
Prendetevi cinque minuti e togliete dalla vostra testa ogni possibile giudizio.
Perché se esistono fenomeni come il catfishing è anche per colpa di alcuni stereotipi assurdi che quasi obbligano una donna ad essere considerata tale solo se sposata e con figli.
Io, divorziata e con un figlio dal matrimonio, ho sempre la fatidica domanda:” quando ti risposi? Quando fai un figlio con il tuo compagno?”.

Con queste premesse, ecco la storia di Kirat. Una ragazza indipendente, lavoratrice e piena di interessi appartenente alla comunità Sikh dove vige una regola non scritta: una donna che sia apprezzata dalla comunità deve fare essere sposata e con figli.
E la protagonista, dopo una relazione altalenante, si ritrova single e quasi senza speranze.
Così conosce, quasi per caso su facebook, un certo Bobby: amico della cugina Simran.

L’uomo è uno stimato cardiologo e vive una vita agiata. È un partito assolutamente ideale e nei confronti di Kirat si dimostra premuroso e gentile.
Inizialmente la loro è una semplice amicizia virtuale, salvo per un fortuito incontro in una discoteca di Brighton.
Occasione in cui Bobby non riconosce l’amica e quest’ ultima pensa che l’equivoco fosse causato dall’ alcool e dall’ euforia della serata.
Ricordatevi bene quest’episodio.

In un momento difficile della sua vita, la donna inizia a legarsi sempre di più al suo amico di facebook e così inizia una vera e propria relazione virtuale.
Ore passate al telefono e al computer. Senza mai vedersi o sfiorarsi.
In una perversa dipendenza affettiva sfiancante e mai appagata.
10 anni.

E poi una scoperta devastante e incredibile.
Per Kirat e Bobby: due vittime in modi diversi di un disegno inimmaginabile.
La cattiveria umana è così infinita che mi spaventa.

