
— «Non è terribile che la Chiesa di Cristo sia adesso organizzata come uno Stato?»
l’avventura di un povero cristiano
— «Anche lo Stato scimmiotta spesso la Chiesa. Che volete? Gli avversari finiscono sempre col somigliarsi e la tecnica del comandare è più o meno la stessa».
— «Forse susciterò la vostra compassione se vi dirò che, perfino in questioni come queste, io sono rimasto al Pater Noster e al Vangelo. Nelle parabole del Vangelo, voi lo sapete come me, le relazioni tra gli uomini sono sempre personali e dirette. Vi è sempre il padre con i figli e i servi; padrone della vigna con i vignaroli; il pastore con le pecore e gli agnelli, e così via; non vi sono mai relazioni indirette e anonime, o finte, oppure come voi dite, convenzionali. Perciò vi chiedo scusa se io non so concepire relazioni cristiane che non siano relazioni personali; voglio dire, non relazioni di cose, ma di anime».
— «Non si governa col Pater Noster».
Un libro che mi ha profondamente colpito circa la storia di Celestino V è: “L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone.
Scritto nel biennio 1966-1967 e pubblicato per la prima volta nel 1968 dalla Mondadori, L’avventura di un povero cristiano è d’incerta e non facile collocazione come genere letterario, in quanto risulta composto da due parti ben distinte: la prima è un’introduzione alla vicenda di Papa Celestino V, ma è anche una specie di analisi interiore con la quale l’autore evidenzia ancora una volta la sua natura di “cristiano post-risorgimentale e post-marxista”, non inquadrabile in un’istituzione religiosa ben definita e in ogni caso non in quella cattolica; la seconda parte è il testo vero e proprio del dramma, inteso come rappresentazione teatrale, contraddistinto da dialoghi e, solo come incisi, da periodi narrativi veri e propri, tesi però a inquadrare la scena, come capita appunto nel caso di una commedia o di una sceneggiatura.


La vicenda di Celestino V, al secolo Pietro Angelerio, l’eremita di Morrone, nominato Pontefice per necessità (il trono di Pietro risultava vacante da lungo tempo a seguito di insanabili contrasti fra due fazioni di elettori), è il dramma di un uomo autenticamente cristiano, che abbandona la semplicità delle montagne abruzzesi, dove il silenzio è raccoglimento e misticismo, per approdare alla curia di Roma, luogo di ben altri silenzi, di intrighi, di lotte intestine, di ricerca continua del potere in quanto tale.
Agli occhi dello scrittore, il papa del “gran rifiuto” dantesco assurge a simbolo di chi antepone la purezza della coscienza alle lusinghe del potere e rappresenta la definitiva incarnazione dell’uomo che sceglie la libertà. Mettendo in evidenza l’incoerenza della chiesa rispetto ai principi di Cristo, al punto che personaggi come Celestino V devono abdicare in favore di vecchie volpi quali Bonifazio VIII, perché del tutto refrattari ai principi del potere.
Mi è piaciuto nella misura in cui ha raccontato una storia vera, che tutti dovrebbero conoscere. Una vicenda vista sempre sotto il punto di vista “dantesco” e mai veramente approfondita.
“Finalmente avremo un papa che crede in Dio”.
l’avventura di un povero cristiano

