
Raccontare un dolore o una sofferenza è un atto di intenso coraggio, perché ci sono mali scomodi, considerati indegni di attenzione e soprattutto poco considerati come dovrebbero.
Sono disagi silenziosi e cancrenici, che divorano senza lasciare (ad uno sguardo superficiale) traccia. Un vuoto lacerante e quella sensazione di disperata impotenza.
In questo libro, e mi permetto di dire finalmente, si sdogana ciò che dovrebbe essere un diritto: dare voce alla sofferenza più intima e attanagliante.
Era una ragazza inquieta, Sofia. Le contraddizioni di Genova si riflettevano nel suo animo,
creando un turbinio di emozioni che lei non sempre riusciva a decifrare.
Da un lato, c’era la vitalità contagiosa della sua città, la bellezza dei suoi vicoli, la forza della
sua gente. Dall’altro, c’era l’ombra del terrorismo che incombeva, la paura che serpeggiava tra
le mura domestiche, la sensazione di un futuro incerto.
Un piccolo racconto è un’introspezione profonda nel proprio io più intimo e recondito. Senza freni e vergogna del giudizio altrui, libero e perfetto nel suo essere complicato, fragile e persino autodistruttivo.
La mente e il cuore sono nemici in antitesi senza tregua e risoluzione. Pronti a rendere il corpo uno dei più devastanti campi di battaglia.
I pensieri, gli eventi e le emozioni sono descritti quasi come un diario dell’anima, confessione profonda e intima del cuore.
Sofia era una creatura fragile, un colibrì dalle ali di cristallo. Un’infanzia tormentata aveva
lasciato tracce indelebili sulla sua anima, una ferita profonda che pulsava al ritmo di una
bipolarità incontrollabile. I demoni della sua mente la tormentavano, sussurrandole parole di
inganno e di disperazione, mentre il fantasma dell’anoressia si avvinghiava al suo corpo come
un’ombra gelida, prosciugando la sua vitalità.
Opera che genera diverse sensazioni, anche difficili da spiegare. Alcune persone si potrebbero identificare nella protagonista, ma al tempo stesso rivedere le emozioni e i tormenti passati può fare male.
Credetemi, è una coltellata che attraversa le parti vitali del corpo. Si sente quel brivido inconfondibile di smarrimento e ricordo: immagine difficilissima da spiegare per chi non ha mai vissuto questo dramma. Il dolore di morire dentro e non essere capita, il sentirsi in un corpo estraneo che si odia lentamente e il non amarsi, mai.
Una malattia, cosiddetta “psichiatrica” ha, e non si sa come e per quale motivo, una accezione nativa già sul nascere; la sua genesi è già stabilita. Provate a pensare a chi soffre, come pare abbia la stessa protagonista del racconto, di un disturbo bipolare.
Una delle prime domande ad essere posta è come si sviluppa la malattia, ma non perché si voglia, in qualche modo, aiutare chi ne è afflitto: bensì la vera motivazione è non carpire quali possono essere gli effetti del disturbo. Ma soprattutto, l’interlocutore è interessato a mettersi in guardia dai pericoli. Il cosiddetto “malato di mente” è, nel becero immaginario collettivo, una persona potenzialmente pericolosa per sé e gli altri.
Per farla breve, occorre mettersi in guardia. D’altra parte le malattie mentali affliggono i pazzi, giusto?
Era un’anima in bilico tra la luce e l’oscurità, combattuta tra la tenacia di vivere e l’attrazione
verso l’abisso. Un passato ingombrante la inseguiva come un’eco, un susseguirsi di ricoveri
ospedalieri e di sguardi carichi di pietà che alimentavano il suo senso di inadeguatezza. Si
sentiva diversa, sbagliata, una farfalla con le ali spezzate incapace di spiccare il volo.
Nella sua solitudine, trovava conforto nell’arte e nella musica. Le note del pianoforte
accarezzavano la sua anima ferita, mentre le parole dei poeti diventavano un balsamo per le
sue ferite. Erano la sua valvola di sfogo, il suo modo per dare voce al dolore e all’inquietudine
che la tormentavano.
Sofia era un enigma, un mistero affascinante e doloroso. Una contraddizione vivente, capace di
grande sensibilità e allo stesso tempo di profonda fragilità. Era una guerriera fragile, una
combattente con il cuore spezzato che si ostinava a lottare contro i demoni che la
perseguitavano.

Poco importa se, come nel caso di Sofia, i malesseri siano dovuti anche ad una vita complicata. La società chiede sempre la perfezione, il nonostante tutto deve essere perfetto. Una persona non può essere debole, ma il mondo può essere cattivo.
Se ci pensate, questa è una delle contraddizioni più grandi che il mondo vive.
Quanto viene stigmatizzata una persona che si trova a convivere una disturbo, e quanto invece possono agire indisturbate certe subdole persone?
La strada è irta di ostacoli, ma io sono pronta ad affrontarli. Non sono sola. Ho dentro di me la
forza di superare ogni avversità e di conquistare la mia libertà.
Un passo alla volta, con lo sguardo rivolto al futuro, continuerò a camminare verso la mia
personale vittoria. La vittoria della vita sulla sofferenza, della speranza sulla paura, della luce
sull’oscurità.
Il libro di Tatiana fa male, di un male sordo e cieco come quello che si prova quando nessuno comprende cosa succede nella propria testa. Martellante, incessante e costante.
Opprimente come un peso impossibile da sopportare.
Scava dentro e contiene l’anima.
Io, inutile negarlo, mi sono rivista moltissimo. E ritengo che opere come queste siano fari di speranzosa consapevolezza.
Picconi che possono distruggere quel muro di omertà contro ogni disagio.
E ricordiamoci sempre, che i matti non sono il vero nemico da ostracizzare: è il mondo fuori ad essere veramente malato.

