
Guardami: sono nuda.
Canto della mia nudità ANTONIA POZZI
Dall’inquieto languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare.
Solo un languido palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre.
Incerta è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore del bagno bianco
e m’inarcherò nuda domani sopra un letto,
se qualcuno mi prenderà.
E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.
Raccontare la vita e l’arte di Antonia Pozzi è un compito arduo e scomodo. Come si potrebbe incanalare la poesia in un semplice articolo? Pensieri, riflessioni, dolori, ansie, paure sono impresse nelle parole di questa donna che ha saputo raccogliere in versi ciò che molti sono incapaci di esprimere.
Personalità curiosa, eclettica e profondamente coraggiosa che il mondo non apprezzò mai come ella avrebbe meritato.
Nacque a Milano, il 13 Febbraio 1912 da Roberto Pozzi, rinomato avvocato meneghino e Donna Lina Cavagna Sangiuliani, socialite colta e raffinata. Non mancarono, fin da bambina, gli stimoli ad Antonia. L’ambiente in cui crebbe era rinomato per essere frequentato non solo dall’élite milanese ma anche da alcuni dei più famosi e attivi intellettuali dell’epoca.
La stessa nonna, Maria Gramignola, era nipote di Tommaso Grossi, esponente del romanticismo lombardo. Imparò tre lingue, appassionandosi alla letteratura e filosofia, nutrita sicuramente dalla nutrita biblioteca paterna e dalla voglia di viaggiare trasmessa dai genitori.
Amava altresì trascorre periodi di dolce spensieratezza ed evasione nella villa di famiglia nel comune lecchese di Pasturo. Con l’avvento dell’adolescenza iniziò a dedicarsi anche alla fotografia. Affamata di vita e alla perenne ricerca del suo senso più intimo e intrinseco.

Chi mi parla non sa
La vita sognata 25 settembre 1933 ANTONIA POZZI
che io ho vissuto un’altra vita –
come chi dica
una fiaba
o una parabola santa.
Perché tu eri
la purità mia,
tu cui un’onda bianca
di tristezza cadeva sul volto
se ti chiamavo con labbra impure,
tu cui lacrime dolci
correvano nel profondo degli occhi
se guardavamo in alto –
e così ti parevo più bella.
O velo
tu – della mia giovinezza,
mia veste chiara,
verità svanita –
o nodo
lucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –
oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servono
per piangere te.
Frequentò il rinomato liceo Liceo Ginnasio Manzoni dove conobbe il grande amore della vita, l’insegnante Antonio Maria Cervi, e due amiche preziose: Lucia Bozzi e Elvira Gandini.
Donne che con le condividevano l’amore per la scrittura e la letteratura, che scelsero percorsi di vita differenti da quello della poetessa. La relazione con il professore non sarà facile, e vivrà moltissimi momenti di sconforto e tormento. I due amanti avevano caratteri differenti e talvolta non era per nulla facile trovare un sano equilibrio.
In questi anni, la poesia divenne elemento simbiotico delle giornate. Attraverso la scrittura, Antonia Pozzi liberava i pensieri e rifletteva sul grande mistero della vita.
Inutile dire che la relazione era profondamente osteggiata dallo stesso avvocato Pozzi, che si oppose alle nozze e fece sprofondare la giovane nella disperazione più nera.
Nemmeno una vacanza obbligata fece venire meno il sentimento che tormentava il cuore di una giovane ed appassionata Antonia.

Non avere un Dio
Grido
non avere una tomba
non avere nulla di fermo
ma solo cose vive che sfuggono –
essere senza ieri
essere senza domani
ed acciecarsi nel nulla
– aiuto –
per la miseria
– che non ha fine –
Iniziò, dopo il soggiorno nel Regno Unito, un periodo di viaggi ed esperienze in Europa. Dapprima in Sicilia, Grecia e Africa del Nord durante una crociera, per proseguire con Vienna e Venezia. Importantissima fu l’esperienza fatta in Germania che le permise di perfezionare la conoscenza della lingua tedesca, riconfermando la passione iniziata fin da giovanissima. Si iscrisse e concluse gli studi di Lettere e Filosofia. Si laureò in Estetica con una tesi su Flaubert, interrogandosi sul legame tra arte e vita incarnato dal Tonio Kröger di Thomas Mann.
Importantissime furono le amicizie con alcune delle menti più straordinarie del suo tempo: Vittorio Sereni e Enzo Paci, Remo Cantoni, Dino Formaggio e Paolo Treves. Quest’ultimo era un fervente antifascista e fu costretta a riparare in Inghilterra a causa delle leggi razziali.
In quest’occasione, venne rapita dal carisma di Remo Cantoni che definì un “secondo amore” senza però essere ricambiata. Ennesimo rifiuto che turbò profondamente la poetessa, pur nonostante il grande affetto che l’uomo provava nei suoi confronti.

«Nel tramonto le fabbriche incendiate
Periferia, 21 gennaio 1938
ululano per il cupo avvio dei treni…
Ma pezzo muto di carne io ti seguo
e ho paura –
pezzo di carne che la primavera
percorre con ridenti dolori».
Come se la vita non le avesse dato abbastanza bastonate, gli stessi amici criticano e non sono convinti delle poesie che Antonia Pozzi compone. A dire la verità, si mostrano abbastanza reticenti e cercano di contenerne l’entusiasmo. Non sono poesie, a loro parere, che possono avere un possibile gradito consenso. Troppo introspettive, auliche e spesso difficili da comprendere: ignorarono completamente ogni possibile obiezione fatta.
Fortunatamente il destino sa sempre come rendere giustizia, anche se con mezzi estremamente tardivi.
Stremata da una vita non facile e dai tanti tormenti, incluso ennesimo rifiuto di un tale amico Dino (di cui si sa veramente poco), si sdraiò sul prato, assume una forte dose di barbiturici ed accolse la morte.
Era il 2 dicembre 1938.

“Papà e mamma carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho tanto sofferto… Deve essere qualcosa di nascosto nella mia natura, un mal dei nervi che mi toglie ogni forza di resistenza e mi impedisce di vedere equilibrate le cose della vita… Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. Anche i miei bambini, che l’anno scorso bastavano, ora non bastano più. I loro occhi che mi guardano mi fanno piangere… Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite… Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto. Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace.
lettera d’addio di antonia pozzi ai genitori
La vostra Antonia”.
Figlia umiliata, amante abbandonata, sposa rifiutata, madre spogliata: Antonia è una donna colpita a morte che sopravvisse morendo ogni giorno sempre di più. Ciò nonostante rimane una grande ed immensa poetessa. La grazia e la forza della sua sensibilità si fissano in poesia, l’autenticità e lo slancio del suo essere Donna, intelligente, creativa è un grido contro un mondo che la voleva costretta al ruolo che la sua condizione sociale imponeva.
Guerriera in un mondo che mai volle vedere la meraviglia che portava nel cuore e custodiva nell’anima come il più straordinario dei tesori.
Simbolo di infinito che non muore, nonostante il corpo non appartenga più a questa terra.
Antonia: poetessa dell’anime e voce del vero più puro.

