Il libro più bello mai scritto.

Piccolo disclaimer: io amo Dante, lo venero.c

Lo considero il più grande poeta di tutti i tempi. E, su suggerimento di una persona straordinaria quanto paziente, ho deciso di iniziare un lungo viaggio.

Un viaggio nella Divina Commedia, uno dei libri che ha segnato la mia vita e che mi ha sempre affascinato.

Raccontando la sua genesi e tutti i personaggi che in essa sono racchiusi. Un’umanità straordinaria quanto malvagia e buona allo stesso tempo, colta e ignorante, buona e aggressiva.

Attraverso gli abissi più oscuri il sommo poeta ha toccato la vera luce: non solo della fede, ma anche della speranza. Lui, che in vita ebbe poco a che spartire con la felicità: esilio, solitudine e disgrazia furono i compagni di sventura.

L’immortalità della sua opera fu la punizione eterna a chi male e dannazione gli aveva inflitto.

Il contrappasso della storia nei confronti di un poeta che mai (e questo fu provato anche secoli dopo) fece soprusi alla sua amata città.

Spiegare la Divina Commedia è complesso, ma doveroso: è una delle opere più conosciute al mondo e unica nel suo genere. Nonostante la sua complessità si cercheranno qui di delineare alcuni dei tratti essenziali dell’opera.

Sussistono non poche problematiche e supposizioni legate alla sua datazione. Indicativamente scritta tra il 1304 e il 1307, quest’opera stravolse totalmente la compagine poetica del XIV sec, suscitando non poche polemiche e perplessità.
Ricca di riferimenti politici e religiosi, la Divina Commedia venne pubblicata in tre fasi differenti: L’Inferno intorno al 1309, il Purgatorio 1316, il Paradiso negli ultimi anni di vita dell’autore (1321).

Ciò che contraddistingue il capolavoro dantesco da opere contemporanee è l’impalcatura sulla quale essa verte. Il poema infatti è ordinato da una serie di riferimenti numerici legate al numero tre. Infatti, tre sono le cantiche in cui questo è diviso (Inferno, Purgatorio, Paradiso). Ognuna delle cantiche è formata da trentatré canti, tranne l’inferno al quale si aggiunge il primo canto che ne fa da Proemio dell’opera, arrivando così a cento canti (numero perfetto nella simbologia medievale). Ancora sul motivo del numero tre, tutta la Divina Commedia Dantesca è incentrata sulla terzina (più precisamente “Terza rima”): Tre versi, endecasillabi, che compongono una rima incatenata. 

Inevitabilmente la numerologia del poeta fiorentino ha un profondo significato religioso: nel caso del numero tre, il parallelismo è con la SS. Trinità.

Si comincia con gli inferi, il luogo dove regna il male e la disperazione.

In questa prima cantica ha inizio la Divina Commedia. Dante “nel mezzo del cammin di nostra vita” ,dunque circa all’età di trent’anni, si è smarrito in una “selva oscura” da dove non trova modo per uscire. Incontra dunque Virgilio, il quale sarà la sua guida nel regno di Lucifero e nel Purgatorio, lo abbandonerà soltanto quando la sua condizione di pagano non gli permetterà ascendere al Paradiso.

Divisa in nove cerchi, preceduti da un “Antinferno”, la cantica è imperniata sui peccati che l’uomo può compiere in vita. Questa è pervasa da un tono di “lamento” che rende angoscioso il cammino di Dante. L’intera cantica è caratterizzata da un linguaggio basso, umile, plebeo, ricco di vocaboli dialettali; niente a che vedere con quel volgare “illustre” teorizzato nel De Vulgari Eloquentia.

Usciti “a riveder le stelle” Dante e Virgilio si ritrovano di fronte all’elevarsi di una maestosa montagna.
Il Purgatorio è diviso in sette gironi, ai quali vengono aggiunti l’antipurgatorio, il paradiso terrestre e la spiaggia (dove approdano le anime penitenti), arrivando così al numero dieci, come nell’inferno.

Qui le anime espiano i propri peccati e gioca un ruolo importantissimo il tempo. In particolare anche qui (come nell’Inferno) è la legge del contrappasso a creare i presupposti per il pentimento dei peccatori. Il linguaggio diventa più raffinato rispetto alla prima cantica, procedendo all’eliminazione di vocaboli plebei e di parolacce. Inoltre qui vi è, non una dannazione eterna, bensì un clima di speranza. In tutto il purgatorio le anime condividono in maniera solidale la propria sorte concorrendo alla salvezza.

Abbandonato da Virgilio, Dante è guidato nel regno della beatitudine dall’amata Beatrice, la quale l’ha “tratto da servo a libertate”. La cantica si presenta come la più complessa dell’intero poema, sia a livello concettuale che a livello interpretativo. Il linguaggio arriva a quel volgare “illustre” di cui abbiamo parlato prima, coniando anche neologismi.

Il Paradiso è diviso in nove cieli, ai quali aggiungendo la candida rosa si arriva al numero dieci. Tutto è inserito nell’Empireo, sede di Dio. In questi cieli sono disposti i beati a secondo del loro grado di beatitudine. A differenza di quanto avveniva nelle due cantiche precedenti, i beati non ricercano un maggiore grado di beatitudine rispetto quello che è stato loro attribuito.

Ciò che segna maggiormente il distacco di questo momento del poema è la fortissima carica allegorica e mistificatrice che assumono i vari episodi. Dalla cerimonia iniziale nella quale Dante rincontra Beatrice, al rituale che verte intorno alla visione di Dio, tutto assume un tono profetico e fortemente filosofico, che inserisce l’intera Divina Commedia Dantesca in uno scenario squisitamente geniale e innovatore rispetto alla compagine storica che l’ha concepita.

L’opera non è solo un trionfo di poetica e bellezza. E’ inno alla vita e al suo meraviglioso percorso, fatto anche di dolore ed espiazione. Non esiste rinascita senza dolore, anche profondo e intenso: talmente forte da non essere sopportabile.

Eppure nell’uomo risiede la forza più grande. Quella che può attraversare ogni inferno e il vero amore non è una prigione ma una virtù. Esso rende speciale e accresce ogni forma di pensiero, opera e inclinazione.

Dante è spinto e pregno d’amore, prima che verso Beatrice egli impara ad amare la sua anima e ad accettare la condizione in cui versa (è bene ricordarlo: è in esilio, e non nelle modalità come la memoria sabauda insegna). Sa che può ritrovare l’arte e la meraviglia che prima aveva perduto e abbandonare quella rabbia che tanto lo aveva consumato.

Dante ci ha mostrato come si vive anche quando si è morti dentro, rinascendo nel migliore dei modi.

E che il paradiso non è un luogo troppo lontano.

Basta cercare la pace dell’anima e coltivare il bello che abbiamo nel cuore.

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