
Il canto, la solitudine, il senso del tragico, gli incubi a occhi aperti.
Gli ultimi giorni della divina Maria Callas (Angelina Jolie) reimmaginati e risognati dal regista cileno Pablo Larraín.
Piccolo disclaimer: non è un regista che comprendo molto. In Spencer non ho trovato vincente la scelta della protagonista. Una delle attrici più sopravvalutate di sempre.

Come la devo chiamare, Maria o la Callas?
Una è la donna, con le sue fragilità e i suoi amori infelici, l’altra è la diva, già sconfinata nella mitologia.
Sta perdendo la sua splendida voce, Maria. Non canta da più di quattro anni e vive isolata a Parigi con la sola compagnia del maggiordomo Ferruccio e della domestica Bruna (un Pierfrancesco Favino e un’Alba Rohrwacher misurati – e capirete perché – ma perfetti nel ruolo).

‘Non esiste vita, lontana dal palcoscenico
Ed è proprio così. I giorni dei concerti al Covent Garden e alla Scala sono lontani e allora la vita vera, la quotidianità, diventano il palcoscenico: camminando per Parigi Maria incontra orchestre immaginarie che suonano e interpreta, di nuove, tutte le donne che l’hanno resa celebre. Tenta anche, purtroppo invano, di ritrovare la voce perduta e si strugge nell’ascolto, doloroso, dei suoi dischi,con cui ha un rapporto di amore odio.





Per chi ama la Callas, Maria é un film pressoché perfetto perché totalmente devoto al suo mondo, con le sue esagerazioni e il suo estremismo (non vi è, nella colonna sonora, un solo pezzo che non sia l’aria di un’Opera, e questo, da amante del genere, è qualcosa che ho apprezzata molto). È perfetto nei costumi, nelle situazioni più iconiche, nel riproporci le esibizioni più belle.

E poi c’è Lei, che mi aveva fatto aggrottare le sopracciglia quando fu scelta per questo ruolo perché troppo bella e, temevo, algida, Angelina Jolie, semplicemente perfetta, intensa, completamente calata nel personaggio, capace di riprodurre i sorrisi tristi della Callas, il suo modo particolare di mettere le mani, e soprattutto i momenti del canto. Per non parlare delle ‘false’ immagini di repertorio che vengono ricostruite con maniacale perfezione in cui la Jolie diventa letteralmente la Callas e con cui ha fatto ricredere una scettica come me.

Interessante melodramma a tinte dark, intriso di fantasmi e cupa verità.
Nelle nebbie delle pasticche e della solitudine, l’ombra del divismo risplende sulla cantante come realtà, sogno e insieme condanna. La donna registrerà un pezzo convinta di avere cantato al suo meglio. Le verrà fatto ascoltare il nastro in cui ci sono incredibili stonature… Forse è l’istante in cui prende definitivamente coscienza della sua “fine”.

