
Il 4 novembre si celebra la “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”, in ricordo della fine della Prima Guerra Mondiale. E, come non ricordare uno dei personaggi più dimenticati simbolo del dramma dei caduti?
Festeggiando la vittoria di una nazione spesso ci si dimentica quanto essa sia costata in termini di vite umane. Il totale delle perdite causate dal conflitto si può stimare a più di 37 milioni, contando più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati, sia militari che civili: cifre impressionanti e che fanno della “Grande Guerra” uno dei più sanguinosi conflitti della storia umana.
E chi era e come si inserisce in questo contesto la figura di Maria Bergamas?

Alla fine del conflitto mondiale, le Nazioni decisero di onorare i sacrifici e gli eroismi di tanti soldati nella salma di un combattente anonimo caduto durante lo svolgimento del suo dovere. Nel 1920 l’idea fu proposta e presentata alla camera dal Generale Giulio Dohet.
Approvata la legge, il Ministero della Guerra diede incarico ad una commissione che esplorò attentamente tutti i luoghi nei quali si era combattuto.
Vennero esplorate le zone dal Carso agli Altipiani, dalle foci del Piave al Montello.
Ognuna delle seguenti zone fu scelta per l’esumazione di una salma completamente anonima di un soldato.
Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele. 11 bare di uomini senza nome che avevano donato il loro bene più prezioso per la libertà di un paese oppresso.
La nostra sensibilità moderna non riesce nemmeno a concepire un simile eccidio, ma basti pensare che ogni famiglia italiana ebbe almeno un caduto durante il conflitto.


La scelta toccò ad una donna semplice ma di gran coraggio e carisma: Maria Bergamas, proveniente da Gradisca d’Isonzo. Suo figlio, Antonio, si era arruolato nelle file italiane sotto falso nome (era cittadino austro ungarico) ed era caduto in combattimento nel 1916.
A causa di un attacco improvviso il campo dove riposava la salma, sistemata in modo veloce e fortuito, venne distrutto, rendendo impossibile il riconoscimento della sepoltura.
Un giovane coraggioso, maestro elementare, che credeva in un’Italia unita e libera dal giogo straniero.


Cara mamma, domani partirò chissà per dove… quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più… forse tu non comprenderai questo, non potrai capire come, non essendo io costretto, sia andato a morire sui campi di battaglia. Perdonami dell’immenso dolore ch’io ti reco e di quello che io reco al padre mio e a mia sorella, ma, credilo, mi riesce le mille volte più dolce il morire in faccia al mio paese natale, al mare nostro, per la Patria mia naturale, che morire laggiù nei campi ghiacciati della Galizia o in quelli sassosi della Serbia, per una patria che non era la mia e che io odiavo. Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio. Se muoio, muoio con i vostri nomi amatissimi sulle labbra… davanti al nostro Carso selvaggio”.
Antonio Bergamas
Durante uno dei momenti forse più difficili della sua vita, Maria si avvicinò alle bare con un mazzo di fiori e si adagiò su una delle bare invocando il nome del suo adorato figlio.
Piegata dal dolore più disumano che una madre possa provare, ma eroica nel compiere il dovere a lei affidatole. Per onorare la memoria dei figli di tante madri che non tornarono mai a casa.


La bara prescelta fu collocata sull’affusto di un cannone e, accompagnata ad alcuni reduci decorati al valore, fu deposta in un carro ferroviario appositamente disegnato. Le altre dieci salme furono tumulate ad Aquileia in un cimitero che ricorda un tempio romano.
Maria Bergamas venne sepolta, per sua stessa volontà ,assieme a queste salme, quasi come una madre di una nazione mutilata e disperata. Vincente sì, ma con cicatrici indelebili.



Il viaggio si compì sulla linea Aquileia- Venezia- Bologna- Firenze- Roma a velocità moderata in modo che tutti potessero vedere il feretro. Inoltre il carro venne studiato in modo che fosse essere visibile da ogni lato del vagone.
Una scelta che non piacque ad alcune forze politiche ma che unì il paese in un silenzio doloroso e condiviso. Tutti avevano perso un caro in una guerra decisa a tavolino dai potenti.


Il 4 novembre 1921 la salma del milite ignoto venne tumulata presso l’altare della patria.
Nel cuore di Roma, la capitale, riposava il simbolo del sacrificio di tanti uomini.
Non sapremo mai chi erano le dieci salme recuperate, e forse è giusto così: la guerra non compie nessuna distinzione nella sua folle rovina.
Ma credo che non debba mai venire meno il ricordo del loro sacrificio.
Grazie a uomini coraggiosi e donne come Maria siamo il paese libero che puntualmente denigriamo. Siamo una nazione complicata ma popolata da grandi esempi che hanno dato molto in tantissimi ambiti.
E Maria Bergamas si erse nel suo dolore infinito con un grande insegnamento nel segno della pace e del ricordo: in un momento in cui le donne non avevano diritto di parola, la sua voce fu la più straordinaria e potente contro l’orrore e l’ingiustizia della guerra.
“Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria.”


