La fuga di Rosania

Mai, però, i rievocatori danno il meglio di sé come quando dietro c’è un regista vero e una sceneggiatura fatta bene. È accaduto al gruppo milanese La Compagnia di Chiaravalle, coinvolti in un film che, nel 2008, è stato riconosciuto come il migliore dalla giuria del Festival di Bruxelles: La Fuga di Rosania, di Giuseppe Zironi.
I più conoscono il regista semplicemente come il padre di Violetta Zironi, la “Casta diva di X-Factor”, come l’hanno definita i giornali; il bello è che è proprio lei, allora appena tredicenne, la protagonista del film, e la sua interpretazione le ha fatto meritare il premio come miglior attrice protagonista al San Francisco Short Film Festival del 2008. Un po’ di merito, comunque, dobbiamo ammetterlo, va anche al padre, storico sceneggiatore e disegnatore di Topolino, poi passato alla televisione (sua, ad esempio, è la sceneggiatura della miniserie televisiva La freccia nera del 2006): soprattutto per non essersi fatto abbagliare dalla possibilità di creare il “film in costume”, con armature luccicanti e damigelle da salvare, e di aver optato per un film sobrio ed essenziale, con il Medioevo a far da cornice ad una storia il cui nocciolo resiste al tempo. Lo spunto nasce da una delle tante storie di fantasmi che pervadano i castelli sparsi per l’Italia: quella di Rosania Fulgosio, murata viva verso il 1240 dal marito Pietrone da Cagnano, signore del castello di Gropparello, per punirla di averlo tradito con il capitano di ventura Lancillotto Anguissola, il suo vero amore fin dall’adolescenza; si dice che il suo fantasma si aggiri ancora per il castello nelle notti di tempesta, gridando aiuto.
Questa leggenda, però, così simile a tante altre come quella di Francesca da Rimini o della baronessa di Carini, è solo uno schizzo da cui il regista ha deciso di partire per delineare la vicenda narrata nel film. Il luogo è lo stesso, il castello di Gropparello, tra le montagne dell’Appennino Emiliano, e anche nel film ci sono tre personaggi: l’innamorata Rosania, l’amante Lancillotto, e Pietrone, il carceriere ossessionato dalla gelosia. Solo che quest’ultimo non è più il marito di Rosania, ma il padre.
Questa non è dunque la storia di una passione finita male, ma la storia di una bambina che diventa donna, e qui davvero si vede la bravura di una Violetta Zironi che riesce a non farsi scudo degli abiti duecenteschi, e ad essere esattamente quello che è: un’adolescente. Una fanciulla che vediamo ancora bambina nell’introduzione, nella sua stanza, seduta alla finestra con una malinconia imbronciata un po’ infantile. È già “murata viva”, la piccola Rosania: il fatto è che ancora non lo sa. Ama il coetaneo Lancillotto, ma suo padre rimane sempre il primo uomo della sua vita; cresciuta “sotto una campana di vetro” com’è, non riesce a immaginarlo alla stregua di un marito geloso che la tenga chiusa in una torre per poterla avere tutta per sé, e che fuggire da quella torre per vivere una vita tutta sua equivalga a tradirlo.


Otto quadretti scandiscono le tappe di un percorso da cui non si torna indietro: nel tentativo di raggiungere Lancillotto tra le montagne del feudo del padre, Rosania conosce il mondo fuori dalla sua torre, la libertà,  ma anche la fame, la sete, la paura. Forse non è un caso che tutto ciò che sentiamo uscire dalla bocca di Rosania, e non dalla sua mente, siano delle grida. Grida di gioia e di libertà, propagate dall’eco, che finalmente la fanciulla può lanciare nella vallata, per lei grande come il mondo, certamente più grande della sua stanzetta nella torre di Gropparello, e ora lei lo sa. Ma anche grida di aiuto che svaniscono nella tenebre della notte, e nelle tenebre della paura, che le appannano la vista e le impediscono di vedere perfino il fuoco acceso dal suo ragazzo, come segnale per lei. La fanciulla cresciuta sotto una campana di vetro è ridotta a rubacchiare il pranzo di un contadino per poter mangiare, si perde in un mondo per lei enorme in cui si è catapultata troppo in fretta, e una notte all’addiaccio le basta per farla ammalare.
Così, quando alcuni porcari, dipendenti di Pietrone, la trovano mezza svenuta, e, come farebbe oggi qualunque poliziotto, la rispediscono a casa, Rosania non può essere più quella di prima: alla fine la ritroviamo nella stessa torre, nello stesso letto che aveva lasciato. In quel letto, con i capelli sparsi sulle spalle, però, ora c’è una donna, dallo sguardo cupo, gelido e consapevole della sua condizione di prigioniera.
E non serve a nulla che il padre mandi un sicario ad uccidere il suo “rivale” Lancillotto: Rosania non gli appartiene più. Mai più sentirà quelle parole che la figlia gli ha scritto nella lettera all’inizio, «padre amatissimo», anzi, forse non sentirà più una parola dalla bocca di lei, che rifiuta perfino una sua carezza. Mai più Rosania sarà “la sua bambina”, ormai è uscita, ha visto il mondo, sa che esiste qualcosa fuori da quella torre, che esiste qualcos’altro oltre lui.

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