La tragedia sotto i nostri occhi

Il Mare separa, il mare unisce, il mare significa viaggio dal noto all’ignoto, dalla certezza della disperazione all’incertezza del sogno, dalla concretezza del presente all’inafferrabilità del futuro.

Caterina de Bonis

Uno spettacolo teatrale che vuole lanciare un messaggio prepotente e profondo, come il mare in cui si svolge la narrazione. La scena si sviluppa tramite il dialogo tra una statua, Kallistos, e alcuni personaggi che hanno perso la vita nelle coste della Sicilia.

La prima a prendere la parola è una ragazza, Aisha, che racconta del suo paese e della sua vita. Destinata per volere paterno ad un matrimonio combinato e fuggita per un domani migliore. Ora giace, in mezzo ad altri corpi, in un cimitero marino.

Lei che sognava di cullare serena i suo bambino ora è cullata dalle onde del mare, il luogo del suo eterno riposo.

La Morte è una questione di chi resta.

kallistos

Nel secondo atto, è la volta di Tarik, un giovane ragazzo afghano con la voglia di conquistare mondo e sogni fino ai suoi confini. La scelta di abbandonare la sua terra per un destino incerto.

Vai, hai diritto al tuo futuro, il nostro ormai è un paese di morte.
Nostra madre guiderà il tuo cammino, non avere paura.

Arriva poi uno scafista, Rami, uomo dal piglio deciso e senza scrupoli ma che nasconde una voglia di riscatto fortissima. Una ribellione da una realtà segnata da fame, dolore e disperazione. Kallistos, testimone eterno del mare e delle sue vicende assiste sgomento alla tragedia dinnanzi ai suoi occhi. Aedo moderno di una guerra senza fine e in cui si fanno prima a contare i sopravvissuti che i morti.

La colpa degli altri non assolve la nostra.
Non basta provar rimorsi per sentirsi innocenti.

kallistos

Arriva poi il turno del sognante Ahmadou che abbandona moglie e figli per un sogno d’amore con una donna conosciuta per caso.

Morendo nel ricordo di quel sentimento prezioso, evasione dall’orrore.

Pazzi incoscienti vero?
Anime unite dalle stesse ferite.
Esistenze sospese tra il deserto e il mare, divise tra il laggiù e l’altrove, senza più un qui.
Storie di chi non ha più storia.
Corpi lasciati senza pianto, senza sepolcro.

Come troppe volte accade, la demagogia è sempre dietro l’angolo quando si parla di immigrazione a braccetto con l’ipocrisia.

E’ eterna la lotta italica tra chi decide di accogliere e chi di ributtare a mare (personaggi che si accompagnano a santini di Gesù bambino e famiglia) senza che però nessuno pensi davvero alla cosa più importante. Non si parla di oggetti, che comunque non sarebbero da buttare a mare, ma di persone.

ESSERI UMANI.

Possiamo disquisire secoli su come sia meglio gestire l’emergenza in cui versa l’Italia, ma sentire commenti beceri come “evvai, fuori uno” ad ogni barcone affondato no: oltrepassa ogni opinione.

E come la storia umana insegna, mentre noi discutiamo animatamente i politicanti europei, di ogni fazione e orientamento politico, programmano strategie becere.

La vera colpa non è di chi arriva ma di non aiuta a costruire una nuova opportunità per rimanere. Perché, credetemi, molte di queste persone avrebbero voluto rimanere volentieri nel loro paese.

Ma si sa: le materie prime dei paesi più poveri fanno gola a molti governi.

Anche quelli che fanno della libertà la loro bandiera e il loro vanto.

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