
Curiosando alla ricerca di storie su Varese mi sono imbattuta in una cantilena senza tempo e che si perde nei racconti del lago, immersa in quel fascino che l’acqua placida regala.
Tramandata e melodiosa come un ode a quello specchio che riflette il cielo.
Sotto il pesante mantello che lo imbacuccava fino alle orecchie, il cavaliere avvertì un brivido prolungato e pungente. Trattenne il cavallo e lo costrinse ad un’andatura più cauta. Quasi al passo. Non era solo un brivido di freddo come tutti gli altri. Non era un brivido di paura che si sommava ai timori di quel viaggio pieno di insidie. Era tutto quel bianco che lo avvolgeva nella notte fonda. Un bianco che pareva senza fine, fatto di nevischio e di umidità, di nebbia lattiginosa e appiccicaticcia. Ma era soprattutto quell’immensità di neve sottilmente ghiacciata che si apriva sotto di lui e sotto gli zoccoli del cavallo. Una neve quieta, immacolata, senza traccia di vita, senza un arbusto, senza rami secchi né sassi né alberi di consolazione. Una neve di tranquilla angoscia. Ma che razza di posto era mai quello? E perché mai quella torma di cavalieri che lo aveva inseguito per miglia e miglia dentro paesi fangosi, in mezzo a boscaglie intricate, su per colline gelate, con accanimento e con voglia assassina, adesso era improvvisamente scomparsa? Eppure, erano tagliagole senza misericordia, al soldo dei pirati che infestavano da anni le coste del Lago Maggiore. Certamente qualcuno, tra la gente dei suoi paesi, aveva tradito e aveva rivelato quella sua missione di messaggero per il Visconti, il duca milanese al quale recava una richiesta d’aiuto contro i corsari che con le loro scorrerie rendevano ormai impossibile l’esistenza nei millenari borghi costieri dell’alto Verbano. Non poteva che essere così, visto che si era trovato addosso quel branco selvaggio appena sbarcato a Luvino e l’inseguimento era continuato senza tregua, con rabbia e con furore, fino al villaggio denominato de Ghivirate. Una corsa disperata per evitare che le loro lame a pagamento gli lacerassero in modo conclusivo i vestiti fradici e le carni sudate.
Gli pareva ancora incomprensibile la vista delle loro sagome evanescenti che si arrestavano all’improvviso nella nebbia e ristagnavano immobili ai bordi di quella piana candida. Lui invece aveva continuato a cavalcare, ma sempre più lento e incerto e stupito su quella neve incorrotta. Scosso dai brividi, stremato dalle emozioni inconsuete. Adesso schiacciato da quella solitudine senza suoni e senza colori. Doveva essere quasi l’alba. La luce flebile penetrò infatti la foschia e gli mostrò un ciuffo di cannette. Un cespuglio con pendagli di ghiaccio. E un contorto salice piangente. E poi un boscaiolo dalle mani pelose che faceva rumore e spezzava rami secchi e che gli disse irriverente: “È un’ora insolita, mio signore, per fare due passi sul lago ghiacciato”.
Da allora si racconta che il cavaliere non fece più ritorno alla riva, ma molti raccontano di aver visto un’ombra aggirarsi lungo le rive del lago.
Verità o leggenda?
Le supposizioni si sprecano, ma il fascino di queste storie è sempre immenso e mai sopito.

