Le pietre d’inciampo

In occasione della giornata della memoria ho spesso sentito parlare delle cosidette pietre d’inciampo.

Scopriamole insieme.

Si chiamano così perché devono essere scoperte per caso, in una giornata qualunque, recandosi di fretta al supermercato o cercando un numero civico.

Chi le ha volute, l’artista berlinese Gunter Demnig, le ha chiamate Stolpersteine; la traduzione italiana è pietre d’inciampo, in inglese sono stumbling stones. Ma l’unica lingua che le accomuna è quella della memoria e del dovere di ricordare i nomi, le storie e l’esistenza di milioni di cittadini deportati e assassinati nei campi di sterminio nazisti durante la seconda Guerra Mondiale.

Dal 1995, le pietre d’inciampo sono state posate in tutta Europa e oggi sono oltre 50 mila i sampietrini, con la superficie in ottone, a confondersi nel selciato delle città.

Sulle piccole targhe, che fanno “inciampare” gli occhi ormai abituati al grigio dei marciapiedi, sono incisi i nomi, i cognomi, le date di nascita e di morte di chi ha perso la vita nei campi di concentramento. La loro posizione non è casuale: ogni pietra è posizionata di fronte ai portoni e agli ingressi delle abitazioni in cui queste persone hanno vissuto, amato e sofferto.

E la volontà di farle arrivare nelle proprie città è il risultato della collaborazione fra le amministrazioni comunali, le associazioni culturali, le comunità ebraiche locali e i discendenti delle famiglie ebraiche andate incontro al tragico destino della Shoah. Negli anni Novanta, Demnig ha posizionato le prime pietre a Colonia, per portarle poi in tutta la Germania, in Austria, in Ungheria, Ucraina, Cecoslovacchia, in Polonia, nei Paesi Bassi e in Italia.

Lascia un commento