…ma il lago di Varese?

Vivo e lavoro a Varese e, troppo tempo, sento le persone sminuire il lago e la suggestione che crea con i suoi tantissimi scorci, oltre a quel impareggiabile senso di pace che molto spesso è stato il mio conforto. Ho passato tantissimi momenti di fronte l’orizzonte cullata dalla danza armoniosa dell’acqua: è il mondo che mi ha cresciuta e in cui amo tornare e raccogliermi in silenzio.

Ecco perché ho deciso di raccontare il mio lago: quello di Varese. Mi sono veramente stufata delle tante critiche e degli sbeffeggi. Ricordatevi che il lago non è semplicemente una banale “pozza d’acqua”!

Un aneddoto interessante legato alla sua storia sta nel fatto che esso fu ribattezzato lago di Varese solo negli anni venti, dopo che la città divenne capoluogo di provincia. Prima di allora era chiamato Lago di Gavirate.

Questa piccola perla è il 10° lago per estensione e presenta una singolare forma a scarpa.

La cornice naturale è molto particolare, in quanto si trova ai piedi delle Prealpi Varesine, a circa 238 metri sopra il livello del mare.

La sua conformazione presenta una caratteristica quasi sibillina. Varese sarà infatti un fulcro molto importante del settore calzaturiero nazionale. Assieme ai laghi Maggiore, di Comabbio, di Lugano, di Ganna, di Ghirla e di Monate fa parte della nota rete lagunare dei Sette Laghi della provincia di Varese.

Le origini sono antichissime e risalgono a circa 15000 anni fa, quasi contemporaneamente al lago Maggiore, a seguito del ritiro di un ghiacciaio del Verbano. Con molta probabilità, l’estensione era molto più ampia di quella attuale.

Nel lago, in prossimità di Biandronno, è anche presente una piccola isola nota ai varesini come Isolino Virginia. Anch’essa non si è sempre chiamata così. Prima Isola di San Biagio (figura sacra molto cara nella zona), poi Isola di Donna Camilla Litta e per finire, durante l’anno 1878, assunse il nome attuale.

Fu Andrea Ponti, noto industriale, a dedicare l’isola alla moglie, Virginia.

Nel 2011 il lago di Varese e quello di Monate furono dichiarati patrimonio dell’Unesco, e negli anni sessanta vennero ritrovati i resti di un villaggio di palafitte.

Infatti la zona è stata definita come “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino” più importanti del mondo. I reperti sono tuttora conservati presso il Museo civico archeologico di Villa Mirabello a Varese.

Lungo le sponde, è attiva un pista ciclabile che si snoda lungo tutto il lago e la cui estensione è di circa 30 km. Permettendo in questo modo una visione privilegiata di tutto il panorama che il lago offre.

Gianni Rodari, scrittore di origine varesina e da sempre legato al territorio, ha raccontato una leggenda affascinante legata alla nascita del lago.

Lascio ad uno degli scrittori più amati, l’ultima parola e il fascino che le acque di questa piccola grande parte di provincia esercitano.

Scrosci d’acqua dolci, paesaggi che sembrano dipinti e quel dolce silenzio che sa di abbraccio infinito al cuore.

La mia casa, le mie radici.

Ogni lago ha la sua leggenda: una leggenda che ricorda le sue origini con precisione fantastica, e si tramanda di padre in figlio finché vien fissata sulla carta e stampata, nera sul bianco, da qualche raccoglitore.
Quanto al nostro lago, questo nostro magnifico lago di Varese, bianco sul nero se lo vedete nelle notti di luna, che si lascia comprendere d’un sol colpo d’occhio, non ha, ch’io mi sappia, una leggenda che ne racconti la nascita: nessuno dei buoni antichi ha trovato nipotini tanto poco amanti del sonno da dover inventare, per addormentarli, che gli Angeli riempirono con secchi d’oro tutta una valle, gli Angeli fecero spuntare l’isolotto, buon cane da guardia, e gli Angeli fecero questo, fecero quello.
Che lago prosastico, direte voi. Adagio: c’è un compenso.
Non avete mai visto, scendendo o salendo la strada così detta del Sasso, tra Comerio e Gavirate, a mano destra, una Chiesuola con un piccolo portico ed un campaniletto muto?
No: voi non vi siete mai fermati. Se avete la macchina rombante, non vi siete accorti di nulla: se eravate pellegrini francescani, non vi siete fermati a guardare, attraverso una finestrella, nella penombra di questa chiesa dedicata alla Santissima Trinità.
E nemmeno vi siete seduti sul muricciolo del portico a guardare quel po’ di lago che trema lontanamente. Questa chiesa ha una leggenda.
A me l’ha raccontata una vecchina di quelle che si incontrano nelle favole o negli angoli ignoti dei paesi.
Dunque ai tempi dei tempi (quando, e chi lo sa!) avvenne ad un cavaliere che si trovasse a percorrere in pieno inverno questi paesi. La neve era tanta che pareva che tutti i mulini del cielo avessero rovesciato la loro farina, su questa piana terra di Lombardia.
Si trova dunque d’un tratto il cavaliere davanti ad una distesa di neve dove non un arbusto, uno stecco ed un albero ischeletrito, drizzava le braccia al cielo. Una prateria che si allargava improvvisamente, come un miracolo. In fondo, lontano, poche casupole indicavano l’esistenza d’un villaggio. Il cavaliere affronta decisamente la pianura: sprona il cavallo, e sollevando turbini di neve vola a galoppo sfrenato. Gli sferza in volto un’aria più fredda: quasi direbbe gelida. In poco più di mezz’ora ha percorso tutto il prato di così insolite dimensioni. Eccolo ora davanti alle casupole in rovina del villaggio. Chiama, passando, perché qualcuno gli risponda. Chiama, chiama e nessuno risponde. Scalpita il cavallo ed egli batte ad una porta.
“Buona gente!”. S’apre finalmente la porticina cigolando sui cardini, ed emerge dall’ombra nera una vecchina piccina piccina (forse una delle nonne più lontane di quella che mi raccontò la storia).
“Buon dì, cavaliere di Dio!”.
Egli l’interpella in modo deciso: “Dite: chi è il padrone di quel prato senz’alberi né stecchi che vedete laggiù? L’ho attraversato or ora e mi punge voglia di comprarmelo!”. “Signore Iddio!” esclama la vecchia crocesegnandosi: “Passaste là sopra?”. “Diamine, sì. Ma che avete che vi segnate su tutte le parti del corpo? Ho forse l’aria di un pagano?”. La vecchina, commossa, accenna a rispondere: “Signor mio, no. Voi non siete un pagano: ché altrimenti il Signore non vi avrebbe fatto sì leggero da passare sul lago senza che il ghiaccio si rompesse sotto gli zoccoli del cavallo!”. Ora è la volta del cavaliere ad essere stupito: ché molte avventure gli son capitate, ma giammai passò sui ghiacci di un lago scambiandoli per prati distesi sotto il cielo.
Si fa gente e tutti lo guardano con meraviglia: il Cavaliere del miracolo egli è ormai per essi. Da le casupole le donne lo mostrano ai fantolini: il Cavaliere che passò sul lago.
Quando infine egli si riebbe dalla sorpresa, trasse una borsa d’oro e parlò ai contadini: “Buoni terrieri, uditemi. Io voglio che in ringraziamento al Signore Nostro Uno e Trino, voi costruiate una Chiesa e vi facciate orazione”.
E come quelli annuirono, egli li ringraziò, diede loro il denaro e se ne partì, né fu più visto.
Cominciarono essi a costruire la Chiesa della Santissima Trinità, secondo che dicono le storie. Poi cambiarono i tempi, Gavirate divenne un borgo popoloso ed industre, la Chiesa ebbe bisogno di essere rimessa a punto, forse non è più come a quei tempi.
Ma il lago è sempre quello: a volte gela, a volte ride.
E’ sempre il lago che noi amiamo, quello che alcuni vecchi dicono sia un avanzo delle acque del diluvio, che lasciarono sepolto un paese per volontà del Signore Uno e Trino.
In verità un paese ci fu, dove ora le acque ondeggiano contro le mollirive.
Come rimase sepolto e quando?
Sedete sul muricciolo della Chiesa di cui vi ho raccontato la storia: guardate quel tratto di lago che trema al vostro sguardo e forse vi parrà di vedere tra le onde le risate dei ragazzi che furono sepolti un giorno, ma molto lontano, con le loro vecchie case di legno.

Gianni Rodari – 21 agosto 1936

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