
Sassello ha un tradizione dolciaria estremamente suggestiva e affascinante.
Si racconta che nel 1860 circa una casalinga di nome Gertrude Damia, dotata di spirito d’iniziativa e di grande passione per la pasticceria, inventa questi dolcetti, utilizzando ciò che la regione offriva: armelline e mandorle.
Causa anche le asperità del luogo, la reperibilità dei prodotti era limitata a questi due elementi.

A Sassello infatti, sia a quei tempi, sia adesso, il mandorlo è un albero che nasce nella zona del sassellese e del vicino Piemonte e che offre frutti da un ottimo sapore, e albicocchi che sanno offrire, oltre al frutto saporito anche le armelline (le mandorle amare) che si trovano all’interno del suo nocciolo. La giovane Gertrude decide di produrli e vendere a Sassello la sua creazione.

L’idea della giovane casalinga è talmente apprezzata che iniziano a venire persone da luoghi lontani per acquistare questi golosi dolcetti.
Alcuni narrano anche di una famiglia trasferita nell’astigiano a metà del 1800: il marito è economo di casa Savoia e la moglie di origini siciliane, probabilmente è la stessa Gertrude Damia, che, essendo siciliana, ben conosce l’arte dolciaria e l’utilizzo delle mandorle in pasticceria.
Le prime persone che assaggiano i dolci della signora esclamano “sono un po’ amaretti”, battezzando così ufficialmente i nuovi pasticcini.

Dopo il 1860 alcune famiglie sassellesi provano a portare la produzione di amaretti fuori dalle loro case vendendoli. L’amaretto di Sassello provoca una grande eco e riceve diversi riconoscimenti in occasione dell’Esposizione Internazionale di Genova del 1892 e nelle mostre di Parigi nel 1911 e Madrid nel 1914.
L’amore tra Sassello e l’amaretto è cresciuto nel tempo, fino ad arrivare agli anni ‘60, quando la tradizione artigiana si è adeguata alle crescenti richieste del mercato. Ed è proprio in questo periodo che il Sassello diventa un vero distretto dolciario, uscendo così dai confini regionali del Piemonte e della Liguria.
Una tradizionale secolare nata da una meravigliosa unione di culture.
Ulteriore conferma di un’ eredità gastronomica tutta da custodire.

