Smetto quando voglio

Lo trovo un film realistico e molto triste.
Non tanto per la trama e gli attori,  per me veramente straordinari, ma per il contenuto.
Una realtà fin troppo vicina a chi conosce il mondo universitario.
Precariato a vita, contratti da fame, pubblicazioni malpagate e tanta, ma tanta, frustrazione. E i baroni universitari ancorati alla loro poltrona, lontano da qualsiasi idea di innovazione.

Quella frustrazione che ti mette davanti ad una scelta: o la passione o la sopravvivenza.
Perché se hai famiglia, devi campare.
E assieme ai sogni, accantoni anche la speranza.
Sembra quasi un paradosso, alla luce di questo, vedere Pietro Sermonti interpretare un precario: pochi lo sanno, ma è figlio di uno dei massimi dantisti italiani.

Un mentore o un mito, a seconda dei casi, per la mia generazione.
Una banda sgangherata che si improvvisa pushers di una nuova droga pur di campare.
E vive, per piccoli attimi, la felicità e la serenità.
Purtroppo,  a caro prezzo.
Ma, forse il vero intento di questo bel film era quello di regalarci uno spaccato agrodolce della realtà accademica italiana.
Dove la parola “talento” non è così facile a mostrarsi.

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