
Voglio fare una piccola, ma doverosa, premessa.
Questo film non nasce, come spesso ho letto, in risposta al film della Cortellesi.
È la trasposizione cinematografica del libro di Ennio Doris omonimo, scritto qualche anno fa. Pubblicato con il titolo omonimo.
Ergo: nessuno ha copiato nessuno e occorre informarsi in modo adeguato, prima di sparare sentenze da ogni parte politica ovviamente.
Ma, in un panorama culturale tanto povero quanto ottuso come quello italiano è una cosa da aspettarsi purtroppo.

Ed è inevitabile preventivare quella dicotomia da muro di Berlino tra destra e sinistra che incanala irrimediabilmente ogni prodotto artistico, commerciale o televisivo.
Ennio Doris rappresenta questo. E sicuramente l’opposizione al film è stata caldeggiata da questo clima.
Non propriamente quello che si definirebbe libertà, ma andiamo oltre.
Il giudizio dovrebbe prevaricare trasversalmente ogni fazione.

Ma veniamo al film.
Un prodotto interessante, ma forse un po’ eccessivamente celebrativo e favolistico. Massimo Ghini recita bene ma purtroppo fa sembrare il protagonista babbo natale e questo non è un bene.
Tutto viene vissuto con alone di magia e senza fare trasparire le tante fatiche che una persona comune affronta nell’affermarsi.
Perché la vita del fondatore di Banca Mediolanum andava analizzata con attenzione e non raccontata come una favola.
L’ ascesa di un ragioniere e il suo sogno, creato, studiato e sofferto come tutti i desideri realizzati.
Basti pensare alle tante porte chiuse in faccia, frustrazioni e sbeffeggiamenti subiti perché semplice figlio di contadini. Questo sarebbe stato un punto molto importante e necessario da sviluppare.
L’uomo dal grande carisma supportato da una famiglia coesa che forse è la parte più bella e toccante del film.

Non che non mi sia piaciuto ma avrei osato di più. Doris è stata una figura importante e scomoda: non un santo da osannare a prescindere.
Grandioso nelle sue intuizioni, ma anche contraddittorio come tutti gli esseri umani.
Idolatrarlo non solo lo rende ancora più inviso a chi non conosce la storia e i fatti, ma non permette una sana emulazione.
Perché come si può ambire a modello un santo?
Umanizzare una figura, anche con particolari scomodi, la rende vicina alle persone comuni.
Soprattutto quelle che non si accontentano di una realtà già scritta.

