Una foto e mille mondi

Vivian Maier è stata una fotografa statunitense, morta in disgrazia nel 2009, rivoluzionaria e tormentata. Morta senza che qualcuno desse riconoscimento al suo talento e conoscesse la straordinarietà di lavoro coraggioso.

I suoi soggetti provenivano dalla strada, colte in attimi di naturalezza, indice di un talento compulsivo di fermare dettagli di vita che arrivano all’emozione senza troppe parole.

Una scelta che si rivelò, in vita, assolutamente scomoda e controproducente per la sua fama.

Forse soltanto i lavori di Diane Arbus, per altro pressoché contemporanea della Maier, anch’essa newyorkese e anch’essa approdata alla fotografia quasi per caso, conservano un lato oscuro e misterioso quanto molti degli scatti di Vivian Maier. E’ innegabile che entrambe siano due personalità profondamente introspettive e profonde.

Vivian Maier nacque a New York nel 1926. Trascorse la sua vita fotografando persone e scorci cittadini, mentre per mantenersi lavorava come bambinaia.

Spesso compare lei stessa, riflessa in qualche specchio o superficie, senza mai avere lo sguardo rivolto alla camera.

Per tutta la sua produzione, la bambinaia/fotografa del Bronx sembrò essere magneticamente attratta dall’uso del riflesso, quasi sempre il suo, e molti scatti giocano a creare storie dal profondo carattere onirico e intimo, impiegando riflessi, trasparenze e sovrapposizioni, per creare un linguaggio personalissimo capace di esprimere una sorta storie dentro altre storie, mondi inclusi o intrappolati, forse anche sintomo di un certo disagio psicologico e di una qualche forma di personalità complessa e non completamente adattata.

Nulla è lasciato al caso nella fotografia di Vivian Maier che deve il suo successo postumo al caso, che ha fatto sì che il suo lavoro venisse ritrovato abbandonato in alcuni scatoloni dentro ad un garage del Bronx, nulla nelle fotografie della donna è casuale.

Tutto racconta. Ogni elemento incluso nell’inquadratura ha un suo peso specifico narrante ed interagisce in modo raffinato e per nulla scontato con gli altri elementi presenti, svelando una visione fotografica squisita ed un intento chiaro, oltre ad una capacità narrativa ficcante.

Le foto di Vivian Maier sono un racconto breve, uno spaccato di vita delle periferie della Grande Mela tra gli Anni ’50 e gli Anni ’70. Ogni scatto vibra, è raro incappare in qualcosa di banale o di scontato che non tocchi l’anima.

L’enorme mole del suo lavoro è stata ritrovata per puro caso da un uomo che ha acquistato il box in cui lei aveva tenuto e conservato centinaia di rullini e negativi.

Forse nessuno mai la definì una fotografa in vita, eppure fu una delle più grandi.

E la storia ne sta dando il giusto riconoscimento.

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