
Oggi vorrei raccontare di una donna speciale, emblema del made in Italy e di una passione che ha attraversato un secolo e tante mode. L’estro e la rivoluzione nella moda che ha generato rimangono assolutamente straordinari e profondamente innovativi.
«La storia della moda è la storia dei popoli: è la storia delle razze, dei ceti, delle rivoluzioni, di questa travagliata umanità, che senza accorgersene adotta anche nel vestito delle ferree leggi, che essa crede di dominare, ma di cui è completamente schiava».
Rosa Genoni
Rosa Genoni nacque nel 1867 a Tirano, in provincia di Sondrio, ed ad appena dieci anni, viene mandata a lavorare dalla Valtellina a Milano per studiare e iniziare l’apprendistato nella sartoria della zia. D’altra parte non era costume inusuale per l’epoca: la famiglia Genoni contava diciotto figli tra fratelli e sorelle, dei quali solo dodici sopravvissero all’infanzia. Il lavoro della primogenita rappresentava una fonte di sostentamento fondamentale per un nucleo tanto numeroso.
Responsabilità a cui la donna, come molte sue coetanee, non venne mai meno. Ebbe sempre un profondo e indissolubile legame con la famiglia d’origine. Non mancò mai di rimarcare fieramente le origini umili e povere, che le permisero un riscatto sociale incredibile e sicuramente fonte d’ispirazione.

Affascinata dalla moda parigina, decise di iniziare a studiare il francese con il desiderio di lavorare nella Ville Lumière. In quelli anni, la capitale della moda era proprio Parigi. Una meta assolutamente necessaria per chi voleva formarsi e aggiornarsi sul campo.
Un sogno diventato realtà, con profondo e resiliente coraggio: grazie all’esperienza lavorativa parigina, apprese non solo i segreti del disegno tecnico e creativo, e della catena produttiva per la realizzazione degli abiti, ma perfezionò la tecnica del ricamo e della confezione. Procedimenti svolti manualmente e da mani esperte, che ancora oggi sono il vanto di una sartoria di qualità pregiata e di classe.
Comprese l’importanza della formazione e del lavoro di squadra, ma soprattutto quanto la moda fosse parte della storia di un popolo e del suo costume.
Pensiero abbastanza rivoluzionario per gli anni in cui la Genoni viveva, ma che diventò parte del pensiero moderno.


“La moda è una cosa seria”.
Rosa Genoni
Tornata a Milano, nel 1888 fu assunta dalla sartoria Bellotti e ,qualche anno dopo, iniziò la collaborazione con la prestigiosa Ditta Haardt e Figli, fino alla nomina di responsabile, a capo di 200 dipendenti. Dagli scritti, si evince il desiderio di voler affermare la moda italiana anche all’estero.
Nel frattempo, con questo spirito guida, nacque in Lombardia il primo Comitato Promotore per una Moda di Pura Arte Italiana. Nel 1905 le venne affidato il corso di sartoria e modisteria alle scuole professionali femminili della Società Umanitaria di Milano e in seguito, la sua voglia di innovare e coinvolgere il più possibile le sue allieve, la vedrà utilizzare per l’insegnamento di Storia del Costume una collezione di diapositive da lei appositamente fatta fare dall’editrice Minerva.

«Il nostro patrimonio artistico potrebbe servire di modello alle nuove forme di vesti e di acconciature, che così assumerebbero un certo sapore di ricordo classico ed una vaga nobiltà di stile […] Come mai nel nostro Paese, da più di trent’anni assurto a regime di libertà, in questo rinnovellarsi di vita industriale ed artistica, come mai una moda italiana non esiste ancora?».
Rosa Genoni
In occasione dell’Esposizione Internazionale del Sempione nel 1906 le venne assegnato il Gran Premio per la sezione Arte Decorativa della Giuria Internazionale.
Rosa Genoni si contraddistinse per l’estro creativo che fa dei suoi abiti delle vesti contemporanee pur contenendo un’eredità importante, quale quella della storia e della cultura italiana. Non a caso, alcuni abiti si ispirano alle opere artistiche più famose.
Tra le sue creazioni il celebre abito da ballo ispirato a Flora dalla Primavera del Botticelli, realizzato in raso di seta pallido, con sopravveste in tulle color avorio impreziosita da ricami a motivo floreale di perline, canottiglia, paillette e cordoncini dorati. Insieme a questo abito è famoso anche il “Manto da corte” tratto da un disegno del Pisanello.


L’impegno di Rosa è proprio quello che costituirà le fondamenta del Made in Italy: affermare la cultura del bello, del curato e dell’innovativo.
Il suo impegno si sviluppa anche nei confronti di chi, come lei, ha sperimentato cosa significa lavorare duramente e in condizioni inadeguate. Si batte quindi per il riconoscimento dei diritti delle lavoratrici e per la difesa della pace, così preziosa per l’avvenire dei popoli.


Nel 1914 fonda il Comitato “Pro Umanità”, per la raccolta e l’invio di aiuti ai prigionieri di guerra e un anno più tardi, nel 1915, è l’unica rappresentante italiana al Congresso delle Donne a L’Aja, promosso dalla nascente WILPF – Women’s International League for Peace and Freedom, dove il tema del suffragio si sposa alla causa della pace mondiale. In seguito all’avvento del fascismo lascia l’incarico di docenza presso l’Umanitaria, dopo essere stata insignita della Medaglia d’oro per i suoi 25 anni di insegnamento, per ritirarsi con la famiglia a Nervi. Si trasferirà a Varese dopo essere rimasta vedova, restandovi fino alla fine dei suoi giorni.
Si spegnerà il 12 agosto 1954.


La sua storia ha ispirato diversi scritti ed opere letterarie, perché essa rappresenta un sogno di rivalsa e rinascita contro un mondo spesso ostile alle donne, soprattutto di umili origini.
Artefice di quello che sarà uno dei nostri emblemi nel mondo.
Prezioso esempio di come un sogno possa portare benessere a tutti, aiutando a rendere il mondo un posto migliore.

