La donna che cambiò il Pakistan.

Nata a Karachi, in Pakistan, nel 1953 Benazir aveva la politica nel sangue.

Suo padre, Zulfiqar Ali Bhutto, fu primo ministro del Pakistan dal 1971 al 1973, e suo nonno Shaw Nawaz Bhutto un uomo celebre, esponente principale del movimento indipendentista pakistano.

In casa, sicuramente agiata, si respirava aria di libertà e innovazione: non stupisce la predisposizione, prima di ragazza e poi di donna, a voler intraprendere diverse sfide.

Benazir trascorse quasi l’intera sua vita in politica accanto a suo padre, che venne giustiziato nel 1979 dopo essere stato condannato a morte. Nel 1985 subì anche la perdita del fratello Shanawaz, morto in circostanze sospette a Cannes.

Quasi come una sorta di predestinazione, la donna ebbe come accompagnatrice l’oscura mietitrice.

Una vita, la sua, in cui la politica e la morte furono le due costanti che si alternano l’un l’altra, rafforzandola ogni volta davanti alle sfide della vita. E i gravi dolori per la perdita dei suoi cari le diedero l’impulso per offrire un solido cambiamento al suo Paese. Il 2 dicembre 1988, alla giovane età di 35 anni, Benazir Bhutto ricoprì la carica di primo ministro del Pakistan.

Prima donna in tutta la storia della nazione.

Una carica che lascerà nel 1990, in quanto accusata di corruzione.

Anni dopo, si ipotizzò che le accuse furono un metodo non violento per toglierla dalla vita politica.D’altra parte, come è facile supporre, la donna non era gradita ad una fazione integralista e radicata del paese.

Nel 1996, in seguito ad attentato terroristico avvenuto nel corso di un comizio, mori’ anche suo fratello Murtaza. Nell’ottobre del 2007, al rientro in patria dopo otto anni di esilio volontario, subì un attentato nel tragitto dall’aeroporto alla sua abitazione dove rimane illesa, ma perirono 193 persone e ci furono circa 550 feriti. 

Nonostante i lutti e gli attentati, la Bhutto continuò il suo lavoro comparendo in pubblico e ottenendo sempre più consenso popolare.

Poco le importavano le minacce, i soprusi e le ingiustizie subite: l’amore verso il suo paese era più forte di tutto.

Il 27 dicembre del 2007, nel pieno della campagna elettorale, dopo aver concluso l’ultimo comizio a Rawalpindi – che l’avrebbe vista di sicuro nuovamente vincitrice – cadde vittima, all’età di 54 anni, di un attentato mortale.

Moriranno con lei anche altre 20 persone. Poco prima di essere uccisa, la Bhutto aveva parlato proprio dei rischi che sapeva di correre: “Metto la mia vita in pericolo e sono qui perché credo che questo Paese sia in pericolo”.

Al momento della morte, Benazir Bhutto era la leader di uno dei principali partiti dell’opposizione al governo del presidente e capo dell’esercito Pervez Musharraf, che era arrivato al potere con un colpo di Stato nel 1999 e vi era rimasto fino al 2008. A volere morta Benazir erano in tanti, dagli avversari politici ad alcuni membri della propria famiglia e soprattutto gli islamici. Le donne della famiglia Bhutto erano infatti state le prime donne pakistane a non indossare i vestiti islamici, avevano studiato tutte all’estero e avevano ricevuto una cultura occidentale. Benazir era l’emblema del riscatto della donna nel mondo musulmano: la prima figura femminile al capo di un governo islamico.

Donna coraggiosa, paladina dei diritti negati di tutte le donne appartenenti ad paese che non le considera nemmeno esseri umani.

Eroina di un sogno impossibile per molti ma a cui questa donna non rinunciò mai.

E che dovremmo onorare in ogni modo possibile.

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