
67 anni fa, avvenne il primo lancio in orbita di un’ essere vivente. Venne scelta docile e amorevole cagnolina, cavia inconsapevole della corsa spaziale.

Laika significava “piccolo abbaiatore”, ma il suo vero nome era Kudrjavka, che in russo significa “ricciolina”. Venne catturata per strada a Mosca. Era un meticcio: metà Husky e metà Terrier di circa 3 anni al momento della sua selezione.

La scelta ricadde su Laika perché calma, docile e perfettamente adattabile alla capsula dello Sputnik 2. Anche se la missione era equipaggiata con sistemi di supporto vitale (cibo e acqua), non ne prevedeva il ritorno: per Laika, fu a tutti gli effetti una condanna a morte.
A nessuno, ed è bene ricordarlo, venne mai in mente una possibile soluzione di salvezza.

L’interno del satellite era rivestito, con uno spazio sufficiente per permetterle di stare in piedi o sdraiarsi. La temperatura interna era impostata a 15°C, e un sistema di refrigerazione avrebbe dovuto proteggerla dagli sbalzi termici.
Nulla però l’avrebbe salvata dallo shock che un simile viaggio avrebbe comportato.

Il 3 novembre, alle 2 del mattino, Sputnik 2 fu lanciato nello spazio. La cagnolina probabilmente sopravvisse per circa sette ore, anche se alcune fonti sostengono che la sua agonia durò fino a quattro giorni. Sola, nello spazio.

Il satellite rientrò nell’atmosfera cinque mesi dopo, il 14 aprile 1958, dopo aver compiuto 2.570 orbite attorno alla Terra, disintegrandosi al rientro.
C’è una colpa profonda che tutti noi dovremmo sentire leggendo ciò che abbiamo fatto a Laika. Il progresso umano è spesso stato raggiunto a scapito degli animali, che non avevano nulla a che fare con il nostro desiderio di supremazia.
Molti credono che questo fosse un prezzo accettabile per le nostre conquiste, ma sembra evidente, anche leggendo questa storia, che fu solo una forma di prevaricazione. Avevamo il dovere di scegliere un’altra strada.
Abbiamo ancora quel dovere oggi.

