
Lo ammetto: la curiosità, l’attesa e la pubblicità mi spinto a vedere questo prodotto Disney Plus. Nulla a che vedere con i prodotti true crime della piattaforma concorrente.
Qua siamo davvero lontano anni luce, sia in termini di recitazione che per lo sviluppo stesso della trama. Adoro il true crime e alcune serie come Monster, Dahmer o American Crime Story sono magnifiche. Ricostruiscono la verità, approfondiscono intimamente i protagonisti delle vicende e, contrariamente a quanto la gente può pensare, rende giustizia alle vicende raccontate.
Divisa in quattro episodi, narra la vicenda di Avetrana con gli occhi dei suoi protagonisti. Sarah, Sabrina, Zio Michele e Cosima.

La vittima viene dipinta come un’adolescente che si porta dietro un perenne senso di angoscia e solitudine e su cui aleggia, prepotente, una sorta di oscuro presagio. Sembra, fin dall’inizio, predestinata ad una morte precoce. Aspetto quasi fanciullesco e atteggiamento infantile, al soldo di una cugina ossessionata da un rapporto ambiguo e malato. Segnata da una famiglia che non esiste (con alcuni tratti disfunzionali) e da un fratello amato ma lontano per motivi di lavoro.
Una famiglia assente e una madre ossessionata dalla religione.
Personaggio dai tratti neutri e dallo sguardo assente. Poche e banali battute, occhi vuoti e disperati, al contrario di come dovrebbe essere una qualsiasi adolescente della sua età.


Sabrina è la sorellastra cattiva della storia. Mal sopporta la cugina e vive la sua vita in funzione di un ragazzotto di provincia, nemmeno troppo brillante e affascinante. Tale Ivano Russo, il quale consapevole del proprio ascendente sulla ragazza, la tratta secondo suo piacimento. Un oggetto senza sentimento.
La recitazione di Giulia Perulli è quella di una ragazza arrabbiata con il mondo, affetta da evidenti disturbi alimentari e profondamente infelice.
Durante la vicenda, le sue abbuffate a base di Nutella fanno da padrone quasi a voler porre in evidenza gli aspetti maggiormente pruriginosi a discapito di una recitazione che dovrebbe addentrarsi in una personalità manipolatrice, istrionica e narcisistica.


Zio Michele è forse quello che si avvicina di più al personaggio reale. Una persona con disturbi mentali, praticamente analfabeta, e succube delle donne di casa.
E’ evidente, come si evince nello stesso film, che l’uomo è una pedina inerme nelle mani di due donne malate. Complice silenziosamente colpevole di un crimine efferato e compiuto ai danni di un membro della famiglia.
Profondamente devoto ad una donna incapace di provare qualsiasi forma di affetto e che, di tutta la vicenda, è forse il personaggio più enigmatico.


Cosima è la matrona silenziosa e tiranna di una famiglia distrutta da tempo. Mai un sorriso, mai un gesto di affetto. Dai suoi occhi traspare una stanchezza di vita profonda e una sorta di invidia verso la sorella Concetta: più bella e adottata in tenera età da parenti benestanti.
Gelosia che involontariamente si riflette nel rapporto tra Sabrina e Sara.
Non ho mai compreso quale sia stato davvero il reale coinvolgimento della donna, ma sono convinta che lei sappia più di quanto la verità processuale indica.

Mostri dipinti con tutti i cliché tipici dell’Italia del sud e della società. Non viene mai approfondito nessun aspetto del rapporto tra i protagonisti. Una trama che sembra presa qua e là da qualche ritaglio di gossip, piuttosto che dalla cronaca.
Di fatto, la prova che il crimine raccontato male può essere peggio del becero gossip legato alla tragedia stessa.
Uno schifo e senza nemmeno troppe scuse.

