
Venerdì 21 Febbraio ho avuto modo di partecipare ad una serata molto intensa e necessaria presso la sala frontalieri del comune di Arcisate.
Grazie all’associazione culturale La Scelta e alla sua presidente Mariella Meucci, è stato possibile dare voce ad tema che solitamente voce non ha, coraggiosamente e con grande determinazione.
Quella dei detenuti e delle loro vite dalla loro stessa voce: una cosa che mai prima mi era capitata e mi ha profondamente colpito.

Tanti gli ospiti intervenuti, e grazie alla moderazione del giornalista Andrea della Bella, ogni testimonianza è stata approfondita ed analizzata.
Il punto di partenza è stata la presentazione del carcere di Bollate, alle porte di Milano, punto di eccellenza e perla rara (purtroppo) del sistema rieducativo carcerario. Al suo interno vi sono diverse attività che permettono ai detenuti di costruire un’opportunità una volta tornati in libertà. Una città detentiva dove anche i detenuti sono protagonisti e voce viva di una comunità, un luogo dove si può vedere oltre la pena.
Partendo da Cristina Centamore e Luisa Colombo che lavorano a stretto contatto con questa realtà e attraverso l’arte e la musica sono riuscite a dare a diverse persone una nuova occasione. Appassionando molte di loro a diverse attività: dalla pittura, alla lettura e persino all’utilizzo di uno strumento.

Toccante il racconto di Don Matteo Rivolta, cappellano del carcere di Varese, le cui condizioni (note a tutti) sono molto diverse dalla casa di detenzione milanese. I locali angusti, le poche e limitate attività consentite, e l’indifferenza delle istituzioni non consentono a chi vi è rinchiuso una riabilitazione che possa definirsi tale.
E’ innegabile che la possibilità di tornare a delinquere per un ex detenuto siano più alte quando si affronta un percorso di questo tipo senza adeguato supporto, ma questo argomento è sempre motivo di scontro istituzionale.
Il tema della detenzione non viene sempre affrontato con spirito critico e coeso.


L’intervento della dottoressa Palomba, giudice della corte costituzionale di Torino ha comunque dato spunto per comprendere quanto il sistema della giustizia spesso intervenga relativamente tardi e quando, sostanzialmente, pare che la pena sia solo tardiva e punitiva.
Questo porta, inevitabilmente, a non esserci collaborazione tra le varie parti coinvolte.

Ultime, ma non per importanza, la testimonianza dei protagonisti: 4 detenuti del carcere di Bollate. Persone che la vita ha condotto verso una delle esperienze più dure ma che hanno il diritto di raccontare la loro realtà e noi abbiamo il dovere di ascoltarla.
Momento intenso e di profondo insegnamento.
Come ha giustamente ricordato la presidente Mariella Meucci, tutti possono trovarsi in situazioni simili. Nessuno può dirsi esente da alcuna colpa, anche siamo il paese dei paladini del perbenismo ipocrita come pochi paesi al mondo.
Tutti meritano una seconda possibilità e di liberarsi dal peso delle sbarre che continua anche dopo la detenzione, trasformata in pregiudizio.
E il lavoro di istituzioni, giustizia ed opinione pubblica può fare davvero la differenza.
Le sbarre si possono aprire del tutto, e non solo per apparenza.

