Non ti curar di loro, ma guarda e passa.

E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

Canto III, inferno

Contrariamente a ciò che molti pensano, i primi dannati che Dante incontra sono quelli che inferno e cielo rifiutano. Uomini che non presero mai un decisione e trascorsero tutta la vita senza, di fatto, vivere.

Tra queste figure, quasi evanescenti, ve n’è uno, famoso e controverso: religioso che mai volle accettare una delle decisioni più importante per un cristiano. Si negò al soglio pontificio a favore di uno dei più acerrimi nemici del poeta fiorentino: Bonifacio VIII.

Ma chi era davvero Celestino V? Può davvero considerarsi un vigliacco o, forse, la sua scelta merita una revisione storica e sociologici?

Partiamo subito con una doverosa ma importantissima premessa:  la Chiesa lo proclamò santo il 5 maggio del 1313 e gli studiosi non sono neppure concordi sul fatto che l’Alighieri si riferisca proprio a lui.

Al secolo il suo nome era, Pietro Angelerio, nato all’inizio del XIII secolo in Abruzzo da una famiglia di umili origini, passando gran parte della vita come eremita sul monte Morrone, dove aveva fondato un ordine monastico e si era guadagnato fama di santità. Nel 1294 inviò un messaggio ai dodici cardinali riuniti in conclave a Perugia per eleggere il successore di Niccolò IV, primo papa francescano, che era morto ormai da due anni.

Fu proprio Latino Malabranca ad avere l’idea di scegliere proprio l’eremita e i cardinali concordarono perché il monaco abruzzese rappresentava una soluzione “neutra” al conflitto che esacerbava le grandi famiglie romane. La verità, si suppone, era in realtà molto più strategica: Pietro Angelerio era un monaco mite e senza amicizie o parenti particolarmente altolocati. Quindi poteva rappresentare un soggetto facilmente manipolabile.

Celestino venne eletto il 5 luglio 1294 e la notizia portò stupore e speranza in tutto il mondo cristiano: l’arrivo sul trono di Pietro di un eremita con fama di santità sembrava compiere la profezia di Gioachino da Fiore sull’avvento dell’Età dello Spirito.

Purtroppo il suo sarà un pontificato di tregua e di breve durata. Si potrebbe definire quasi “di transizione”. Nonostante tutto, l’uomo diede comunque qualche segnale forte e sicuramente rivoluzionario: partendo alla volta di Roma per l’incoronazione, non fece sellare un cavallo ma un asino. Questo atto suscitò emozioni contrastanti negli altri prelati ma anche una profonda e devota ammirazione.

Il 15 agosto avvenne la vestizione e la scelta del nome, mentre il 29 agosto l’incoronazione, davanti ad una folla di 200mila persone. Scelse un laico come segretario e diversi cardinali provenienti dalla sua confraternita.

Il 6 ottobre il papa, scortato da Carlo II, lasciò L’Aquila con il desiderio di raggiungere Roma, ma finì per seguire il re a Napoli, facendosi costruire una cella in legno all’interno della stessa reggia.
Il pontefice viveva come prigioniero del sovrano angioino con un doppio paradosso: non solo il vicario di Cristo era ostaggio di un sovrano laico, ma uno stesso re – quale il papa è – finì per essere “ospite permanente” di un sovrano confinante.

La situazione non fu delle più facili e Celestino incontrò non poche difficoltà: sicuramente la poca dimestichezza con il latino e la legislazione ecclesiastica. Tuttavia, dietro il mite ed umile, si muoveva una delle figure più odiate da Dante: Benedetto Caetani, futuro papa Bonifacio VIII.

Dopo aver cercato di affidare a tre cardinali la reggenza della Chiesa, riservandosi solo un ruolo formale di rappresentanza, e aver ricevuto un rifiuto, Celestino inizia a cercare dei precedenti canonici che legittimino le sue dimissioni, sostenuto nell’opera dall’onnipresente Caetani. Qualsiasi potesse essere stata la verità, dopo la sua entrata in scena e la completa padronanza di molti affari legati al papa, accadde l’impensabile.

Il 13 dicembre 1294 Celestino V riunì il concistoro dei cardinali. Sedutosi sul trono impose il silenzio, prese la pergamena e lesse l’atto di rinuncia. Quel documento tagliò anime e cuori come un macigno in un silenzio che divenne di sgomento e sorpresa.

Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità del mondo, al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale”.

atto di rinuncia

Il 24 dicembre 1294 il conclave elesse, manco a dirlo, Caetani, che entrò trionfalmente a Roma. E non solo:l’8 aprile annullò con un solo atto – Olim Celestinus – tutti i provvedimenti del suo predecessore.

Il povero Celestino morì in solitudine e preghiera la sera di sabato 19 maggio 1296, nella cittadina di Anagni, mentre diceva la compieta, e in particolare subito dopo aver pronunciato – con un tenue filo di voce – la frase “Ogni spirito lodi il signore”.

Le sue spoglie riposano nella Basilica di S. Maria di Collemaggio a l’Aquila.

Segnalo un prodotto televisivo a cura di Cinzia Th Torrini andato in onda durante le vacanze di Natale e disponibile su Raiplay, che fa luce su molti aspetti controversi nella vicenda.

Nonostante l’occhio straordinario di Dante, occorre indagare a fondo per comprendere una figura scomoda e importante. L’atto del pontefice non fu, probabilmente, dettato da viltà ma da un’età non più fiorente e da una profonda incapacità di sottostare ai giochi di potere della Chiesa.

Per certi versi, un ribelle in un mondo perverso.

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