
“la signora… è una monaca; ma non è una monaca come l’altre“.
Il “barocciaio” , promessi sposi
Oggi racconto di una delle donne più enigmatiche della tradizione lombarda e la cui storia è stata raccontata, magistralmente, da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi.
Al secolo Marianna de Leyva, figlia del conte conte di Monza Martino de Leyva y de la Cueva-Cabrera, ricchissimo possidente, uomo di fiducia della corona spagnola e personalità influente in tutto il regno, fu una donna costretta alla monacazione fin dalla tenera età.

Va purtroppo premesso che era costume dell’epoca, onde evitare lotte familiari intestine per dispersioni di patrimoni e doti, indirizzare alla vita religiosa i figli non primogeniti delle famiglie nobili.
A soli tredici anni fu introdotta, come novizia benedettina, presso il monastero di Santa Margherita a Monza di cui oggi sono visibili chiesa ed ingresso e a sedici anni prese i voti come Suor Virginia Maria, in onore della madre morta quando la ragazza aveva appena un anno di vita


All’interno dell’edificio il suo potere crebbe notevolmente al punto che la donna poteva disporre di ben 4 dame di compagnia, di una conversa per i lavori più umili e persino di un sontuoso appartamento privato. In questo piccolo angolo, il volere paterno aveva fatto sì che fosse sontuoso e lussuoso al pari del lignaggio della sua prole.


Le cronache la ricordano abbandonata dal padre, che nel frattempo si era trasferito a Valencia, e caratterizzata da comportamenti dispotici e arroganti, soprattutto verso chi la redarguiva riguardo i comportamenti poco consoni al suo status di religiosa. Capace però di piccoli gesti di gratitudine e spesso difensore delle donne che volevano sottrarsi alla vita monastica, quasi foraggiando quella ribellione che lei non era riuscita a portare a termine.
Nella sua grandiosa opera, Manzoni la descrive con la tonaca attillata e i capelli lunghi.
Tuttavia, la sua storia divenne nota anche per la relazione con uno sciagurato conte di Monza, tale Gian Paolo Osio da cui nacquero due figli. Delle creature, sopravvisse solo la figlia femmina, Alma Francesca Margherita, che la madre ebbe modo di crescere per una piccola parte della sua vita, nonostante fosse affidata alle cure della madre del suo amante.
“Ritrovandomi a caso nella camera di sor Candida Brancolina vicino alla mia quale aveva una finestra che rispondeva in detto giardino vedendomi lui a quella finestra mi salutò, et dopo essendo io andata un’altra volta a quella finestra, tornò a salutarmi et mi accennò di volermi mandare una lettera”
Dalla dichiarazione processuale rilasciata da suor Virginia)
La tresca nacque perché il nobiluomo aveva l’abitazione attigua al convento e ciò permetteva agevoli spostamenti e incontri fugaci. Iniziata dapprima con garbati e timidi saluti di un gentiluomo ad una ragazzina che ben poco sapeva del mondo, diventarono ciò che solo la disperazione poteva prevedere.
In questa torbida e malata situazione, la donna cercava rifugio ad un ergastolo senza colpa e in cui si sentiva disperatamente intrappolata.

Per il monastero la situazione di suor Virginia rappresentava un po’ il segreto di Pulcinella, e, nonostante fosse una sorta di scandalo alla luce del sole, essa era segretamente accettata in quanto il potere della famiglia De Leyla era immenso.
Basti pensare che quello che ora è sede del comune di Milano, ossia Palazzo Marino, un tempo era la dimora di questa casata. Pertanto, nessuno avrebbe mai messo in giro nulla contro quella che era, a tutti gli effetti, la padrona del convento.
La generosità del padre di Marianna verso le monache era poi la ciliegia sulla torta di tutta l’ipocrisia e della disperazione che alleggiava sopra il fenomeno della monacazione forzata.
Una piaga sociale di cui hanno raccontato Manzoni e Verga, con la sua straordinaria opera Storia di una capinera.
Bambine e bambini che, fin dal grembo, erano destinati ad una vita che non avevano scelto ed educati ad assecondare il volere genitoriale. Persino i giocattoli erano adeguatamente e perfidamente studiati: bamboline di monache e monaci era i ninnoli prediletti.
Alla rocca di Angera è possibile visitare il museo delle bambole e vedere questo orrore violento perpetrato contro esseri innocenti, usati come pedine umane.

“è una delle più giovani: ma è della costola d’Adamo; e i suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano; e per questo la chiamano la signora, per dire ch’è una gran signora; e tutto il paese la chiama con quel nome“.
promessi sposi
Forse tutto sarebbe stato dimenticato dal tempo, ma la crudeltà del conte Osio lo portò compiere diversi delitti, tra cui quello di alcune religiose vicine all’amante divenute scomode testimoni della relazione. Una di queste, Ottavia Ricci, ebbe la fortuna di salvarsi, denunciando tutto alle autorità.
L’uomo, anche se fuggì nottetempo, venne condannato in contumacia e poi ucciso da un suo ex amico, mentre per Marianna arrivò una sentenza atroce.
Venne murata viva per quasi 15 anni una piccola celletta con una feritoia destinata al cibo e fu successivamente liberata per intercessione di Federigo Borromeo, il 25 settembre 1622.
Dopo questo episodio si ritirò nel nella casa delle Convertite di Santa Valeria nei pressi della chiesa di Sant’Ambrogio, a Milano. Qui visse in penitenza i successivi ventotto anni della sua vita, fino alla morte nel 1650.

E la sventurata rispose….
i promessi sposi
Tantissimo è stato raccontato, giustamente, grazie ai racconti di Manzoni e Verga, ma credo che non si sia mai adeguatamente affrontato ed analizzato il fenomeno sociale di cui questa tragedia è il simbolo. Le zone della Brianza, del milanese, e dello stesso varesotto, sono ricche di monasteri meravigliosi e pieni di religiose.
Spesso, dietro il fasto di un monastero si celavano donazioni di potentissime famiglie che lì rinchiudevano figli e figlie per non dover dilapidare i patrimoni tra fratelli.
Rinchiusi, letteralmente, in una prigione: la clausura, secoli fa, era una condizione di totale isolamento dal mondo per immergersi nella preghiera totalizzante.
Quanto ha influito questa piaga sulle vocazioni degli anni passati?
Quanto si cela di verità dietro i conventi costruiti da alcune delle figure più in vista della nobiltà: si è trattato di atti volontari o sempre disegni perversi dell’ipocrisia di tanti signori, passati alla storia come atti volontari?
In fondo, la costruzione di un convento, magari su un podere già di proprietà, non era una spesa difficile da affrontare per chi aveva disponibilità economiche pressoché illimitate. Era persino un vantaggio, in quanto poteva diventare un centro autonomo di piccola agricoltura ed allevamento e, non ultimo per importanza, anche un luogo di riparo dalle tante scorribande che distruggevano campi e falciavano intere famiglie.
Un monastero era un luogo consacrato ed inviolabile.
Questione assai più difficile era organizzare matrimoni, che spesso erano vere e proprie alleanze, o affrontare la spartizione di un beni, possedimenti, gioielli ed opere d’arte.
Quante esistenze sono vissute all’ombra di croci nella disperazione e nello sconforto, odiando e maledicendo quella condizione? Chissà se avremo mai altre testimonianze.
Di Marianna, passata alla ribalta per i fatti sanguinosi, ce ne sono state tante ma non si ha memoria. O meglio, non si è voluta tenere memoria.
Perché erano ragazzi e ragazze da mettere a tacere, uccidendoli dietro ad un grata.
La tragedia del silenzio che forse nessuno scoprirà mai in fondo, squarciando quel pesante velo di omertà oppressori per secoli.

“Quelle che vivono in Monastero come in un deposito son in numero tale che se fossero libere sarebbe sovvertito l’ordine di tutta la città.”
Magistrato veneziano addetto ai conventi

