre saracena che fu oggetto di un componimento del poeta in onore del fratello morto in giovane età. Al suo interno si trovano una mostra permanente d’arte del poeta ed è spesso sede di esposizioni artistiche.

VICINO A UNA TORRE SARACENA PER IL FRATELLO MORTO
Io stavo ad una chiara
conchiglia del mio mare
e nel suono lontano udivo cuori
crescere con me, battere
uguale età. Di dèi o di bestie, timidi
o diavoli: favole avverse della
mente. Forse le attente
morse delle tagliole
cupe per volpi lupi
iene, sotto la luna a vela lacera,
scattarono per noi,
cuori di viole delicate, cuori
di fiori irti. O non dovevano crescere
e scendere dal suono: il tuono tetro
su dall’arcobaleno d’aria e pietra,
all’orecchio del mare rombava una
infanzia errata, eredità di sogni
a rovescio, alla terra di misure
astratte, ove ogni cosa
è più forte dell’uomo.


Un ciclo museale a cielo aperto che non vuole solo essere una semplice esposizione di oggetti o documenti appartenuti all’artista. Esso vuole essere l’ingresso in un mondo meraviglioso: quello della poesia. La magia che permette agli uomini di vedere con gli occhi dell’anima e scrivere con il cuore, anche le cose più crude e difficili per arrivare dritto alle coscienze e scuoterle fino alla ribellione da ogni forma di bruttura.
Salvatore Quasimodo fu uno dei poeti più rivoluzionari della sua epoca. Mai semplice spettatore ma osservatore attento e coscienzioso: quasi come se nella sua poesia volesse trovare l’arma per combattere tutto il male che si era costretti a subire.
Denuncia di un mondo malato, speranza di una bellezza futura attraverso la forza della poesia.

