
Baggio è un’icona per chi ha vissuto il calcio degli anni 90 e assistito a quei mondiali USA del 1994 dove fummo ad un passo dalla vittoria. Lui, il calciatore che mai avrebbe voluto diventare un divo, divenne una star ancora prima dei social.
Basta vedere qualsiasi foto di una classe in quelli anni: praticamente tutti, o quasi, avevano l’immancabile codino. Il suo era un calcio pulito, riflessivo e pacato poco incline alla telecamera e riservato. Innamorato del suo primo amore e dei figli, porto sicuro in tante difficoltà.
Ho letto commenti discordanti su questo prodotto Netflix, ma posso dire che l’ho apprezzato. Non un film dai contenuti aulici, ma piacevole ed estremamente scorrevole.

L’inizio è quello comune a molti giocatori. I campi sportivi della città natale di Vicenza, dove il giovane Roberto viene notato per la giocata e il grande carisma e viene acquistato dalla fiorentina nel 1985. Il prezzo è di quelli da capogiro: 2 miliardi. Una cifra che richiedeva una dose di responsabilità non indifferente per un ragazzo di poco più di vent’anni.
La sua è una famiglia numerosa di 8 fratelli ed un padre che non concede il benché minimo segno di approvazione per le scelte del figlio. Spesso si mostra critico e guardingo, anche se traspare evidente un profondo e sconfinato amore.
Gli esordi nella squadra viola non sono semplici e un brutto infortunio ne rischia di precludere lo sviluppo ma ecco che, come nelle belle favole, arriva l’avvicinamento al buddismo all’epoca considerato come una pratica strana e sospetta. Roberto ne farà la sua fede e il suo cardine per tutta la vita, ancora di salvataggio da un mondo che regala e fagocita al tempo stesso.
E poi, il sogno che si avvera, i mondiali del 1994.

In un clima dove la prestazione e l’ansia sono degne compagne l’una dell’altra Baggio si trova a scontrarsi con una personalità forte come Arrigo Sacchi con cui avrà non pochi scontri. Fino a quella, amara, conclusione che tutti conosciamo. Il rigore mancato e quel senso di colpa che attanaglia il cuore di un sognatore.
Ma questo non fermerà la voglia di riscatto del giovane calciatore, antidivo per eccellenza e straordinariamente semplice nella sua umiltà. Legatissimo ai suoi affetti e alla famiglia.
Un film piacevole, elogio della resilienza e di un campione a cui vogliamo tutti molti bene.
Emblema di quel calcio pulito, nato sui campi di piccole città e cresciuto per essere un campione dello sport e non un influencer simulacro ossessivo di sponsor.
Baggio è il calcio che ci manca tanto, troppo.

