
In pieno centro, a pochi passi dal Duomo, si trova la via più spaventosa di Milano, via Bagnera, la strada dove un tempo visse il primo serial killer di Milano, Antonio Boggia, che qui nascose e ammazzò le sue vittime.
Quasi sconosciuta, forse volutamente dimenticata per gli orrori che la accompagnarono.
Ancora oggi è una strada stretta e un po’ inquietante.

Ma chi era costui?
Così il Tribunale di Milano descriveva Antonio Boggia, considerato il primo assassino seriale italiano:
Di modi calmi, con un’esteriore quasi di bonarietà, esatto osservatore delle pratiche religiose, estraneo, almeno apparentemente, da viziose tendenze.

Nato nel 1799 a Urio, paesino sul Lago di Como non lontano dal confine con la Svizzera, all’età di 25 anni cominciò ad avere i primi problemi con la giustizia poiché fu denunciato per truffa e per non aver onorato numerose cambiali.

Scappò nel Regno di Sardegna, dove venne processato con le accuse di rissa e di tentato omicidio. Una volta in carcere, approfittò di una rivolta per fuggire e tornare nuovamente nel Lombardo Veneto. Si trasferì a Milano in via Gesù e, grazie alla conoscenza della lingua tedesca, trovò lavoro come fochista a Palazzo Cusani, sede del Comando militare austriaco. Nel 1831 si sposò e andò a vivere con la moglie in via Nerino 2, nel palazzo di proprietà di Ester Maria Perrocchio, che sarà una delle sue vittime.

Antonio Boggia cominciò a uccidere nell’aprile del 1849: la prima vittima fu Angelo Ribbone, che venne derubato di 1400 svanziche e il suo cadavere smembrato e nascosto nello scantinato nella Stretta Bagnera. Il 26 febbraio 1860, in seguito all’istituzione dei Carabinieri Reali, con sede a Palazzo Cattaneo in via Moscova a Milano, Giovanni Murier denuncia la scomparsa della madre Ester Maria Perrocchio, 76 anni.

Il giudice Crivelli si occupò delle indagini, scoprendo l’esistenza di una procura falsa, stipulata innanzi al notaio Bolza di Como, che investiva il Boggia del ruolo di amministratore unico dei beni della donna. Venne fuori anche un precedente dell’uomo, che nel 1851 aveva tentato di uccidere con un’ascia un suo conoscente, tale Giovanni Comi. Per questo, venne condannato dalla giustizia austriaca a tre mesi di manicomio criminale, ma poi tornò libero. Alla denuncia di scomparsa si aggiunse la testimonianza dei vicini che avevano visto il Boggia armeggiare con sacchi da muratore, mattoni e sabbia in un magazzino di stretta Bagnera, nei pressi di via Torino, nel centro di Milano tra la Basilica di Sant’Ambrogio e il Duomo. La successiva perquisizione portò alla luce, murato in una nicchia, il cadavere della donna.

In una scrivania nell’appartamento di quello che fu ribattezzato il Mostro di Milano, vennero trovate altre due procure. Nella prima Angelo Serafino Ribbone, manovale e suo compaesano, lo autorizzava a prelevare i propri averi presso un’anziana zia di Urio. Dell’uomo si erano perse le tracce: era stata la prima vittima. Nella seconda procura, il ferramenta Pietro Meazza incaricava il Boggia di vendere la sua bottega e una cantina sita in via Bagnera. Anche questo personaggio non era più rintracciabile. Un’ispezione nella cantina portò a un risultato sconcertante: furono rinvenuti nel sottopavimento 3 cadaveri, anziché i due cercati dai carabinieri. Dopo molte ricerche fu possibile attribuire i resti del terzo corpo a Giuseppe Marchesotti, commerciante di granaglie all’ingrosso, anche lui assassinato dal Mostro di Stretta Bagnera.

Durante il processo che ne seguì, l’assassino confessò gli omicidi e cercò fino all’ultimo di fingersi pazzo, ma venne giudicato colpevole e condannato a morte per impiccagione. La sentenza fu resa esecutiva l’8 Aprile del 1862, non lontano dai bastioni di Porta Ludovica e di Porta Vigentina. Fu l’ultima condanna a morte di un civile eseguita a Milano fino alla seconda guerra mondiale, poiché venne abolita nel 1890 dal Codice Zanardelli.

Il corpo decapitato del serial killer fu sepolto nel cimitero del Gentilino presso il bastione di Porta Ludovica, mentre la sua testa fu messa a disposizione del Gabinetto Anatomico dell’Ospedale Maggiore, su richiesta del dottor Pietro Labus, e successivamente affidata al padre della Criminologia, Cesare Lombroso, che con grande clamore ne trasse la conferma delle sue teorie circa il cosiddetto “Delinquente nato”.
Infine, nel 1949 il capo del crudele assassino fu portato a Musocco.

Una leggenda milanese narra che il fantasma dell’assassino vaghi ancora nei pressi di via Bagnera e che si paleserebbe attraverso una ventata di aria gelida che avvolgerebbe la gente.

