
Di tante grandi donne che hanno saputo trasformare il dolore in speranza mi piace ricordarne una troppo spesso dimenticata: Donatella Colasanti.
Assieme a Rosaria Lopez venne rapita da un gruppetto di ragazzi della Roma bene: Andrea Ghira, Angelo Izzo, Gianni Guido.
Questi tre bastardi le umiliarono e violentarono per giorni finché, convinti di averle uccise entrambe, furono abbandonate in un baule di una macchina.
Donatella, che si era finta esanime, iniziò ad urlare fino a destare sospetti tra i passanti.
Una volta sopraggiunte le forze dell’ordine, il cofano venne aperto. Rivelando l’orrore.
Un delitto così efferato rivelò ben presto tanti lati oscuri di una società apparentemente democratica ma nella realtà profondamente tiranno- patriarcale.

Di quel ritrovamento vi è una foto, raccapricciante e devastante allo stesso tempo. La Colasanti ha il volto tumefatto ed è praticamente nuda di fianco al cadavere della sua migliore amica.
Nessuno voleva credere a cosa era accaduto: i loro aguzzini erano pariolini e studenti modello.
Ma Donatella, con tutta la forza che aveva, decide di iniziare una delle battaglie più dure della sua esistenza, decisa ad avere giustizia.

Il 30 giugno 1976 si aprì il processo davanti alla Corte d’Assise di Latina, che vede come imputati Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira, quest’ultimo latitante. L’avvocata di Donatella Colasanti fu la grandissima Tina Lagostena Bassi, una figura di spicco del femminismo italiano di quegli anni. E il compito non risultò per nulla facile.
Gli avvocati della difesa cercarono di ottenere la non imputabilità per Angelo Izzo e di infangare la memoria di Rosaria e la reputazione di Donatella suggerendo che i genitori avrebbero dovuto tenere a freno quelle due ragazze, impedendo loro di uscire. Certamente, così, nulla di spiacevole sarebbe accaduto. La famiglia Lopez decise di non costituirsi parte civile e accettò un risarcimento di 100 milioni di lire da parte della famiglia di Guido. Il processo si concluse il 29 luglio dello stesso anno con una sentenza di ergastolo per tutti, fra gli applausi dell’aula stracolma di donne.

Secondo il codice penale dell’epoca, retaggio del Codice Rocco d’epoca fascista, lo stupro era considerato un delitto contro la pubblica morale e non contro la persona. Donatella Colasanti testimoniò, raccontando tutto. Nella sua arringa finale l’avvocato di Guido, Angelo Palmieri, disse: «Se le ragazze fossero rimaste accanto al focolare, dove era il loro posto, se non fossero uscite di notte, se non avessero accettato di andare a casa di quei ragazzi, non sarebbe accaduto nulla». Disse poi l’avvocato: «I giudici lessero la sentenza a tarda notte e sembrava di stare in uno stadio. Dovettero accompagnarci a casa i carabinieri con il furgone, neanche fossimo noi gli imputati».
Izzo, Guido e Ghira (in contumacia) vennero condannati all’ergastolo. Ghira scrisse agli amici in carcere: «Uscirete presto».
Il processo venne seguito dall’Italia intera. Donne da ogni angolo del Paese si presentarono al tribunale di Latina per sostenere Donatella e assicurarsi che gli assassini fossero condannati all’ergastolo. Da quel momento, infatti, Donatella diventò un simbolo del movimento femminista. Perché in gioco non c’era solo il desiderio di farla pagare ai suoi aguzzini e agli assassini di Rosaria, anche i diritti di tutte le donne. La posta in gioco era altissima: cambiare la mentalità di un Paese in cui lo stupro non era ancora considerato un crimine contro la persona, ma un’offesa alla pubblica morale.


La Colasanti morì nel 2016, dopo una lunga battaglia contro il cancro, provata dal dolore ma ferma e determinata nel proseguire il sogno di un mondo giusto.
Morì uccisa dalla mala giustizia prima che dalla malattia: occorre ricordare che quel pezzo di merda di Andrea Ghira morì senza aver mai scontato un giorno di carcere.
E dovunque sia ora, gli auguro di patire mille volte di più le pene che ha inflitto a queste due ragazze.

